L'IMBARAZZO DELLE SCELTE SBAGLIATE - UN'ENCICLICA SU JAAP STAM

CIO' CHE DEVE ACCADERE ACCADE

San Giovanni da Cerreto Alpi una volta ha detto che ciò che deve accadere accade e sicuramente intendeva che per quante storie di calcio possano essere raccontate, non bisogna aver alcuna fretta di farlo perché non è importante cosa scrivere, ma quando e per quale ragione farlo.
E, fidatevi, quando Lindo canta di percorsi incomprensibili che tracciano traiettorie inequivocabilmente precise, dice il vero, come ineccepibile ne è il diretto corollario, ossia che improvvisamente s'è obbligati a cadere verso mondi leggeri per sconcertante necessità, in forza di quel che si è visto e sentito.

Traduco: recentemente son successe alcune cose che mi hanno portato a scrivere di quanto segue senza che io avessi assolutamente progettato di farlo.

Ciò che deve accadere accade, appunto.

Dopo Sassuolo-Milan 4-3 ho visto su Pagelle Ignoranti una foto che mi ha riportato alla mente un amaro ricordo. Guardatela e mettete da parte (e tornate pure a far finta che il 25 Maggio dell'anno di disgrazia 2005 non sia successo niente).


A seguito della sconfitta contro i neroverdi, l'AC Milan esonera Max Allegri e chiama Clarence Seedorf alla guida della squadra, il quale sbuca con l'idea molto americana di disporre di un allenatore per ogni reparto. Fa alcuni nomi, forse sapete/saprete quali, forse no.
Anyway: mettete da parte anche questo.

Infine, alcune sere più tardi mi ritrovo a giocare a Risiko con alcuni amici, tra cui Berta, la risposta di Maranello a Peter Crouch. Ebbene, le carte dei territori gli dicono male ed SB9 si ritrova le armate sparpagliate per tutto il globo terracqueo senza alcuna soluzione di continuità. Dopo alcune mosse che mi sentirei di definire "di un'ignoranza sensazionale", dispone alcuni buoni eserciti che appaiono pronti a sferrare attacchi su più fronti. Tuttavia, nel corso del suo turno egli sembra indeciso e non sa chi e dove aggredire. Gli viene appuntato:"Non sai cosa fare? Ma se hai l'imbarazzo della scelta?!?" E lui, valutando la forza numerica nonché la potenza di fuoco dei carrarmatini schierati sui territori confinanti, risponde sardonico:"Ho l'imbarazzo della scelta... Anzi no, delle scelte... delle scelte sbagliate però...". Infatti qualsiasi mossa faccia, scoprirebbe il fianco e la sua partita correrebbe il rischio di chiudersi anzitempo.


Al di là di Risiko, riconosco nella sua risposta una genialità assoluta che trova tantissimi equivalenti nella vita di tutti i giorni e alcuni paragoni anche nel calcio, e proprio in quel preciso momento ho la mia personalissima folgorazione sulla via per Damasco. Il percorso incomprensibile iniziato con la remuntada del Sassuolo contro il Milan, proseguito con l'ingaggio di Seedorf come allenatore e terminato con i carrarmatini viola di Berta schierati a cazzo un po' in Islanda, un po' in Quebec e un po' in Europa Meridionale diventa chiarissimo.

Ciò che doveva accadere sarebbe accaduto, il mondo leggero verso cui sarei caduto per sconcertante necessità e in forza di ciò che avevo visto e sentito era quello del pallone: non avrei potuto far altro che parlare di Jaap Stam.



ESISTONO DUE CATEGORIE DI ESSERI UMANI: GLI ITALIANI E QUELLI CHE VORREBBERO ESSERLO (Cit. Joe Bastianich)


29 Giugno 2000, siamo in orario aperitivo-inoltrato e tutt'Italia, o per lo meno quella rappresentata dai maschi-Alfa, il cui cuore ed il cui cervello sono mossi da un pallone con esagoni bianchi e pentagoni neri, è incollata alla televisione perchè ad Amsterdam sta andando in scena quella che passerà alla storia del calcio come la più bella Fort Alamo azzurra di tutti i tempi, la semifinale dell'Europeo disputata contro i peggiori avversari che potessero capitarci in quel delicatissimo frangente: i padroni di casa dell'Olanda.

Per ragioni che non indagheremo qui, la sto guardando in macelleria insieme al titolare dell'attività e al mio amico Mario, il quale ha l'enorme difetto di essere un gobbo demmerda ma che come me ama i colori azzurri (quelli della Nazionale, beninteso) e con il quale, quell'estate, avevamo ingaggiato la sfida a chi avrebbe guardato più partite dell'Europeo. Nessun problema, non fosse che proprio in quel periodo avevamo l'esame di Maturità.
Comunque!
Sappiamo tutti come andò a finire ma voglio comunque elencarvi alcuni episodi salienti e voglio farlo per due motivi: in primis perchè successe di tutto (a mia memoria non ho mai più rivisto una partita così), in secondo luogo perché anche a distanza di tempo certe cose fanno ancora godere uguale e se l'Italia stette (e tuttora sta) sul cazzo non solo a chi uscì ma anche a tutto il resto del mondo, fu perché chiunque, quella sera, avrebbe voluto essere italiano.

Godo ancora

Ricorderete che all'inizio del Campionato Europeo si infortuna Buffon, il quale viene sostituito dal suo vice Francesco Toldo, non ritenuto però all'altezza del portiere juventino. Fortunatamente questo non incide in negativo, tant'è che la Nazionale Italiana vince tutte le partite che gioca, passa come prima del girone e supera la Romania ai quarti di finale. A quel punto però, per una strana legge del contrappasso declinata in chiave calcistica, la situazione volge al peggio e ci si ritrova in quello che sembra un epilogo già scritto: la griglia dice Netherlands, paese organizzatore nonché nazionale favoritissima. 
#sfigaticomeuncaneinchiesa

Esticazzi

L'Amsterdam ArenA è una santabarbara arancione, 'na roba che se i tifosi Oranje avessero a mano quelli italiani, li butterebbero in mezzo ai fiordi e li annegherebbero. Non bastassero queste condizioni climatiche ostili, ci si mette anche l'arbitro Marcus Merk che al 33' del primo tempo caccia fuori per somma di ammonizioni Zambrotta, il meno cane di tutta la brigata, ma un po' Zenden che pare una scheggia impazzita, un po' il direttore di gara che, comprensibilmente impaurito dalla marea arancione tutto intorno, non fischia per l'Italia nemmeno per sbaglio, la gestione della gara è più a senso unico della partita della morte.

A questo punto l'Olanda ha l'imbarazzo della scelta, anzi no, delle scelte: ha tutte le carte in regola per vincere. È padrona di casa, si ritrova in superiorità numerica e può contare sul tifo del 99% del pubblico pagante e sull'appoggio di quello non pagante, ossia la terna arbitrale: insomma, questa partita la può perdere solo lei, è sufficiente che tutti i giocatori abbiano le scarpe allacciate, che in questo momento la cosa che più assomiglia all'Italia è Bernardo il servitore di Zorro, muto e (apparentemente) rassegnato.

Gli arancioni la mettono sulla tecnica (da vendere) e sulla corsa (da darne via in sconto). Tirano ogni volta che vedono la porta e il più pericoloso è l'avvelenato Bergkamp che colpisce il palo; come direbbe Piccinini: botta incredibile, non va! Viene loro assegnato un rigore per tempo, ma il sottovalutato Toldo para il primo a Frank De Boer e nel secondo strega Kluivert che, pur spiazzando il portiere azzurro, calcia il pallone contro il legno. Ma non finisce qui. Quello italiano è un popolo temibile quando è chiamato a difendere un risultato e dopo 120 minuti di infarti giovanili (i miei) e sonore bestemmie montanare (quelle del mio sodale Mario), costringe l'avversario ai rigori.


Nesta la definì “la partita del miracolo” e se il premio come miglior attore protagonista lo vinse Toldo, i titoli di coda se li prese Francesco Totti riportando di moda lo scavino di Panenka.
In quel “Mo' je faccio er cucchiaio” sussurrato a Di Biagio a centrocampo non solo era racchiuso lo spirito di tutti gli italiani che si ritrovarono il cuore in gola per quello che non fu più di un secondo ma che parve durare una vita e mezzo, ma rappresentava anche, di contro, il più strano dei paradossi. L'Olanda aveva avuto l'imbarazzo della scelta, anzi, delle scelte, e fu capace di sbagliarle tutte: erano a campo vinto e mandarono tutto a carte quarantotto. Totti, che questo imbarazzo nemmeno doveva provare a immaginarselo, se lo costruì artificialmente, valutando tutte le possibilità di battere un calcio di rigore e scegliendo quella più facile da sbagliare. Per nostra fortuna gli andò di lusso.


Daje Francé!

Tra i rigori sbagliati ci fu anche quello di Jaap Stam, che al tempo veniva considerato l'uomo più sgodevole del mondo, cattivo come l'olio di ricino. Per la cronaca il pallone calciato dal marcantonio di Kampen deve ancora scendere.
Qui il missile terra-aria del centralone olandese, commentato così dalla Gialappa's:"E siete delle povere teste di minchia, siete una popolazione di imbecilli, quattro rigori consecutivi sbagliati!"

Tutti sappiamo anche come finì quel torneo anche se credo che nessuno lo abbia definito meglio dei tremendi ragazzi di Mai Dire Gol:”Abbiam rischiato di vincere un Europeo con un gol di Del Vecchio...”, ma un'altra cosa, a parte il cucchiaio di Totti, mi è sempre rimasta in mente, e riguarda proprio Stam.


Durante Repubblica Ceca – Olanda (I suppose, perché in rete non esistono immagini o video di quello che vado tosto a raccontarvi) succede infatti che lo spaventoso difensore olandese subisce una gomitata all'altezza del sopracciglio. La ferita è profonda, perde molto sangue, occorre che gli vengano applicati dei punti.
Per capirci, ad una persona qualunque il medico condotto avrebbe firmato un day hospital e tre giorni di assoluto riposo. Cosa fa invece Stam? Si siede in panchina, chiama il Doc e gli dà cinque minuti di tempo per suturare l'arcata sopraccigliare così come se niente fosse. Ricordo perfettamente le mani tremanti del medico che con ago e filo ricuciva la pelle del bad boy olandese, quasi temesse di disturbarlo mentre questo teneva gli occhi fissi sullo svolgimento della partita, dispiaciuto non tanto dell'aver preso una brutta botta, ma per la beffa di aver temporaneamente abbandonato la sua squadra in dieci uomini.


THE BIG MISTAKE

Dovessi definire Jaap Stam direi che sia stato uno di quei difensori che non chiedono né permesso prima né scusa dopo, di quelli che quando tu, attaccante, ti stai avvicinando a loro percepisci le stesse emozioni che proveresti ad un concerto dei Rammstein quando attacca Feuer Frei!, che più ti fai sotto, più e facile imbattersi in una girandola di schiaffi a stretto giro di posta.

Di' che vengano avanti, che le prendono dispari

L'olandese Jakob -perché questo è il suo vero nome di battesimo- assurge agli onori della cronaca sportiva ai tempi del Manchester United del Treble, la squadra che vince la Champions League contro il Bayern Monaco.
Centrale difensivo, fa coppia con Ronny Johnsen e ha preso il posto di Gary Pallister -una mezza leggenda dei Red Devils- senza farlo rimpiangere, tutt'altro. Al di là del fisico da corazziere, ha un fare intimidatorio che presto lo porta ad essere temuto e rispettato ben oltre alle abilità tecnico-difensive. 
Per intenderci, all'epoca giocano molti altri difensori di alto livello, basti pensare a quelli italiani: Maldini, Nesta e Cannavaro, tanto per dirne tre. Ma se questi hanno un bagaglio di tecnica enorme ed un'eleganza che potrebbero passeggiare nelle passerelle di moda e mandare affanculo la Naomi Campbell di turno, lui fa della forza fisica e del tempismo le sue armi principali. Tuttavia, pur cambiando l'importo degli addendi, il risultato è lo stesso, stiamo comunque parlando di un top player dalla solidità difensiva impressionante che raramente incappa in cartellini o in altre sanzioni disciplinari di vario genere.

Ebbene, a cavallo del 2001/2002, il Manchester United versa in una difficile situazione finanziaria. Il “da-poco-Sir” Alex Ferguson, allenatore con deleghe ufficiose/ufficiali a livello di mercato, deve vendere giocatori per rimpolpare le casse della società. Ha l'imbarazzo della scelta, anzi no, delle scelte.
Giocatori esperti ormai a fine corsa che potrebbero comunque esser venduti a prezzi elevati in campionati dal minor fascino, giovani promesse da girare ai top club spagnoli, giocatori di punta nel pieno delle grazie con cui fregare qualche Cragnotti o Moratti della situazione. Vero è, però, che alcuni dovrebbero rimanere intoccabili e tra questi dovrebbe esserci anche Stam, il centrale intorno al quale ruota la retroguardia dei Diavoli Rossi.

C'eravamo tanto amati

Dovrebbe, perché a quanto pare non è così intoccabile come pare a tutti, dagli addetti ai lavori all'ultimo degli uomini della strada. Il Manchester United riceve l'offerta della Lazio di Cragnotti, quasi l'equivalente di 18 milioni di sterline. Fergie fa i conti della serva:”Dunque, vediamo, Stam torna da un infortunio ai tendini di achille, non sarà più quello di una volta, ha già ventinove anni... 18 milioni di sterle? Mmm... dov'è che devo firmare?” ed immediatamente telefona a Jaap, il quale in quel momento si trova dal benzinaio. L'allenatore intima di aspettarlo lì, lo raggiunge e gli spiega la situazione. Stam realizza che è ora di voltar gallone, che se Sua Maestà Alex Ferguson gli sta chiedendo di andarsene proprio lì, davanti ad una pompa di benzina, allora non c'è nemmeno bisogno di pensarci.
Arrivederci e grazie, l' affare si chiude a 13,5 milioni di sterline: Jaap Stam diventa un giocatore della Lazio.

Déjà vu derby style

Col senno di poi Ferguson sarebbe arrivato a pentirsene, ammettendo il suo grande errore, forse l'unico che mai abbia riconosciuto. Aveva l'imbarazzo della scelta, riuscì a sbagliare. E, cosa curiosa, ma d'altro canto è il fil rouge dell'articolo, ci andò nuovamente di mezzo Stam.

Due botte no, eh?


FORSE NON TUTTI SANNO CHE

Nella Lazio del 2001 giocano calciatori con cazzi e fantacazzi che hanno portato a Roma il secondo Scudetto della loro storia, la Coppa delle Coppe e la Supercoppa europea, vinta proprio contro gli “Invincibili” del Manchester United.
Tutto ok, non fosse che c'è un problema: il presidente Cragnotti è fondamentalmente un bandito e le tribolate vicissitudini societarie stanno sempre più influenzando i rendimenti di una squadra che sulla carta avrebbe ben pochi rivali non solo in Italia ma anche in Europa.
Stam fa in tempo ad arrivare prima che il giochino si rompa, o meglio, ha la grossa fortuna di incontrare sulla sua strada Roberto Mancini, allenatore che prende in gestione i biancocelesti a partire dalla fine del 2002. La Lazio termina quarta disputando un campionato di tutto rispetto e sfiorando traguardi importanti come le finali di Coppa Italia e Coppa Uefa (semifinale persa contro il Porto di un allenatore allora sconosciuto ma che avrebbe ben presto fatto parlare di sé: Josè Mourinho).

Sapeva anche essere supersimpa

Ora apriamo una parentesi graffa, che vi spiego come io e il coautore del blog siamo entrati in contatto.La nostra amicizia, nonostante possa ormai annoverare numerose esperienze di livello altissimo (l'esempio del Carrefour di Massa-Carrara ne è l'ultimo fulgido esempio), è paradossalmente relativamente giovane. 
Sebbene i più credano che sia stato il Noto PITTORE Emiliano Emanuel Gavioli ad averci introdotto l'un l'altro, in realtà “the story so far” ha inizio grazie all'insospettabile Tommy Panini (col quale condivido la miglior chat Wazzup che abbia mai avuto e che mai potrò avere) che, nella torrida estate del 2004, mi chiede in prestito un libricino uscito con La Gazzetta dello Sport, dedicato a Roberto Mancini, che avevo acquistato perché ho sempre adorato il Mancio e volevo saperne di più sulla sua carriera di giocatore.

Daje de tacco, daje de punta, Robbè!

Con fare molto alla “Soul Goodman” il bravo Panino mi dice che conosce qualcuno che conosce qualcun'altro -di fede blucerchiata-, cui questo libricino potrebbe interessare molto. Non mi informo riguardo chi sia e glielo consegno, a Tom presterei anche le chiavi di casa mia.
Avrei imparato anni dopo che quel libricino di cui m'ero pure scordato il nome e che credo d'aver perso da qualche parte in solaio, era destinato a Santu. Forse non lo sapevate, o meglio: di sicuro non lo sapevate, dato che anche io l'ho scoperto da poco. #icazzidellavita


Ecco, dovete sapere che nel 2003/04 il Mancio guida una Lazio disastrata alla conquista della Coppa Italia. Non è più la squadra “outstanding” di qualche anno prima, sulla carta ne è sola una brutta copia, ha perso parecchi pezzi pregiati, venduti ai grandi club di Nord Italia ed Europa. 
È cosa nota che il declino laziale sia inesorabile, che tutti i giocatori di valore abbandoneranno la nave prima che questa naufraghi nella bancarotta e s'areni nelle secche della media classifica.

In quel libricino c'è la risposta alla domanda che tutti s'erano fatti in quella stagione. Come diavolo aveva fatto Mancini a traghettare la squadra in piena burrasca, finanche a condurla alla conquista della Coppa nazionale?


L'allenatore jesino spiegava, con un'estrema semplicità di ragionamento, d'aver fatto un discorso molto schietto ai suoi ragazzi, cui aveva detto che alla fine della stagione in corso o di quella immediatamente successiva, la Lazio sarebbe andata in malora e i giocatori l'avrebbero seguita a ruota. Tuttavia c'era un modo per garantire a ciascuno di questi un futuro se non radioso quantomeno sereno: dovevano giocare al meglio delle loro possibilità. Qualora avessero disputato un buon campionato o vinto qualcosa, i club in salute avrebbero fatto a gara per acquistarli e avrebbero promesso loro un lauto ingaggio, cosa che, di contro, non sarebbe stata possibile se la Lazio avesse fatto cagare. In quel caso i giocatori sarebbero stati svenduti per un tozzo di pane al primo scemo di guerra che avesse avanzato una proposta e gli stipendi non sarebbero stati corrispondenti alle attese sperate.

Per il folklore non si può non postare questo video.

Notare Paolo Negro


SEI MINUTI DI SUICIDIO E FOLLIA

Giocoforza su Stam mettono gli occhi i Campioni d'Italia del Milan che con l'acquisto dell'olandese allestiscono una difesa straordinaria. Al suo fianco gioca infatti Alessandro Nesta (anche lui ex-Lazio), mentre sulle fasce i due nonni Cafu e Maldini hanno ancora la classe per dire a tutti "come si fa".
Il Milan, si sa, è squadra dal DNA europeo, e nel 2005 deve togliersi qualche sassolino dalla scarpa dato che l''anno precedente è stato rocambolescamente scaraventato  fuori ai quarti di finale dal Deportivo La Coruna: 4-1 a Milano per i Rossoneri, 4-0 per il Depor al Riazor e tanti saluti alla coppa dalle grandi orecchie.

A me pa' ch'i fan 'posta

Comincia la Champions, appuntamento di gala per il Milan, che passa il girone in carrozza, butta fuori lo United agli ottavi, supera l'Inter ai quarti e pesca il PSV in semifinale. Di tutte le squadre contro cui i rossoneri avevano giocato in quella competizione, il PSV è apparentemente la più triste di tutto il lotto. Ma... com'è che si dice? Mai vendere la pelle dell'orso prima di averlo preso: eggià.
Il PSV è l'underdog del torneo, una squadra equilibrata dalle buone individualità ma, soprattutto, non molla nemmeno venti centimetri. Ultimo ma non ultimo, è allenata dallo stregone Guus Hiddink.

A San Siro pare una passeggiata, il Milan vince con un perentorio 2 a 0 e il risultato ha tutta l'aria del "game, set and match". Tuttavia ad Eindhoven quella vecchia volpe di Cocu e quel coreano del cazzo di Park rimescolano le carte in soli venti minuti, portando il risultato sull'aggregate di 2 a 2. Si materializza il fantasma del Natale passato, sembra un'altra La Coruna, un altro Riazor. Poi, perchè il Dio del pallone aveva in mente una sceneggiatura tragicamente spettacolare, muove i fili perché Massimo Ambrosini al 90' inzucchi il pallone che vale doppio. Il Milan è a Istanbul, e il 3 a 1 che l'affascinante Philippe Cocu segna appena due minuti più tardi sembra non valere niente, ma in realtà, per come la vedo io, vale come una maledizione senza perdono, un vae victis da cui i rossoneri non si sarebbero mai guardati abbastanza.

Mazzimo Ambrozino, gran centrale di sbattimento

Allo stadio Ataturk di Istanbul si presenta il Liverpool di Rafa Benitez, all'apparenza una squadra di scappati di casa che però ha asfaltato tutti i rivali che ha incontrato on the road to the final: Bayer, Juve e Chelsea, quest'ultima sconfitta con quello che Mourinho definì come l'unico gol mai segnato da una tifoseria, un gol fantasma di Luis Garcia che l'arbitro molto probabilmente convalidò solamente perchè la Kop decise che il pallone era entrato.


Passano 53 secondi e pare avere inizio una delle più belle favole rossonere mai scritte prima: segna Paolo Maldini, il Capitano di lungo corso, uno che, contando anche tutte le amichevoli, comprese quelle giocate da bambino nel cortile di casa, doveva aver collezionato una decina di gol a star abbondanti. Crespo va in rete due volte e chissenefrega che a Shevchenko venga annullato un gol per fuorigioco, all'intervallo il tabellino parla chiarissimo: 3 a 0 per il Milan.

Il Diavolo ha -l'avrete capito, cambia il testo ma la musica no- l'imbarazzo della scelta, anzi, delle scelte. Può far quello che vuole, tanto non s'è mai vista una squadra rimontare tre gol in una finale di Champions League, per di più avendo a disposizione solamente un tempo e contro undici fuoriclasse che quando toccano il pallone sembra che questo canti, suoni e dica le poesie. Il Milan può continuare ad attaccare, amministrare il vantaggio, sequestrare il football, barricarsi in difesa tenendo bocca e gambe chiusi. Solo una cosa non sa di dover fare: dare per morto il Capitano dei Reds, Steven Gerrard, il cui happy ending finale non pare andare a genio.

Se Inglorious Basterds m'ha insegnato qualcosa è che se avessi fatto "il tre" così qualche guerra prima, i Nazi avrebbe trovato qualcosa da ridire

E difatti al nono della ripresa è proprio l'otto in maglia rossa ad accorciare le distanze, e improvvisamente all'orizzonte del cielo di Istanbul s'addensano nuvolaglie nere: la tempesta è in arrivo, Signor Wayne. #catwomanèsemprestata'naputtana

Quel che credevi raccolto arriva il vento a strapparlo
Non puoi più decidere, non puoi più decidere cosa sarai

Ricordo bene quel momento.
Esco dal pub per fumare. Torno dentro e non credo ai miei occhi, a quei grandissimi figli di puttana è riuscito l'impossibile e gli è riuscito in un amen, in soli sei minuti, neanche il tempo di una sigaretta. Il mio amico Checco, tifoso super partes, non sa cosa dirmi, e forse, come me, ricorda quello che era solito dire il nostro Professore di Chimica del Liceo (no, non era Walter White, per fortuna o purtroppo) quando a niente dalla campanella finale redarguiva chi era disattento:”Mancano ancora cinque minuti: abbiamo una vita davanti!”

Ma vaffanculo, va'.

Un'altra cosa ricordo perfettamente: la faccia di Paolo Maldini durante la premiazione e quella dei miei amici non milanisti nel vedermi sottoterra.
Il Milan doveva solamente scegliere cosa fare per conservare il vantaggio ma non ne era stato in grado. La cosa buffa fu che ancora una volta l'l'imbarazzo delle scelte sbagliate aveva travolto Jaap Stam.
La morale è che per quanto nel calcio, come nella partita a Risiko di Berta, si creino situazioni inequivocabilmente favorevoli, può non bastare e ciò che deve accadere accade, che sia il cucchiaio di Totti, una scriteriata scelta di Alex Ferguson o la mattana di Steven Gerrard. E Jaap Stam ne sa qualcosa.

Boh, vabbè.

PAYBACK DELL'AUTORE

Potrei terminare qui questa enciclica papale ma m'è salita la carogna, indi per cui chiudo il cerchio riportando alla vostra attenzione una partita che ho solo fatto finta di tralasciare.

Roma, 5 Maggio 2002.
All'Olimpico 40mila tifosi nerazzurri sono straconvinti di assistere alla passerella che porterà i nerazzurri a rivincere lo Scudetto dopo cinquecento anni, per una volta senza aver rubato nulla a nessuno. La Lazio è deconcentrata e demotivata, l'Inter non può perdere, ha solo l'imbarazzo della scelta di cosa e come fare per vincere, è troppo più forte della Lazio, i cui giocatori sono già in vacanza e ai cui tifosi non frega un cazzo di niente.
Strano ma vero, o forse no, quel 5 Maggio giocava anche Stam, ma almeno quella volta era dall'altra parte della barricata delle scelte sbagliate.


Sucare fortissimo, fat boy!


ERRARE HUMANUM EST

Checchè ne dica Nicolò Gianelli il Portogallo esiste. Eccome se esiste. Ve lo posso assicurare perchè, e lo sapreste se mi seguiste su facebook o avessimo un qualche contatto in comune, ho vissuto a Lisbona dall'8 settembre al 15 dicembre 2013.

Lisbona vista dalle mura del suo castello

E l'idea di scrivere questo post mi è venuta proprio una sera mentre, scendendo alla ricerca di un taxi da quel luogo di perdizione, birre a prezzi stracciati e spacciatori riusciti male che risponde al nome di Bairro Alto, mi sono trovato a rimuginare su un evento accadutomi pochi sabati prima. Evento che, per forza di cose, vado testè a raccontarvi.

FERMI TUTTI QUESTA E' UNA RAPINA

La metropolitana di Lisbona chiude i battenti all'una del mattino e, per chi come me vive nel blu e distante dal centro della capitale, il taxi rimane la sola soluzione per rientrare all'ovile con la sensazione di aver salvato capra e cavoli. Ebbene, grazie anche alla mia capacità nel trattare i prezzi e la non eccessiva esosità dei costi delle corse in taxi, sono ben presto diventato un habituè di questo tipo di trasporto. Come un vero fighino da brodo di dado.
La storia è breve ed intensa: è tardi, ho sonno, saluto la cumpa e scendo dal Bairro Alto verso Praça Dom Pedro IV con la certezza di trovare qualche professionista che mi riaccompagni a casa. In meno di tre minuti sono sulla macchina nera che sfreccia per la vie della città puntando forte in direzione Alto do Moinhos. Dieci minuti dopo siamo all'imbocco di Rua Cidade de Rabat, ringrazio l'autista e, osservando il tassametro, estraggo dieci euro compiacendomi del fatto che almeno 2 e mezzo mi sarebbero rientrati come resto. A questo punto il tassista mi chiede se invece di lasciarmi lì in mezzo alla strada potesse parcheggiare in uno spiazzo/parcheggio pochi metri più avanti per non intralciare il traffico. Io acconsento non riflettendo sul fatto che è impossibile intralciare il traffico alle 4 e mezza di mattina. Semplicemente perchè in giro non c'è una macchina che sia una. Comunque sia andiamo a parcheggiare e quando faccio per uscire e dargli i soldi vedo che anche lui esce dalla macchina. Ho dimenticato, forse volutamente forse no, di dirvi che le dimensioni del tassista non sono esagerate. Per farvi un'idea la sua altezza e corporatura sono come le mie, solo un po' più portoghesi. Ora il simpatico TravisBickle (nome di fantasia che ben si appiccica sul nostro "eroe") mi si para di fronte e mi intima di consegnargli tutti i miei soldi. Io sono paralizzato e lui, con grande tempismo, mi colpisce alla schiena con due "rocchetti" ben assestati.
Cos'è un "rocchetto"? Un "rocchetto" è sostanzialmente una specie di pugno dato con movimento dall'alto verso il basso non con tutta la mano ma tenendo il dito medio più sollevato (che così è l'unico che colpisce il bersaglio). Spero di essermi spiegato ma, in caso contrario, mettevi in contatto con Eddi Cavani che è il massimo esperto in materia e potrà dissipare ogni dubbio.
Dopo questi due colpi mi trovo costretto a spingere via TravisBickle e a biascicargli che non gli darò proprio un cazzo di niente. Travis allora si fa più aggressivo e continua a colpirmi e mi piazza anche due calci sulle cosce. Poi riparte coi "rocchetti". È tardi, sono stanco e non in perfette condizioni per sostenere questa pallida imitazione di 'Fight Club', così lo fermo e apro il portafoglio. Gli consegno diciassette euro e qualche spicciolo. TravisBickle, immaginando che io menta, mi piazza altri due "rocchetti" e mi chiede di svuotare le tasche. In sostanza mi ruba anche il tabacco. 35 grammi di Amber Leaf giallo comprato poche ore prima. Poi sale in macchina imprecando contro di me e contro il suo magro bottino e se ne va.
Ora, caro TravisBickle, siccome sono sicuro che tu legga questo blog con avidità ti do un consiglio per la prossima volta: siccome esistono i bancomat sarebbe un'idea migliore costringere la persona che vuoi rapinare a fare un bancomat e portargli via più soldi. E, per inciso, rubare il tabacco è un gesto ignobile e vergognoso.        

Lati positivi e negativi si elidono... Stronzate

Partendo dall'episodio narrato qui sopra, stavo quindi scendendo dal Bairro Alto e rimuginavo sul fatto che avrei dovuto prendere un altro taxi. E, per un riflesso quasi pavloviano, ho avuto un moto di bauraaah. Poi, e qui finalmente si entra nel vivo del post, mi sono tornate in mente le parole e un gesto specifico di un calciatore/filosofo dell'Italia degli anni '70: Ezio Vendrame. Trequartista senza venerdì che ha militato in quasi tutte le squadre venete possibili e immaginabili, Ezio si esibì con la maglia del Padova in quanto segue: dopo aver dribblato un numero imprecisato di avversari si presentò a tu per tu col portiere avversario e, dopo averlo saltato, tornò indietro e lo affrontò una seconda volta perchè, a suo dire, "anche i portieri sono uomini e hanno diritto ad una seconda possibilità".
Ovviamente nella mia testa avevo coniugato questa frase ai tassisti, ma poco importa.

Ezio Vendrame. Calcio e letteratura al potere!

ANCHE I PORTIERI SONO UOMINI vol.1, EPISODIO ITALIA '90

Dopo che Luca Cordero di Montezuma e la sua allegra combriccola si erano mangiati tutto il mangiabile per la messa a norma e l'edificazione degli stadi di mezza Italia, nell'estate del 1990 si potè dare inizio al Campionato del Mondo di calcio. L'Italia, padrona di casa e naturalmente nel novero delle favorite, si presentava con una rosa di tutto rispetto, il giusto mix tra giovani virgulti e gente di provata esperienza. Il tutto sotto la guida dell'istituzionalissimo commissario tecnico Azeglio Vicini.

Potevano farla anche un po' più tamarra...

Gli azzurri ebbero la meglio sulle dirette concorrenti nel girone eliminatorio (Austria, Stati Uniti e Cecoslovacchia) senza subire nemmeno una rete. Questo perchè la cerniera formata da Beppe Bergomi, Franco Baresi, Paolo Maldini e Riccardo Ferri non permetteva agli avversari di vedere facilmente la porta azzurra. E, quand'anche gli avanti avversari fossero riusciti a scoccare le loro frecce velenose, tra i pali, avvolto nella sua casacca grigio-metallizzato, si materializzava l'antidoto. Antidoto che, blasfemicamente, fu ribattezzato Uomo Ragno: si tratta di Walter Zenga. Miglior portiere del mondo nel 1989, l'estremo difensore dell'Inter fu uno dei primi a sperimentare il binomio calciatore-velina (anche se all'epoca si chiamavano showgirls o soubrette) ed apparire con costanza sui rotocalchi non solo per le sue imprese sportive. Protagonista nello scudetto dei record vinto dall'Inter del Trap, Zenga, la cui tempestività e reattività tra i pali e nelle uscite erano note a tutti, era l'indiscutibile numero uno della nazionale e si presentava all'appuntamento mondiale con la necessaria fiducia, dato che l'ultima rete subita in azzurro stava per compiere 8 mesi (Italia-Brasile 0-1, 14 ottobre 1989). E nella prima fase, come spiegato sopra, la rete resta immacolata anche grazie a due prodigi contro la Cecoslovacchia e ad un'incredibile parata contro gli Stati Uniti. Gli azzurri sono carichi e, dopo aver agevolmente sconfitto agli ottavi di finale l'Uruguay 2-0, approdano alle semifinali sconfiggendo i verdi d'Irlanda per 1-0 grazie anche ad un paio di interventi volanti di Walter sui colpi di testa di Tony Cascarino.
Piccolo O.T. Se qualcuno avesse la voglia e la possibilità consiglio la lettura della biografia del suddetto Tony: stradivertente, piena di storie incredibili e aneddoti impossibili.
5 partite intere senza subire gol e la possibilità, nella semifinale che vedrà l'Italia affrontare l'Argentina a Napoli, di scavalcare l'icona Peter Shilton in quanto ad imbattibilità ad un mondiale. Diciamo che il mondiale, per Zenga e per gli azzurri, poteva mettersi peggio.
Tutti i calciatori, quando viene loro chiesto di entrare nel merito, affermano sempre (a parte sua sincerità Filippo Inzaghi) che i record non sono importanti, che prima viene la squadra, che Cristo è morto di freddo ed altre amenità di questo tipo.
Come penso si possa intuire diciamo che ai miei occhi sono credibili quanto la progenie di Bettino Craxi. In assenza di controprove certe, comunque, siamo tutti innocenti. Calciatori compresi.
La semifinale di cui sopra veniva sbloccata dall'eroe di Italia '90 Totò Schillaci e, grazie anche ad un paio di autentiche prodezze di Walter Zenga, si avviava placida ad entrare nella seconda metà della ripresa senza poter immaginare un epilogo diverso da quello che si stava dipanando: Italia in finale e buonanotte ai suonatori.

e più lo mandi giù, più si tira su

Quando sei bravo a fare qualcosa e tutti te lo dicono in continuazione può darsi che tu perda un po' la testa. Non è scientificamente provato, ma può succedere. Anzi, succede spesso. Ecco, se devo dire la mia, quello che ha guidato Walter Zenga nella sciagurata uscita che possiamo vedere e rivedere nel video sopra è stato un clamoroso eccesso di sicurezza e di spocchia. Eccesso che ci può stare, sempre, e che nei portieri è una costante certa nel DNA del ruolo. D'altronde i portieri sono uomini e hanno diritto ad una seconda possibilità, ma quell'errore che costò all'Italia la finale (e perchè no la vittoria) del mondiale casalingo fu un clamoroso eccesso di sicumera. Il miglior portiere del mondo, il portiere che da 16 minuti deteneva il record di imbattibilità mondiale incappò nella peggiore "cappella" possibile. Fuori tempo massimo per uscire, pur accorgendosene, Walter erroneamente pensò che avrebbe comunque preso il pallone, forse perchè si sentiva più forte, forse per deconcentrazione, forse perchè chi si loda s'imbroda, forse perchè... Forse niente. Claudio Caniggia, 170 centrimetri di "balotta argentina", segna di testa e les jeux sont fait.

DA LISBONA A PORTO

In Portogallo, e voglio di nuovo ribadire a Gianelli che il Portogallo è vivo e lotta insieme a noi, la grande rivalità, sportiva e non è tra Lisbona e Porto. Accenti diversi, differente clima (più calda la capitale, più fredda l'ostile Porto) e differente mentalità. Per spiegare anche voi, cari i miei provincialotti, diciamo che è, grossomodo, la trasposizione lusitana dell'imperitura sfida tra Milano e Roma. Gli epiteti e i motivi di divisione sono più o meno gli stessi: a Porto si lavora a Lisbona no, a Lisbona c'è la storia a Porto le fabbriche, la gente di Porto è più chiusa quella di Lisbona è più cosmopolita e via così fino alla sfrangimento di coglioni di chi parla e/o di chi ascolta.

 
Porto by night. Gentile concessione delle meninas

A livello culinario, a Lisbona, vorrei parlare del baccalà e dei dolci. Ma, e qui mi sovvien l'eterno, questo non è ancora il blog di Benedetta Parodi, per cui fate un salto nella capitale e dateci dentro. Per consigli e/o imbeccate sapete dove trovarmi.
Per quel che riguarda Porto, invece, una cosa da provare assolutamente è la spaventosa Fracesinha, un insieme di fritti, carne, pane, uova e altre diavolerie che vi faranno esplodere le papille gustative e, in linea di massima, anche i neuroni. Ma, ribadendo il concetto che qui non c'è Benedetta Parodi che tenga, posso inviarvi da qualcuno che ne sa più di me nel caso voleste farci un salto.

Marika ci mostra che la paura è un sentimento che lei non conosce

La domanda, ammesso e non concesso che non abbiate abbandonato la lettura svariate righe or sono, che mi starete ponendo è: ma perchè quel guascone di Santu ci ha portato fino a Porto? Domandare è lecito e rispondere è cortesia, quindi seguitemi. Tutti quanti seguitemi.

Quando inizia una crisi è un po' tutto concesso

Il 20 aprile 1994 l'amata Unione Calcio Sampdoria vince l'ultimo trofeo della sua breve quanto titolata storia: si tratta della quarta Coppa Italia. Al timone dei marinai c'è il marpione svedese Sven Goran Eriksson e in campo c'è una squadra della Madonna (della Guardia). In ordine sparso: Mancini, Gullit, Platt, Jugovic, Lombardo giusto per citarne due o tre. I blucerchiati ammazzano l'Ancona 6-1 nella finale di ritorno e, nonostante il terzo posto in serie A, si guadagnano l'accesso per la Coppa delle Coppe dell'anno successivo, trofeo già vinto nel 1990 e sfiorato nel 1989. Nell'estate del 1994 Walter Zenga e Gianluca Pagliuca si scambiano le maglie e l'Uomo Ragno, invecchiato malino rispetto ad Italia '90, si trova a difendere la porta della prima squadra di Genova. L'avventura europea non si rivela immediatamente impegnativa, poichè i primi due turni vengono superati agevolmente rispedendo direttamente al mittente le velleità di Bodo Glimt (squadra norvegese) e Grasshoppers (squadra svizzera). Il sorteggio dei quarti di finale, invece, mette la Sampdoria di fronte agli ostici portoghesi dell'F.C. Porto allenati dall'icona Bobby Robson. All'andata, disputata in quello che rimane uno stadio bellissimo e che risponde al nome di "Luigi Ferraris", i doriani, proprio come i biscotti omonimi, rimangono inzuppati nella tattica per nulla speculativa dei biancoblù e si vedono infilzare  a metà ripresa dal centravanti russo Sergej Juran e al 90' si ritrovano con una sconfitta casalinga meritata e, fortunatamente, striminzita che rende il ritorno una scalata tutt'altro che semplice. Nell'uggiosa Porto e nel vecchio Estádio das Antas (95000 posti a sedere...), gli uomini di Eriksson erano chiamati a compiere l'impresa. E, trascinati dal carisma del capitano ROBERTO MANCINI e dal suo splendido gol, riuscirono a portare la partita ai calci di rigori. Anche se, già prima dei penalties, si era eretto a protagonista assoluto l'eroe di questa storia: Walter Zenga. In una di quelle serate che ogni portiere vorrebbe vivere, ambiente ostile, squadra in inferiorità numerica (Platt si era beccato un rosso quantomeno discutibile), l'Uomo Ragno para anche le scoregge e, nella lotteria dei tiri dal dischetto, si rivela molto più utile e fruttifero di 4 anni prima con la casacca dell'Italia, parando il rigore di Latapy e portando così il Doria in semifinale contro l'Arsenal.

nostalgia nostalgia Chinaglia

ANCHE I PORTIERI SONO UOMINI vol.2, EPISODIO SAMPDORIA-ARSENAL

Sotto con la semifinale, dunque.
L'andata ad Highbury si conclude 3-2 per i londinesi, ma il risultato è più bugiardo di una conferenza stampa di Carlo Giovanardi. Il Doria meritava almeno il pareggio ma, in virtù dell'antica regola per cui i gol in trasferta valgono doppio, non è un risultato disprezzabile. Anzi. E allora eccoci in un Marassi stipato per la semifinale di ritorno. Racconta il presidente di Modena Blucerchiata Riccardo Artioli che quella fu la sua prima partita live al seguito della sua squadra del cuore. Quindi me l'immagino il presidente, con il suo solito sorriso, in quella bolgia allucinante assistere all'1-0 di Mancini, al pareggio Gunner della leggenda Ian Wright e alla favola di Claudio Bellucci.
Cresciuto nelle giovanili blucerchiate l'allora 17enne Bellucci giocò da titolare la sfida in questione. E in tre minuti, tra l'84esimo e l'86esimo, il "Bello" realizza una doppietta incredibile. Gol di rapina con seguente corsa a perdifiato sotto la sud e destro vincente a conclusione di un contropiede sapientemente orchestrato dalla premiata ditta Mancini-Lombardo. Due reti che, in linea di massima, avrebbero dovuto mandare la Sampdoria alla finale di Parigi. E invece qui rientra in campo colui che aveva permesso alla Sampdoria di disputare questa semifinale: Walter Zenga. Mancano infatti pochi spiccioli alla fine della gara e l'Arsenal può usufruire di una punizione dal limite. Se ne incaricherà lo svedese, ex meteora della Fiorentina, Stefan Schwarz. Giocatore che, va detto, aveva nel tiro da lontano forse la sua dote migliore.

più guardo queste immagini, più non ci posso credere

Se guardate il video, anche se lo sviluppo dell'azione è giocoforza differente, potrete capire il mio paragone tra la "cappella" eseguita da Zenga contro l'Argentina e quella contro l'Arsenal. Sicurezza estrema, pessima valutazione del rischio, spocchia e voce del verbo "andare a terra come un sacco di patate". Quando su punizione il pallone si insacca sul palo difeso dal portiere, l'errore dell'estremo difensore è marchiano e indifendibile. Da lì calò il gelo sulla semifinale che, trascinatasi stancamente ai rigori, vide la vittoria dei "cannonieri" londinesi che poi, per la maledizione che impediva di vincere per due volte consecutive la Coppa delle Coppe, troveranno la morte sportiva contro il Real Saragozza nella finale di Parigi con il clamoroso gol di Nayim.

Il mongolo che prende questo gol, ha parato 3 rigori in semifinale. Non dirmelo, non ci credo.

E così, mestamente, la Sampdoria usciva dalla Coppa delle Coppe e Walter Zenga sfruttava male la sua seconda possibilità, in quanto l'anno dopo venne soppiantato da quel simpaticone di Angelo Pagotto e, dopo essere passato da Padova, comincerà un lungo vagabondare per il globo terracqueo.
Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Il portiere su e giù cammina come sentinella.
Il pericolo lontano è ancora, ma se in un nembo s'avvicina
oh allora una giovane fiera s'accovaccia e all'erta spia. 
(Umberto Saba)


Ciao Walter.

THE BEST PSYCHO SINCE HITCHCOCK

FELLATIO BENEVOLENTIAE

Certo saprete, e se non lo sapete ve ne metto repentinamente al corrente, del fatto che io e il mio compagno di sventura abbiamo consegnato all'insigne Avvocato Federico Buffa alcuni articoli degli 11 Illustri Sconosciuti affinché li leggesse e, qualora li trovasse di suo gusto, ci contattasse per fare una partita a chiacchiere. 
Per info sulla serata di Fiorano, leggere qui.


Ebbene, notizia successiva alla serata del rendev-vous, il miglior storyteller italiano rilascia un comunicato stampa nel quale annuncia che non commenterà più le partite NBA in quanto la dirigenza di Sky Sport ha preferito dirottarlo sul Mondiale di calcio, occasione unica per un giornalista sportivo da cogliere come la manna dal cielo. Tuttavia, a parte significare la disperazione dei suoi followers, questa notizia fortunatamente comporta anche una cosa buona e giusta, ossia che Buffa sciorinerà aneddoti e racconti sui Mondiali e relativi protagonisti come se non ci fosse un domani, facendosi FINALMENTE conoscere anche al grande pubblico e riducendo a più miti consigli -mi auguro vivamente siano quelli "per gli acquisti" e nulla più- tutti i sedicenti esperti di Sky Calcio, tipo Massimo Mauro.

Ecco, nel caso l'Avvocato ci leggesse (ha le nostre referenze e i nostri contatti), volevo approfittarne con un articolo di genere, a mo' di captatio benevolentiae o, come si era soliti dire al Liceo: fellatio benevolentiae.


IT'S THE END OF THE WORLD AS WE KNOW IT


Magari è un caso, magari no, ma ancora una volta l'epicentro della storia che vado a raccontarvi è San Marino, luogo ormai topico degli 11 Illustri Sconosciuti. 
Siamo nell'anno del Signore 1993 e cade il 17 Novembre, per cui ricorre il ventennale proprio in questi giorni, e a Bologna si disputa San Marino-Inghilterra, valevole per le qualificazioni ai Mondiali ammerreggani del 1994. 
Perché possano accedere alle fasi finali del Torneo, ai Tre Leoni di Her Majesty deve dir bene una combinazione non così semplice di risultati, ovvero vincere con almeno sette reti di scarto contro la rappresentativa del Titano (facile) e augurarsi che l'Olanda, concorrente diretta al passaggio del turno, perda a Poznan contro i padroni di casa della Polonia (meno facile). Qualora i due eventi non si verifichino in sincrono, l'Inghilterra volterebbe i piedi all'uscio, come solo un'altra volta era successo nella sua storia. Quando? Dovreste saperlo, bestie.

Comunque sia: ready steady go, Capitan Bonini (proprio lui, il centrocampista biondo di Juve e Bologna) dà il via alle danze, palla a Bacciocchi, lancio filtrante e sulla scena si inserisce un buon samaritano che, invece che proteggere la sfera o accompagnarla con sicumera al portiere Seaman, inventa un retropassaggio che diventa facile preda dell'animale col sangue più freddo di tutta la millenaria storia repubblicana di San Marino, l'uomo giusto al momento giusto, l'attaccante baciato dalla grazia Davide Gualtieri, che raccoglie il pallone e lo insacca nella rete inglese.
Ocio però perché tutto questo avviene in un tempo inferiore rispetto a quello che voi avete impiegato a leggere la mia descrizione del gol: 8 secondi e 3 decimi, 'na roba che, come direbbe Diego Abatantuono:"Non zo ze mi spieco"

Per farvi capire la velocità della giocata, non posso mettere altro che un fermo immagine di quel gol perché non esistono foto. Qui il video.

Per San Marino è un gol storico, segnato contro una nazionale blasonata come quella inglese, per di più a tempo di record; per l'Inghilterra è invece, come avrebbe titolato il Mirror il giorno successivo alla partita:"The end of the world" perché sì, dopo questo regalo iniziale, i ragazzi della Regina decidono di far brutto e buttano sette palloni dentro la porta avversaria, ma ormai è come mettere un cerotto su una gamba di legno, non serve a niente. 
Avete presente le c.d.e della qualificazione, ecco: non solo l'Olanda di Koeman ha liquidato la Polonia per 3 a 1, ma i Three Lions non hanno nemmeno vinto con i sette gol di scarto che occorrevano per poter sperare in una fortunata combination. Morale della favola: l'Inghilterra non parteciperà a USA'94.
È andato tutto a carte quarantotto e, un po' per tacere della vittoria degli Orange ma soprattutto per non sminuire il fascino di questa storia, la colpa è di Davide Gualtieri. O meglio: il merito è di Davide Gualtieri, perché la colpa non è sua, "the guilty" è lo sciagurato difensore inglese che con un retropassaggio che più di definire "vacanziero" non si può fare, ha lanciato l'attaccante sammarinese verso la leggenda.

Nineties, so nineties

La storia di Davide Gualtieri è raccontata in diversi blog e svariati siti, a San Marino la gente gli chiede ancora l'autografo, e in Galles, Scozia ed Irlanda era diventato -ed è tuttora- idolo internazional-popolare, tant'è che al tempo venne addirittura realizzata la t-shirt "Gualtieri 8 seconds", letteralmente andata a ruba. Vi consiglio la visione di questo video (a mia volta suggeritomi dal buon Fabin), in cui l’attuale informatico di San Marino racconta il suo momento di gloria.

senza canappa, il simpatico Davide

Io però voglio parlare dell'altra faccia della luna, del "guilty" Stuart Pearce e del difficile amore tra lui e i Mondiali di calcio, per cui necessita fare qualche passo indietro.

anvedi che bellezza


TRE ANNI PRIMA

Italia'90, semifinale: Inghilterra gegen Nazis.
Dopo aver faticato a superare la fase a gruppi, la Germania Ovest, da sempre Nazionale refrattaria all'uscita anzitempo di scena, di riffa o di raffa si ritrova per la centoquarantacinquesima volta a giocarsi l'ingresso in finale. Dall'altra parte ci sono i Tre Leoni che, con usta e di misura, hanno eliminato tutti gli avversari che si son fatti sotto. Nonostante i risultati non straordinari è un'Inghilterra insolitamente bella, più grezza di quelle che sarebbero venute dopo ma con un 'heart and soul' che ai sudditi di Sua Maestà ricordano quella del'66.

Immagini così si vedono solo nella pagina di "Foto imbarazzanti feste"
Tra l'altro quello vestito da portiere è mio nonno

Ma veniamo al match.
I tempi regolamentari raccontano di uno sbiadito 1 a 1, mentre i supplementari non danno altra notizia che di due legni, uno a testa, indi per cui: rigorata. A sbagliare per gli inglesi, oltre Waddle, è il difensore con il numero 3, Stuart Pearce, e chi sennò? l'ex-elettricista detto "Psycho" che nel dopo lavoro gioca come terzino nel Nottingham Forest e a dirla tutta non lo fa nemmeno male. 

Gnint da fer, Stuart.

Stuart è un personaggio pittoresco, tanto schivo fuori dal campo quanto impulsivo e irascibile sul terreno di gioco: uno cui è facile venga la mosca al naso, come avrebbe detto mio nonno, i cui primi anni di attività vengono ricordati così su più di un sito: "full-blooded days". Da questo, ovviamente, il soprannome "Psycho".
Carismatico oltre ogni dire, Roy Keane (non proprio il figlio della portinaia) lo ha definito come:"Un uomo in mezzo a dei bambini", tanto per rendere l'idea dell'aura di autorità che lo circondava nello spogliatoio e da cui sicuramente deve aver preso spunto. 
Sul campo è un più che discreto difensore, ma ciò che lo rende speciale è la generosità agonistica. Ne ho letto una brillante definizione in lingua, che tradotta in italiano suona più o meno così:"Vorrei dire che indossa il cuore sulla maglietta, ma non posso, perché le maniche corte che porta col sole o con la pioggia, quasi siano il suo segno distintivo, rendono la maglietta stessa troppo corta per contenerlo tutto". 

Gli sta dicendo:Tirati su, merda".

Tornando bruscamente a noi, i bianchi di Inghilterra salutano il Bel Paese e tornano oltremanica. Due sono le foto che appendono al muro dei ricordi: le lacrime di Gazza e il penalty sbagliato di Pearce.



UN AMORE MANCATO

Il destino però dà sempre una seconda possibilità. Stuart e i Mondiali si ritrovano a Bologna, una fredda sera d'autunno che, come abbiamo letto duemila righe sopra, fa da preludio ad una notte senza luna. Certo, non che Pearce si presenti bene all'appuntamento, ma del resto è comprensibile, non è esattamente "lui... garofano rosse e parole, una vecchia cabriolet", anzi, è diventato più brutto dei debiti e ha il ghigno del cane che "esce pazzo". Insomma: non era stato love at first sight tre anni prima, non era scoccata la scintilla ora. Il pretendente è rifiutato e la situazione sentimentale su facebook viene aggiornata in "davo solo un'occhiata".
Il povero Stuart se ne va da Bologna con il cuore in fondo al pozzo, senza nemmeno aver strappato alla dama ambita un piatto di tortellini, questa volta ritorna in patria atteso dal capestro accusatorio della stampa, pronto ad essere giudicato come il bandolero che ha spedito in soffitta tutte le ambizioni mondiali inglesi, non è più lo sfortunato eroe di Italia'90.

E ora una canzone triste che renda l'idea.



IL MIGLIOR PSYCHO DAI TEMPI DI HITCHCOCK

Tutto il peggio possiamo dire degli inglesi, ma non che non siano furbi.
All'inizio degli anni'90, ormai fuori dai processi europei che avevano condannato i club d'Albione all'autarchia e avevano loro impedito di prendere parte alle competizioni continentali, la F.A. sa di poter contare su un buon numero di giocatori più che discreti ma cui manca quel quid per permettere al proprio paese di tornare in auge.
Quale miglior occasione se non l'organizzazione degli Europei di calcio?


I Tre Leoni passano agilmente il proprio girone e approdano ai quarti contro la Spagna.
Dopo 90 minuti la conta delle reti è ancora ferma a 0 e dopo altri 30 il risultato non cambia.
Ancora una volta si va ai rigori.

Potrei scrivere di questo filmato per almeno quattro fogli di word e quindici schermate di blog, ma sarebbe superfluo. L'unica cosa che mi sento di dire è che sono poche le cose che mi hanno trasmesso così tanta carica, ma roba che prenderei la macchina e, full gas, mi lancerei di notte lungo una strada qualsiasi, con la musica a tutto volume e i finestrini abbassati.
Poi vabbè, mi ricordo di avere una Panda, e capisco di dover cambiare paragone.


A Pearce tocca il terzo rigore, come noto non proprio il più frivolo dei cinque previsti.
In quel tiro c'è tutta la frustrazione che Stuart ha accumulato da Italia'90 a quel momento, passando pure dal retropassaggio omicida contro San Marino.
La palla va dentro, un istante di quiete, la realizzazione consapevole di aver cacciato via i propri demoni, poi lo sfogo verso la folla, una serie di “Come on!” e “Fuck” a bocca spalancata, da insegnare nelle scuole calcio di tutto il pianeta. 
Una scena degna del suo personaggio ma soprattutto del suo soprannome: Psycho, sicuramente quello migliore, dai tempi di Hitchcock.


Quest'immagine è entrata a far parte dell'iconografia calcistica inglese, e a buon diritto, credo ne conveniate.

Certo però che è strana, la storia di Stuart Pearce.
Dopo un amore mai sbocciato con i Mondiali, s'è ritrovato costretto a cantarne l'assenza per tutta la carriera, confinato in un cono d'ombra quasi fosse vittima di una maledizione: mai 'na gioia. Poi la rivincita, quella dell'eroe perdente, seppur in una competizione di lignaggio inferiore, ma dal sapore più intenso, più genuino, proprio a Londra, at home: un miracolo a km zero, non la conquista della donna più bella, ma di quella amata, la confessione di tutto il proprio amore verso l'Inghilterra.

Chiedete a qualsiasi inglese quale sia il miglior giocatore ad aver indossato la maglia bianca dei Tre Leoni. Vi risponderanno Rooney, Lampard, Lineker, Bobby Charlton, Bobby Moore...
Ma credo che molti, nonostante tutti i nonostante, diranno Stuart Pearce, perché quando esulti così, fa lo stesso se non sei il migliore: è la tua esultanza che è la migliore che si sia mai vista.
E lo è per tutte le ragioni di cui abbiamo parlato.

Qu'est-ce que c'est
fa fa fa fafafafaaaa!!!


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