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LUPO ULULÀ, CASTELLO ULULÌ – Il rifiuto del Lobo – PRIMO TEMPO

C'è solo una cosa che odio di più degli argentini, i catalani. (Freddy José Mendez Luna)

La fame viene e scompare, ma la dignità, una volta persa, non torna mai più. (Nonno Kuzja, Educazione Siberiana, 2013)

Capire poco, capirlo male

I primi segnali che sarei finito a raccontare questa storia, riannodando i fili dei miei ultimi mesi, cominciano a fine agosto a Barcellona.

Freddy, Ramo e il sottoscritto stiamo facendo tappezzeria al Ke Bar, provando il miglior mojito di Barcellona – come scritto nelle insegne di tutti i posti dove siamo finiti – e discorrendo di musica. Imbeccato dal maestro di vita Federico Buffa sono entrato nel loop di Andres Calamaro e sto monopolizzando la conversazione su questa nuova fase di ascolti della mia vita.

Dapprima vengo compatito, poi guardato con diffidenza ed infine trattato con l’accondiscendenza che si deve ad un parente ormai consunto dall’età e che ha lasciato per strada la maggior parte dei venerdì.

Poi, però, succede che Ramo si mette a canticchiare piano un pezzo “Flaca no me claves 
tus puñales…” e io evidentemente vado giù di testa.

Perché?


el mas grande de todos

Momenti di vero giubilo anticipano la mia risalita dall’oblio in cui i miei fratelli venezuelani mi avevano relegato. E la pezza musicale può continuare.
Scandagliamo abissi e vette del nostro ascoltato e finiamo, immancabilmente, a parlare di Shakira.
Esordisco piano: “Se fossi seduto ad un tavolo con Hitler, Donald Trump e Shakira e avessi due proiettili da spendere, sparerei a Shakira. Due volte.” I ragazzi si ammutoliscono: percepisco forte il loro fastidio e un’indignazione fuori luogo. Un’indignazione che mai mi sarei aspettato di sollevare nei loro animi, specialmente parlando di Shakira.
Nel dubbio ordino tre birre, le pago e cerco di capire che cosa avessi detto di così sbagliato. Freddy mi dice che non ho mai capito un cazzo e che prima di parlare della Shakira dovrei sciacquarmi la bocca con la candeggina. Due volte. Touchè.
Salta fuori che, a mia insaputa, Shakira prima di diventare una star del mainstream era già un idolo in Sudamerica poiché di indole rock e in possesso di un pensiero e attività sociale per nulla scontati.
“Santu ascoltati Pies Descalzos invece di dire delle cazzate.” A poche persone presto il mio orecchio ma Freddy e Ramo sono sicuramente tra quelle. Per cui mi segno di passare dalla stazione Shakira appena ne avessi avuto tempo.  E prometto di mantenermi, per il resto della giornata e della vacanza, a distanza di sicurezza dallo spinoso argomento onde evitare altri cali di mood.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Sol che.

Sol che, una notte, appena rientrato in casa ed impossibilitato a prendere sonno (Freddy non russa, testa motozappe smarmittate!), mi appoggio in balcone a fumare una sigaretta e a pistolare col telefono. La luna è grande e voglio ascoltare una canzone di Shakira, voglio capire. Finisco ovviamente lontano da qualsiasi singolo di Pies Descalzos – consigli? Thanks but no thanks! – ed incappo (?) su uno dei video più erotici della storia.
Indovinate un po’?

e così mi son messo ad ululare alla luna

Dalla Loba al Lobo

Poche cose sono imprevedibili come la mente umana. Una di queste è la capacità di profilazione degli utenti da parte dell’internet: il giorno seguente alle 17 visualizzazioni del video di Shakira, sulla mia timeline di Facebook compaiono – come consigliati – due articoli che riguardano un certo Jorge “el Lobo” Carrascosa.

proprio lui, il più atteso!

Inizialmente, come consuetudine, me ne sono battuto altamente le palle, poi, nel vedere quei baffi così ben curati e quello sguardo fiero che puntava sempre altrove, ho pensato che una possibilità al Lobo andava data.
Ed in effetti sì: la storia è interessante e possiede tutti i crismi necessari perché venga vergata sulle pagine degli 11 Illustri Sconosciuti. Solo che tra me ed “el Lobo” si frappone, in marcatura stretta e ineluttabile, la vita reale la quale torna a bussare con la consueta strafottenza richiedendo indietro con gli interessi il tempo speso in ferie. E i baffi del Lobo vengono inevitabilmente riposti nella soffitta del mio cervello.
I pianeti però hanno deciso di allinearsi seriamente e di fare di me la mano che darà altra visibilità alla storia.
Dopo il soggiorno a Barcellona e in virtù dell’amicizia che ci lega, Ramo ed io decidiamo che se anche siamo ad oltre 2000 km di distanza avremmo dovuto darci un’altra possibilità per suonare insieme.
Per questo motivo ricevo, ad intervalli vagamente regolari, registrazioni di canzoni che il mio songwriter preferito concepisce in terra di Catalogna. In questa maniera io ho la possibilità di sovraincidere pezzi di chitarra o di aggiungerci qualsiasi cosa mi venga in mente.
Sto un po’ divagando ma vi prego di avere pazienza perché poi il cerchio si chiuderà.

il nuovo giorno arriverà

Pochi giorni or sono mi arriva un vocale su messenger e distrattamente lo faccio partire. Onestamente non avevo nemmeno guardato chi potesse essere il mittente ,anche se, al secondo accordo di chitarra, mi ero già fatto un’idea ben precisa.
Giovi sapere a chi legge che Ramo adesso scrive nella sua lingua natìa (lo spagnolo) e questo piccolo inconveniente mi permette di comprendere poco dei suoi testi salvo alcune parole basilari. Entiendo un poco ma no hablo espanol, carajo.
Il fatto grosso è che il ritornello parla di un lupo che ulula alla luna e, come potete immaginare, è evidente che Jorge Carrascosa fuoriesca dall’oblio dove l’avevo parcheggiato e diventi la principale questione che mi occuperà la vita nei giorni a venire.

la distanza è solo nella testa fratello

In Europa contromano – che poi dici che non ti porto mai da nessuna parte ATTO I

Il 20 marzo 1976, nella prima sfida della tourneè europea in preparazione ai mondiali casalinghi del 1978, la nazionale argentina aveva espugnato una Kiev innevata e sconfitto la temibile U.R.S.S. col punteggio di uno a zero, grazie al gol dell’uomo forse più rappresentativo dell’11 allenato dal "Flaco" Menotti: Mario Kempes.

gol di Kempes? non pervenuto

Dico forse perché sicuramente a livello mediatico è quello più riconoscibile, ma dentro lo spogliatoio c’è qualcun altro che – per carisma, personalità e tenacia – tiene le fila degli undici in campo: lo vedete dopo pochi secondi nel video, con il numero 3, la fascia al braccio e due baffi da uomo: è Jorge “el Lobo” Carrascosa.
È una squadra di gente tosta quell’Argentina: ci sono “el Tolo” Gallego, il funambolo Housemann, Tarantini, “el Loco” Gatti, Daniel Passarella, Bochini e perfino Ardiles. Tutta gente che ha scritto pagine brense del gioco del calcio: non solo in Argentina o in Sudamerica. E pensare che tra tutte queste personalità la fascia la tenga al braccio Carrascosa rende l’idea del rispetto, della personalità e di che giocatore e, soprattutto, uomo fosse “el Lobo”.

l'amore al tempo delle reflex

Approfondimento dovuto: quien es “el Lobo”? – La primera parte

Ma chi o cosa era Jorge Omar Carrascosa? E soprattutto: dove voleva andare?
“El Lobo” nasce a Valentin Alsina nel partido di Lanùs, a cinque minuti da Villa Fiorito (la Betlemme di molti amanti de fùtbol) e a undici km da Plaza de Mayo (centro di Buenos Aires), il 15 agosto 1948 e tira i primi calci professionali – imponendosi immediatamente - con la camiseta bianco-verde del Banfield non ancora ventenne.
Curiosità: per il ruolo, terzino, ma soprattutto per generosità e carisma un altro terzino che esordisce in un Banfield-River Plate del 1993 verrà paragonato al Lobo: la sua scrima è sempre perfetta e il suo nome è Javier Zanetti.

1993-2016: il tempo è solo una chimera

Potrebbe sembrarvi una curiosità fine a se stessa, ma - credo io - se dopo venticinque anni la squadra in cui hai militato due stagioni da pischelletto ti prende ancora come termine di paragone per chi calca la tua area di campo qualcosa l’avrai pur lasciato in dote, non trovate? 
O magari, più prosaicamente, tutti quelli che sono venuti nell’interregno Carrascosa-Zanetti facevano schifo al cazzo. Delle due l’una.
Personalmente propenderei per la prima, ma, assodato che l’operazione nostalgia di recupero di tutti i terzini che si sono succeduti in biancoverde nel periodo 1970-1993 mi attira come correre scalzo su cocci di bottiglia, ognuno è libero di schierarsi dalla parte che lo stuzzica di più o darmi lumi sulla prima o seconda ipotesi.
Nel caso, grazie in anticipo amico/a: avanzi una birra.

senza baffi, in piedi, il secondo da destra è proprio Jorge "el Lobo" Carrascosa

Da lì, nel 1970, si veste di giallo-blu e si sposta a Rosario sponda canalla, facendo felice, seppur in anticipo sui suoi tempi, l’avvocato più importante dell’Emilia Romagna e forse del mondo.

belli, belli, belli in modo assurdo

Jorge Carrascosa resta all’ombra del Gigante de Arroyito fino al 1972 accumulando esperienza e partecipando, seppure in maniera marginale (conterà solo 6 presenze in quell’annata sulle quasi 90 totalizzate nei tre anni al Central), alla conquista dello storico campionato Nazionale 1971: il campionato del cuore per i tifosi canallas.

sballoso vedere, sballoso fare

La palomita

Mi sarebbe piaciuto che Carrascosa avesse partecipato maggiormente alla vittoria del Central nel Nazionale del 1971, perché così questa connessione neurale sarebbe stata meno discutibile. Ma resta il fatto che non si può passare da Rosario, parlare di calcio e non dire nulla sulla palomita. Per fare un paragone: andare a Roma e non vedere il Papa sarebbe un peccato infinitamente meno grave.

Poy: baffi, nasone e palomita

Come già ribadito su queste pagine, l’organizzazione dei tornei in Sudamerica ha sempre risentito – o sempre beneficiato – della fantasia dei piani alti delle federazioni. Nello specifico la stagione argentina – dal 1969 al 1984 – era così suddivisa: per i primi sei mesi si concorreva al titolo di campione “Metropolitano”, nei secondi sei mesi al titolo di campione "Nazionale”. A testimonianza di questa meravigliosa schizofrenia nell’organizzazione aggiungo che il numero di squadre partecipanti, la loro suddivisione e la tipologia della fase finale sono mutate quindici volte in diciannove anni. E parlo solo del Nazionale. Immaginate il resto.

Nel 1971 le squadre erano divise arbitrariamente in due gironi e le quattro migliori si sarebbero sfidate in gara secca in campo neutro sia per quel che riguarda le semifinali (la prima di un girone contro la seconda dell’altro) che per la finale.
I bizzosi dei del pallone stabiliscono che una delle due semifinali metta di fronte il Rosario Central e gli odiati leprosos del Newell’s Old Boys. Stiamo parlando delle due squadre più importanti e seguite (eufemismo!) di Rosario, città che respira e vive/muore a ritmo di fùtbol. E per questo, forse, si tratta delLA rivalità più sentita del calcio argentino. Qualcosa di assimilabile più ad una guerra culturale, anche se guerra è un termine del cazzo. Per capirci: le dispute tra guelfi e ghibellini o tra unionisti e lealisti o, addirittura, tra Maggie Simpson e il bambino monociglio, se paragonate al sentimento che contrappone leprosos y canallas, vengono derubricate a piccole ed infantili scaramucce.
Ma su questo sarebbe poco serio che mi dilungassi: Vi invito perciò, se interessati all’argomento, ad abbeverarvi ad una delle mie fonti maestre che, non troppo tempo addietro, ha esaustivamente trattato l’argomento. 

Rosario Central vs. Newell's Old Boys 

La suddetta semifinale tra Rosario Central e Newell’s Old Boys si disputò allo stadio Monumental di Buenos Aires il 19 dicembre 1971. La partita, ovviamente nervosa e tirata fino allo spasmo, venne decisa, al minuto 54, dal volo di Aldo Pedro Poy.

La palomita de Poy

Cuore canalla e attaccante vocazionale, Poy trascorse tutta la sua carriera al Rosario dimostrando un attaccamento ai colori ai limiti del patologico.
Un esempio per tutti: dall’esordio in giallo-blu datato 1965, Poy vede la porta con il contagocce (ok corre tantissimo, ok il sacrificio e il sudore, ma un attaccante deve buttarla dentro sennò vale tutto) segnando – fino al 1970 - 15 gol in 130 partite. Una miseria.
Così i dirigenti del Rosario si accordano con un’altra squadra di Primera Division – il Club Atletico Los Andes - per cederlo. Poy non accetta e fa saltare il trasferimento fuggendo di casa e riparando, da un amico, in un ranch situato su un’isola del Paranà. Lì rimane fino al salto della trattativa -  prendendo per sfinimento il presidente canalla Victor Vesco - e ripresentandosi soltanto sul pullman che stava portando il Rosario Central ad una partita a Buenos Aires qualche giorno più avanti.
Da lì in avanti, come per una macumba riuscita bene, Poy diventa sostanzialmente inarrestabile timbrando le reti avversarie regolarmente e diventando fulcro imprescindibile per il grande Rosario di quegli anni (2 titoli Nazionali e tre secondi posti tra Nazionale e Metropolitano tra il 1970 e il 1974).
Però per capirne l’immortalita bisogna tornare al 19 dicembre 1971. Quello che succede alle 19 e 09 è presto detto: la partita è bloccata che più bloccata non si può, ma Gonzalèz – “el Negro” Gonzalèz – scende sulla destra e la butta in mezzo all’area dove sbuca in tuffo, la palomita appunto, Aldo Pedro Poy che, de cabeza, griffa la sua eternità sportiva anticipando De Renzo.

el mas grande de todos, vol. 2

Il Rosario Central andrà in finale contro il San Lorenzo e vincerà 2-1. E visto che le cose se possono prendere una piega beffarda non si fermeranno mai a metà del guado, quella finale che consegnerà il titolo ai canallas, si disputò al Coloso del Parque (oggi Estadio Marcelo Bielsa) di Rosario, la casa degli acerrimi rivali del Newell’s Old Boys.


Ed è per questo motivo, per celebrare la palomita di Poy e renderla immortale ed immutabile nei secoli dei secoli amen, che ogni 19 dicembre, dovunque il puntero si trovi o dovunque venga convocato, ci sarà qualche sostenitore canalla nelle sue vicinanze pronto a crossargli un pallone più o meno regolamentare. E Poy, con una pancia più o meno regolamentare, si tufferà e colpirà quel pallone per indirizzarlo in una porta più o meno regolamentare e tramandare una, dieci, cento volte la leggenda de la palomita, del Campionato Nazionale 1971 e dell’orgullo canalla.
Esattamente come quel giorno a Buenos Aires e come quel 10 gennaio 1972 al Polo Norte - bar di Rosario - dove la celebrazione della sacra trinità cross-palomita-gol ha posto le sue fondamenta.

il 1971 per sempre

Approfondimento dovuto: quien es “El lobo”? – La segunda parte

Dopo l’ultimo positivo anno a Rosario, che gli aveva spalancato anche le porte della nazionale albiceleste, Carrascosa cambia per l’ultima volta casacca. Dal 1973 al 1979 la sua maglia sarebbe stata biancorossa e il suo domicilio eletto sarebbe stato a 5 km da Valentin Alsina, suo luogo natìo, al “Palacio” Tomás Adolfo Ducó casa del Club Atlético Huracán.

Huracán 1973

Jorge questa volta tocca la storia con mano perché sarà titolare inamovibile dell’undici che vinse in maniera magistrale il Campionato Metropolitano del 1973. È lui, nell’idea di Menotti, il trat d’union perfetto tra la sfrontatezza guascona e geniale di molti suo compagni (“el Loco” Housemann su tutti che, per dirne una, si permise di zittire il “Monumental” di Buenos Aires segnando da sbronzo marcio riportandoci alla memoria un compianto protagonista di questo blog) e l’equilibrio che necessita ad una squadra che vuole vincere.
Una squadra che ancora oggi viene ricordata, oltre che dai propri tifosi, da tutto l’establishment del calcio argentino come una sorta di avvento del messia: sostanzialmente la storia del futbòl albiceleste si divide in prima e dopo quella squadra celestiale.
Allenato da Luis Cesar Menotti alla prima esperienza in panchina – che dopo la vittoria del Metropolitano e complice il fallimento della nazionale a Germania 1974 verrà ingaggiato come C.T. dell’Argentina quasi a furor di popolo – quell’Huracán si distingue per il gioco brillante fatto di fantasia e possesso, inusualmente scevro dai consueti giochetti borderline sudamericani, per la coesione estrema tra i giocatori e, soprattutto, per la continua spinta verticale volta a trasformare le partite in continui assalti alla porta avversaria indipendentemente dal risultato e dalla posta in palio.
In definitiva uno spettacolo coi controcazzi.

dal vangelo del calcio argentino: un equipo que marcò un antes y un después 

Menotti trasforma l’insieme di buoni giocatori ed eccellenti individualità in una macchina perfetta con due concetti fondamentali: bel gioco e rispetto umano per i suoi uomini. Crea rapporti simbiotici con molti di loro e riesce a spronarli nella giusta maniera, fino a portarli al – finora – unico titolo della storia del club. Infatti i 4 titoli vinti tra il 1921 e il 1928 non hanno valenza per l’AFA (federazione argentina) in quanto conquistati in epoca pre-profesiònal.
Le basi gettate da Menotti rimangono salde e permettono all’Huracán, anche in assenza del “Flaco”, di restare nelle posizioni che contano anche negli anni seguenti in cui i biancorossi raggiungono la semifinale di Coppa Libertadores (1974) e giungono due volte ad un passo dal titolo (1975 e 1976).
La bandiera, però, rimane “el Lobo” Carrascosa il grintoso terzino che decide di rimanere a vita e di lasciare, dopo 7 anni, quasi 300 presenze e con due anni in anticipo sulla scadenza naturale del suo contratto, alla fine dell’anno 1979 per ritirarsi a vita privata.

Un petit dejà-vù

Dal 1973 in poi l’Huracán ha avuto alcune ghiotte occasioni per tornare sul tetto di Argentina ma le ha gettate al vento. La più clamorosa è sicuramente quella del “Clausura” 1994 (non voglio più tornare sui cambiamenti a sentimento del format del campionato argentino): l’Huracán è in testa con un punto sull’Independiente – allenato dal grande ex Miguel Angel Brindisi, uno dei protagonisti del Metropolitano 1973 - e con una sola partita da giocare che, mi sembra ovvio, è proprio contro i rossi di Avellaneda.
La chiudo easy: l’allenatore dell’Huracán era Hector Cuper. Per cui 4-0 Independiente e bona lè.
Every day is the 5th of may Hector!

sempre per restare in tema Inter: 2 gol li segna Rambert meteora che ebbe un solo grande pregio: fare in modo che Moratti comprasse anche Javier Zanetti


continua...

IL CAPO DELLA SITUA

L’episodio pilota: Time is a flat circle, David

Questa storia comincia con un gol bellissimo. Uno di quei gol che chiunque abbia calcato un campo rettangolare sogna di realizzare.
Immaginate di essere a Parigi, più precisamente al Parco dei Principi, il 13 ottobre 1993. Lì si gioca Francia-Israele.
Servono, però, un paio di fondamentali coordinate spazio temporali sulle quali costruire il nostro grafico cartesiano: si tratta della penultima giornata di qualificazione al mondiale americano e ai transalpini manca un punto per vidimare il passaporto e prenotare il volo transoceanico.
Si metta a verbale anche che gli israeliani, dal canto loro, sono la cenerentola del girone e hanno realizzato la bellezza di due punti in sette partite, conditi per di più dalla miseria di cinque reti.
Scende una pioggia incessante su Parigi, ma lo stadio è gremito e impaziente di festeggiare un mondiale atteso otto anni, dopo i fasti 80’s appena trascorsi.
L’inerzia dell’incontro, contro ogni logica e contro ogni bookmaker, vuole che dopo 20 minuti sia Israele a portarsi in vantaggio a conclusione di una bella azione corale conclusa dal carneade Harazi.
Les blues di Gerard Houllier non si scompongono e prima pareggiano alla mezz’ora con una rasoiata da venticinque metri del neo atalantino Frank Sauzée e, quasi allo scadere della prima frazione, si portano in vantaggio con lo straordinario gol di cui sopra.

David Ginola, splendida ala di cui è stato detto e scritto praticamente tutto, raccoglie una sventagliata di Didier Deschamps un paio di metri largo a sinistra rispetto al vertice dell’area di rigore avversaria. Mette giù il pallone di petto, converge e scarica un destro a giro imparabile per qualunque portiere in attività in quell’ottobre 1993. Si badi bene che raramente precisione, potenza e teatralità si fondono in maniera così perfetta. È un gol copertina, di quelli che ai giorni nostri riempirebbero le home-page dei siti sportivi per giorni e giorni.


David Ginola, perché io valgo

Per questo, stando così le cose, all’intervallo Francia avanti 2-1 e qualificazione sostanzialmente in ghiaccio.
I francesi, senza dimenticare la spocchia e il savoir-faire che li hanno sempre contraddistinti, gigioneggiano per tutta la ripresa dimenticando colpevolmente di chiudere la partita.
Per questo motivo quando, al minuto 83, Rosenthal prova un colpo sotto ridicolo e Bernard Lama lo respinge sui piedi del neo entrato Berkovich, in pochi possono sentire cattivi presagi nell’aria umida di Parigi. Certamente non Marcel Desailly che trascina il pallone in porta con la stessa ineluttabilità con cui i massi di pietra trascinavano gli spioni sul fondo del porto del Queens ai tempi della famiglia Gambino.
Ma, onestamente, un punto bastava e un punto stava arrivando. Che problemi avrebbero mai potuto creare questi scappati di casa ad una corazzata come quella francese?
Mo’ ve spiego: 32 secondi dopo il minuto novantadue, Berkovich allarga per Levy che corre sulla fascia sinistra, si beve in allegria Desailly e Laurent Blanc e mette un pallone infido all’interno dell’area transalpina. Qui irrompe Reuven Atar che in demi-volée deposita le ballon dans au but e condanna la Francia ad attendere un altro turno in prigione prima di poter partire per gli Stati Uniti.

lo splendido goal di Ginola e i prodromi di un suicidio collettivo

E il turno decisivo si gioca il 17 novembre 1993 contro la diretta concorrente per l’ultimo posto disponibile in quel Gruppo 6: la Bulgaria.
È la classica partita da dentro o fuori in cui la Francia padrona di casa ha nuovamente due risultati su tre per imbarcarsi verso il mondiale americano.
Per l’occasione rientra “Le God” Cantona che gioca in luogo di Ginola e realizza la rete del vantaggio transalpino al minuto trentadue su sponda aerea di Jean Pierre Papin. Il cross che mette in moto JPP, per onore di cronaca, è di Didier Deschamps che aveva fatto partire l’azione con un’entrata killer non sanzionata dall’arbitro ai danni di quel bel mago di Trifon Ivanov.

che la terra ti sia lieve Trifon

Neanche il tempo di dire “libertè, egalitè, Beyoncè” che da un corner battuto da Balăkov, Emil Kostadinov sbuca sul primo palo e pareggia i conti. Sono trascorsi cinque giri d’orologio.
Inutile sottolineare come la tensione torni a salire oltre il livello di guardia e ammanti le squadre che, per certificare questo climax, scelgono di non mandarsele a dire anche in virtù di quanto occorso nella gara di andata disputata a Sofia, in cui i bulgari vinsero due a zero e presero letteralmente a sputi i transalpini dopo il triplice fischio.

A venti minuti dalla fine, nell’ottica di sfruttare maggiormente il possesso palla, Houllier manda sul campo David Ginola in luogo dell’acciaccato Papin.

Il nostro, però, non è giocatore che ama le perdite di tempo e i cosiddetti giochini. E quest’attitudine lo porta, al quarantasettesimo secondo dopo il minuto 89, su azione da corner, a cercare un improbabile cross al centro dell’area bulgara invece di muoversi verso la bandierina e far scorrere gli ultimi secondi del match in questione. A parte che nei sedici metri bulgari c’è solo Eric Cantona, il cross risulta comunque troppo lungo ed è facile preda della retroguardia che rilancia per un’ultima azione, per l’ultimo assalto.
La palla giunge così a Ljuboslav Penev che lancia al bacio Emil Kostadinov che brucia Roche e fucila un missile terra-aria sul primo palo che bacia la traversa e si insacca.

la legge di Freddy, Andre e Santu: se qualcosa potrà andare storto, ci andrà

Ljuboslav Penev ed Emil Kostadinov sono il giudice e il boia di quella Francia… Proprio loro che in quel novembre erano entrati in Francia illegalmente, sprovvisti di regolari documenti, nascosti nel baule della macchina del portiere bulgaro Borislav Mihajlov, che giocando in Francia per il Mulhouse conosceva perfettamente i posti di blocco più sguarniti tra Francia e Germania. Roba da film!
Così il Parco dei Principi si gela un’altra volta e non si riprenderà per un quadriennio abbondante.
L’ultimo biglietto per i mondiali USA lo stacca, all’ultimo respiro, la Bulgaria.
Bog e bulgarska! Dio è bulgaro!

La Francia tutta, con il c.t. Gerard Houllier a fare da capofila, se la prende con David Ginola reo di non aver tenuto quel fottuto pallone tra i piedi e di essere il solo responsabile del fallimento della spedizione. Teoria, a mio modo di vedere, parecchio discutibile ma sfortunatamente comprensibile, data la trivialità della natura umana in generale e pallonara in particolare.

Time is a flat circle, David.

poco da fare, la classe non è mai acqua

La vie en Blanc/Rouge A-side

nel niente sotto il sole

La Bulgaria che si presenta ai nastri di partenza di USA ’94 è tutt’altro che una squadra di merda. Anzi. Si piazza in campo con un 4-3-3 che, come vedremo, avrà un paio di varianti statisticamente rilevanti.

In porta c’è lo scarso crinito a fasi alterne Borislav Mihajlov, l’uomo dal baule sempre pieno e dal miracolo facile. Difese la porta della Bulgaria già al mondiale del 1986, mandando in menata Altobelli e compagni che all’esordio non andarono oltre l’1-1 contro una squadra non certo irresistibile. Davanti a lui Hubčev, Kremenliev, Cvetanov e uno degli idoli personali di chi vi scrive: il bel Trifon Ivanov menzionato poche righe sopra. Difensore roccioso ma dai piedi abbastanza educati, il suo colpo migliore era la punizione dalla lunga distanza in quanto nel suo piede destro erano presenti tracce di tritolo di poco inferiori a quelle rintracciate nel sinistro di Rivelino. Per motivi che vi appariranno implacabili più avanti, però, furono rarissimi i suoi calci piazzati con la maglia della nazionale.

Davanti a loro Jankov fungeva da 4 classico con ai lati le smaliziate mezz’ali Balăkov e l’Attila Lombardo dell’est Iordan Lečkov, che portavano in dote l’enorme esperienza accumulata giocando in Bundesliga con Stoccarda e Amburgo.
La linea offensiva prevedeva i due giustizieri della Francia, Penev e Kostadinov, e con la libertà di giostrare dietro di loro, o davanti, o di fianco, insomma di fare un po’ il cazzo che gli pareva che tanto qualcosa di pericoloso sarebbe uscito dal suo cilindro, uno dei due più grandi giocatori bulgari all-time: Hristo Stoičkov*.

Il sollevatore bulgaro

Preferisco le impressioni. Le impressioni emozionano. È inutile conoscere: molto meglio supporre. (V.C.) 

Hristo, già dal nome, rappresenta quei tipi di giocatori tanto cari a chi scrive: talentuosi oltre ogni limite della decenza ma anche, oltre lo stesso limite, irascibili, dissipatori di occasioni, casinisti e, in ultima istanza, capaci realmente di qualsiasi cosa.

sul Mercedes cabinato è arrivato il Marajà

Hristo che saltò il mondiale del 1986, già allora era il migliore della nazione con un paio di giri di pista sul secondo, perché nella finale di ritorno della Coppa di Bulgaria nel 1985 tra il suo CSKA e il Levski Sofia - dopo il 4-0 dell’andata - entrò in campo indossando, con chiari intenti provocatori, il numero 4. E che non ancora soddisfatto prese parte attiva alla rissa finale che costrinse il governo bulgaro, non avete letto male IL GOVERNO BULGARO, a sciogliere le due squadre e a sospendere i giocatori coinvolti nella rissa a tempo indeterminato.
Hristo che fece innamorare Johann Crujiff, che se lo fece comprare immediatamente dopo la doppia semifinale di Coppa delle Coppe - stagione 88-89 - che vide il Barcellona eliminare il CSKA. Doppio confronto in cui Stoičkov segna tre reti e fa ammattire i catalani.
Hristo che, per ripagarlo di cotanta fiducia, nel dicembre del 1990 durante la finale di  andata della Supercoppa di Lega contro il Real Madrid reagì all’espulsione del suo mentore in panchina rifilando un pestone all’arbitro, chiaramente reo di peccato di lesa maestà.
Hristo che, si narra, facesse incetta di “regalini” direttamente dagli effetti personali dei suoi compagni di spogliatoio, Hristo il cattivo, Hristo parte integrante e fondamentale del maledetto “Dream Teamblaugrana che vincerà tutto a inizio anni ’90, Hristo che ovunque è stato, tranne Parma forse, è rimasto nel cuore della gente.
Hristo numero 1 a pari merito nella storia del calcio bulgaro.
Ecco, come dire, a manovrare la Bulgaria, in campo e fuori, c’è lui. E scusate se è poco.

La vie en Blanc/Rouge B-side

Il sorteggione clamoroso pre-mondiale mette la Bulgaria in un girone di difficile lettura con Argentina, Nigeria e Grecia. Se i greci sembrano l’ineluttabile squadra materasso, si conosce poco delle Super-Aquile nigeriane che suscitano un giusto mix di curiosità e aspettative. L’Argentina, invece, ha guadagnato il pass per i mondiali in un drammatico spareggio con l’Australia, ma soprattutto ha recuperato D10S, Diego Armando Maradona. Motivo per cui la squadra è illeggibile per definizione.
Inoltre, quando è il momento di diramare la lista dei convocati, il c.t. Dimitar Penev non include nella lista il 9 titolare, ovvero suo nipote Ljuboslav. Colui che aveva servito a Emil Kostadinov il pallone che ha fisicamente portato la Bulgaria ai mondiali. Mistero risolto alla svelta: un tumore ai testicoli, poi superato, non permise a Penev di misurarsi con il mondiale americano. Così, al suo posto, trova spazio l’eterno Sirakov che nel mondiale del 1986 aveva dato seguito ai miracoli di Mihajlov contro l’Italia pareggiando a 5 minuti dalla fine una partita che la Bulgaria avrebbe dovuto ampiamente perdere. Ma il calcio è così, il calcio è strano Beppe.

Si parte il 21 giugno 1994 dal Cotton Bowl di Dallas contro la Nigeria e l’impatto bulgaro sul mondiale è peggio di un pelo pubico nel brodo dei tortellini: in 55 minuti le Super-Aquile banchettano avidamente sugli avversari e li seppelliscono con un 3-0 perfino stretto. Se il buongiorno si vede dal mattino, siamo rovinati.
Fortunatamente per la Bulgaria, per gli amanti del calcio e del calcio dell’est in particolare, così non sarà e il secondo match del girone disputato al Soldier Field di Chicago contro la Grecia segna un pronto riscatto. 4-0 per i rossi di Penev con doppietta di rigore di Hristo, gol dell’uomo ovunque Lečkov e sigillo in pieno recupero del neo entrato Borimirov.
Il discorso qualificazione, vista anche la vittoria dell’Argentina sulla Nigeria, si decide all’ultima giornata.

Intermezzo fuorisma: Ancora lui! Ancora D10S!

Diego Armando Maradona è rientrato, con vicissitudini varie ed eventuali che parton dal pratino e vanno fino al cielo, nel giro del calcio che conta e, ça va sans dire, della nazionale. La sua sola presenza permette ad un gruppo di notevoli individualità – Redondo, Balbo, Batistuta, Caniggia, Simeone – di ritrovare una fiducia nei propri mezzi che sembrava persa nell’umiliante sconfitta interna, 0-5, contro la Colombia di Maturana che costrinse l’Argentina allo spareggio per il mondiale di cui accennato prima.
Ed infatti nella prima partita contro la Grecia, vinta 4-0, Maradona timbra l’ultima rete andando ad esultare come un invasato davanti alle telecamere come a dire “Non vi libererete mai di me” o, più prosaicamente, “Cazzo che botta!”.

meglio un giorno da Maradona che una vita da Pelè

Nella seconda partita guida la sapiente rimonta contro la Nigeria mandando in rete Caniggia, per il gol del definitivo 2-1, con una punizione battuta d’astuzia.
Poco da fare, con D10S in campo l’albiceleste fa paura.
Solo che il controllo antidoping post-Grecia regala l’ennesimo colpo di scena: Maradona positivo all’efedrina. Ora io non voglio entrare nel merito e nell’opportunità di tutto quanto (che è una questione puzzolente come un cadavere al sole da tre settimane), ma riporto il fatto che Maradona fu spedito via dal mondiale senza troppe cerimonie, dopo che TUTTO gli venne permesso per esserci.
E la ricaduta per l’Argentina fu inevitabilmente enorme.


La vie en Blanc/Rouge C-SIDE

È chiaro che gli argentini siano ancora sotto shock, ma il 30 giugno 1994 al Cotton Bowl di Dallas, la lezione che viene impartita dalla Bulgaria mette nell’orecchio la pulce che, anche se Maradona avesse preso parte all'incontro, ci sarebbe stato poco da fare.
Dopo un primo tempo all’insegna del nervosismo e della tattica, nella ripresa i tre avanti bulgari, ben supportati da Lečkov e Balăkov mettono a ferro e fuoco la retroguardia sudamericana. E prima Hristo, al minuto 55, su perfetto suggerimento di Emil Kostadinov e, al tramonto del match, l’esperto Sirakov chiudono i conti e qualificano la Bulgaria in seconda posizione in virtù dell’incontro appena vinto.

Negli ottavi di finale, giocati nella canicola del pomeriggio del Giants Stadium di New York, la Bulgaria si trovò ad affrontare lo scorbutico Messico e tutte e due le squadre si trovarono ad affrontare l’inadeguatezza dell’arbitro siriano Jamal Al Sharif. Senza Ivanov, Jankov e Cvetanov squalificati, Stoičkov prende per mano la squadra e realizza il gol dell’uno a zero dopo sei minuti a conclusione di un contropiede spietato. Poi, al diciottesimo, entra in scena il refree che fischia un rigore illogico per il Messico che Garcia Aspe realizza, riequilibrando il tutto. Non contento di aver fischiato a vanvera nei primi 45 minuti, lo scienziato siriano espelle a caso Kremenliev al 50esimo e dopo 5 minuti, divorato dal senso di colpa, indica l’uscio anche a Luis Garcia, il più talentuoso dei messicani. Da lì in poi le compagini, dilaniate dal caldo newyorkese, decidono di andarsela a giocare di buon grado dagli 11 metri.

Jorge Campos: piano, piano. sottovoce. come piace a noi.

Avrebbe dovuto essere la giornata di quel fenomeno da circo che è stato Jorge Campos, soldo di cacio che difese la porta del Messico e che fece del gusto nel disegnare (e far cucire alla mamma) i propri capi d’abbigliamento il suo punto di forza, ed invece è la giornata di Mihajlov che neutralizza tre rigori e spedisce la Bulgaria ai quarti di finale.

Uno degli aforismi più abusati nel mondo del calcio è attribuito a Gary Lineker e recita il consueto “Il calcio è uno sport semplice, si gioca in 11 contro 11 e alla fine vincono i tedeschi”. Ma i ragazzi di Penev o non capivano l’inglese o se ne strafottevano altamente di quello che ebbe a dichiarare una vecchia gloria come il buon Gary.
Perché il quarto di finale Germania-Bulgaria è una sinfonia magistrale. I tedeschi soffrono per tutto il primo tempo e solo un Illgner in versione deluxe su Stoičkov e Lečkov e il palo che ferma Borimirov fanno in modo che il punteggio rimanga in equilibrio.

In avvio di ripresa un’ingenuità dello stesso Lečkov regala un rigore alla Germania che Lothar Matthäus realizza con teutonica freddezza.
La Bulgaria barcolla, Andy Möller centra un palo poi, al minuto 74 Hristo Stoičkov si guadagna un calcio di punizione a ridosso dell’area tedesca. Sistema la sfera con cura, attende il fischio dell’arbitro e… Palla sopra la barriera e 1-1! 
L’iniezione di fiducia è tale che la Bulgaria si getta sui resti della Germania e, dopo tre minuti, Iordan Lečkov converte in rete di testa uno splendido cross di Kirjakov.

o anche del far passare un cammello per la cruna di un ago

I ragazzi che dovevano guardarsi il mondiale in Tv sono tra le prime quattro.
Ora si può ben dire: Bog e bulgarska! Dio è bulgaro!

un omaggio dal tubo: amici, servizi segreti bulgari, non sparate più al Papa.

E lasciamo stare che in semifinale si siano scontrati con Roberto Baggio e che, da buoni zingari, abbiano valutato la finalina per il terzo posto più inutile di una banconota del Monopoli. Questa Bulgaria è stata in assoluto la squadra più bella e inaspettata di un mondiale strano, caldo e con un fuso orario che ha costretto a giocare ad orari assurdi.
È stata definita da più parti la “golden generation” bulgara e su questo sono parzialmente d’accordo. Io credo che in un contesto come quello sia emerso una volta di più l’importanza di avere uno scudo, uno schermo, uno spauracchio da mostrare in faccia agli avversari nei momenti di debolezza e in quelli di massima forza.

"non è che poi salta e ci sporchiamo tutti?"

Questo è stato Hristo Stoičkov per quella Bulgaria: il cuore pulsante e il barometro della squadra. Capocannoniere del mondiale e Pallone d’oro grazie alle prestazioni americane, vien da pensare che, almeno per un mese, Dio sia davvero stato bulgaro.

*Gli eroi son tutti giovani e belli – Georgi Asparuhov

Apro brevemente una parentesi per parlare di chi, insieme a Hristo Stoičkov, ha fatto sognare la Bulgaria del pallone.
Per farlo, però, devo necessariamente tornare indietro al 30 giugno del 1971.

In un’anonima strada che portava verso Vraca, località balneare posta nel nord-ovest della Bulgaria, una vettura con a bordo tre persone si schianta contro un tir e prende fuoco. Per i tre non c’è scampo: game over. A bordo, insieme ad un compagno di squadra e ad un autostoppista, perdeva la vita a 28 anni il primo calciatore in grado di far inorgoglire il popolo bulgaro con le sue giocate. 

"dalla qua. mettila in banca sta palla"

Georgi Ashparuhov era stato il primo marcatore bulgaro nella storia dei mondiali (Cile 1962: Ungheria-Bulgaria-6-1) ma soprattutto aveva segnato il gol dell’1-1 a Wembley imponendo il pareggio agli inglesi neo campioni del mondo. Un gol di importanza capitale, specie per quei tempi, che lo consacrò definitivamente. Segnare a Wembley, nel tempio del football, contro i maestri inglesi, la rete del pareggio per una piccola realtà come quella bulgara: what else? 
In patria, in ogni caso, era già considerato alla stregua di un semidio per via dei suoi trionfi con il Levski Sofia, campionati e coppe a strafottere, mentre in Europa era già finito sul taccuino di Eusebio, tre reti tra andata e ritorno che fecero tremare il Benfica in Coppa dei Campioni, e di Nereo Rocco che, folgorato durante la Coppa delle Coppe 1968-69, ebbe a definirlo “il centravanti dei miei sogni, ciò”. 
Gli amici di penna del blog Lacrime di Borghetti, da cui mi sono lautamente abbeverato per reperire informazioni su Georgi, lo ricordano come il “Grande Poeta Bulgaro” e io mi associo. 
Certo che nella fantasia gli eroi son tutti giovani e belli, ma prima di essere giovani e belli bisogna essere eroi e se, a distanza di cinquant’anni, un popolo così pieno di vicissitudini ancora ti ricorda con entusiasmo… Beh allora forse un po’ eroe lo sei stato.

In the end, he was just comin’ back home

L'IMBARAZZO DELLE SCELTE SBAGLIATE - UN'ENCICLICA SU JAAP STAM

CIO' CHE DEVE ACCADERE ACCADE

San Giovanni da Cerreto Alpi una volta ha detto che ciò che deve accadere accade e sicuramente intendeva che per quante storie di calcio possano essere raccontate, non bisogna aver alcuna fretta di farlo perché non è importante cosa scrivere, ma quando e per quale ragione farlo.
E, fidatevi, quando Lindo canta di percorsi incomprensibili che tracciano traiettorie inequivocabilmente precise, dice il vero, come ineccepibile ne è il diretto corollario, ossia che improvvisamente s'è obbligati a cadere verso mondi leggeri per sconcertante necessità, in forza di quel che si è visto e sentito.

Traduco: recentemente son successe alcune cose che mi hanno portato a scrivere di quanto segue senza che io avessi assolutamente progettato di farlo.

Ciò che deve accadere accade, appunto.

Dopo Sassuolo-Milan 4-3 ho visto su Pagelle Ignoranti una foto che mi ha riportato alla mente un amaro ricordo. Guardatela e mettete da parte (e tornate pure a far finta che il 25 Maggio dell'anno di disgrazia 2005 non sia successo niente).


A seguito della sconfitta contro i neroverdi, l'AC Milan esonera Max Allegri e chiama Clarence Seedorf alla guida della squadra, il quale sbuca con l'idea molto americana di disporre di un allenatore per ogni reparto. Fa alcuni nomi, forse sapete/saprete quali, forse no.
Anyway: mettete da parte anche questo.

Infine, alcune sere più tardi mi ritrovo a giocare a Risiko con alcuni amici, tra cui Berta, la risposta di Maranello a Peter Crouch. Ebbene, le carte dei territori gli dicono male ed SB9 si ritrova le armate sparpagliate per tutto il globo terracqueo senza alcuna soluzione di continuità. Dopo alcune mosse che mi sentirei di definire "di un'ignoranza sensazionale", dispone alcuni buoni eserciti che appaiono pronti a sferrare attacchi su più fronti. Tuttavia, nel corso del suo turno egli sembra indeciso e non sa chi e dove aggredire. Gli viene appuntato:"Non sai cosa fare? Ma se hai l'imbarazzo della scelta?!?" E lui, valutando la forza numerica nonché la potenza di fuoco dei carrarmatini schierati sui territori confinanti, risponde sardonico:"Ho l'imbarazzo della scelta... Anzi no, delle scelte... delle scelte sbagliate però...". Infatti qualsiasi mossa faccia, scoprirebbe il fianco e la sua partita correrebbe il rischio di chiudersi anzitempo.


Al di là di Risiko, riconosco nella sua risposta una genialità assoluta che trova tantissimi equivalenti nella vita di tutti i giorni e alcuni paragoni anche nel calcio, e proprio in quel preciso momento ho la mia personalissima folgorazione sulla via per Damasco. Il percorso incomprensibile iniziato con la remuntada del Sassuolo contro il Milan, proseguito con l'ingaggio di Seedorf come allenatore e terminato con i carrarmatini viola di Berta schierati a cazzo un po' in Islanda, un po' in Quebec e un po' in Europa Meridionale diventa chiarissimo.

Ciò che doveva accadere sarebbe accaduto, il mondo leggero verso cui sarei caduto per sconcertante necessità e in forza di ciò che avevo visto e sentito era quello del pallone: non avrei potuto far altro che parlare di Jaap Stam.



ESISTONO DUE CATEGORIE DI ESSERI UMANI: GLI ITALIANI E QUELLI CHE VORREBBERO ESSERLO (Cit. Joe Bastianich)


29 Giugno 2000, siamo in orario aperitivo-inoltrato e tutt'Italia, o per lo meno quella rappresentata dai maschi-Alfa, il cui cuore ed il cui cervello sono mossi da un pallone con esagoni bianchi e pentagoni neri, è incollata alla televisione perchè ad Amsterdam sta andando in scena quella che passerà alla storia del calcio come la più bella Fort Alamo azzurra di tutti i tempi, la semifinale dell'Europeo disputata contro i peggiori avversari che potessero capitarci in quel delicatissimo frangente: i padroni di casa dell'Olanda.

Per ragioni che non indagheremo qui, la sto guardando in macelleria insieme al titolare dell'attività e al mio amico Mario, il quale ha l'enorme difetto di essere un gobbo demmerda ma che come me ama i colori azzurri (quelli della Nazionale, beninteso) e con il quale, quell'estate, avevamo ingaggiato la sfida a chi avrebbe guardato più partite dell'Europeo. Nessun problema, non fosse che proprio in quel periodo avevamo l'esame di Maturità.
Comunque!
Sappiamo tutti come andò a finire ma voglio comunque elencarvi alcuni episodi salienti e voglio farlo per due motivi: in primis perchè successe di tutto (a mia memoria non ho mai più rivisto una partita così), in secondo luogo perché anche a distanza di tempo certe cose fanno ancora godere uguale e se l'Italia stette (e tuttora sta) sul cazzo non solo a chi uscì ma anche a tutto il resto del mondo, fu perché chiunque, quella sera, avrebbe voluto essere italiano.

Godo ancora

Ricorderete che all'inizio del Campionato Europeo si infortuna Buffon, il quale viene sostituito dal suo vice Francesco Toldo, non ritenuto però all'altezza del portiere juventino. Fortunatamente questo non incide in negativo, tant'è che la Nazionale Italiana vince tutte le partite che gioca, passa come prima del girone e supera la Romania ai quarti di finale. A quel punto però, per una strana legge del contrappasso declinata in chiave calcistica, la situazione volge al peggio e ci si ritrova in quello che sembra un epilogo già scritto: la griglia dice Netherlands, paese organizzatore nonché nazionale favoritissima. 
#sfigaticomeuncaneinchiesa

Esticazzi

L'Amsterdam ArenA è una santabarbara arancione, 'na roba che se i tifosi Oranje avessero a mano quelli italiani, li butterebbero in mezzo ai fiordi e li annegherebbero. Non bastassero queste condizioni climatiche ostili, ci si mette anche l'arbitro Marcus Merk che al 33' del primo tempo caccia fuori per somma di ammonizioni Zambrotta, il meno cane di tutta la brigata, ma un po' Zenden che pare una scheggia impazzita, un po' il direttore di gara che, comprensibilmente impaurito dalla marea arancione tutto intorno, non fischia per l'Italia nemmeno per sbaglio, la gestione della gara è più a senso unico della partita della morte.

A questo punto l'Olanda ha l'imbarazzo della scelta, anzi no, delle scelte: ha tutte le carte in regola per vincere. È padrona di casa, si ritrova in superiorità numerica e può contare sul tifo del 99% del pubblico pagante e sull'appoggio di quello non pagante, ossia la terna arbitrale: insomma, questa partita la può perdere solo lei, è sufficiente che tutti i giocatori abbiano le scarpe allacciate, che in questo momento la cosa che più assomiglia all'Italia è Bernardo il servitore di Zorro, muto e (apparentemente) rassegnato.

Gli arancioni la mettono sulla tecnica (da vendere) e sulla corsa (da darne via in sconto). Tirano ogni volta che vedono la porta e il più pericoloso è l'avvelenato Bergkamp che colpisce il palo; come direbbe Piccinini: botta incredibile, non va! Viene loro assegnato un rigore per tempo, ma il sottovalutato Toldo para il primo a Frank De Boer e nel secondo strega Kluivert che, pur spiazzando il portiere azzurro, calcia il pallone contro il legno. Ma non finisce qui. Quello italiano è un popolo temibile quando è chiamato a difendere un risultato e dopo 120 minuti di infarti giovanili (i miei) e sonore bestemmie montanare (quelle del mio sodale Mario), costringe l'avversario ai rigori.


Nesta la definì “la partita del miracolo” e se il premio come miglior attore protagonista lo vinse Toldo, i titoli di coda se li prese Francesco Totti riportando di moda lo scavino di Panenka.
In quel “Mo' je faccio er cucchiaio” sussurrato a Di Biagio a centrocampo non solo era racchiuso lo spirito di tutti gli italiani che si ritrovarono il cuore in gola per quello che non fu più di un secondo ma che parve durare una vita e mezzo, ma rappresentava anche, di contro, il più strano dei paradossi. L'Olanda aveva avuto l'imbarazzo della scelta, anzi, delle scelte, e fu capace di sbagliarle tutte: erano a campo vinto e mandarono tutto a carte quarantotto. Totti, che questo imbarazzo nemmeno doveva provare a immaginarselo, se lo costruì artificialmente, valutando tutte le possibilità di battere un calcio di rigore e scegliendo quella più facile da sbagliare. Per nostra fortuna gli andò di lusso.


Daje Francé!

Tra i rigori sbagliati ci fu anche quello di Jaap Stam, che al tempo veniva considerato l'uomo più sgodevole del mondo, cattivo come l'olio di ricino. Per la cronaca il pallone calciato dal marcantonio di Kampen deve ancora scendere.
Qui il missile terra-aria del centralone olandese, commentato così dalla Gialappa's:"E siete delle povere teste di minchia, siete una popolazione di imbecilli, quattro rigori consecutivi sbagliati!"

Tutti sappiamo anche come finì quel torneo anche se credo che nessuno lo abbia definito meglio dei tremendi ragazzi di Mai Dire Gol:”Abbiam rischiato di vincere un Europeo con un gol di Del Vecchio...”, ma un'altra cosa, a parte il cucchiaio di Totti, mi è sempre rimasta in mente, e riguarda proprio Stam.


Durante Repubblica Ceca – Olanda (I suppose, perché in rete non esistono immagini o video di quello che vado tosto a raccontarvi) succede infatti che lo spaventoso difensore olandese subisce una gomitata all'altezza del sopracciglio. La ferita è profonda, perde molto sangue, occorre che gli vengano applicati dei punti.
Per capirci, ad una persona qualunque il medico condotto avrebbe firmato un day hospital e tre giorni di assoluto riposo. Cosa fa invece Stam? Si siede in panchina, chiama il Doc e gli dà cinque minuti di tempo per suturare l'arcata sopraccigliare così come se niente fosse. Ricordo perfettamente le mani tremanti del medico che con ago e filo ricuciva la pelle del bad boy olandese, quasi temesse di disturbarlo mentre questo teneva gli occhi fissi sullo svolgimento della partita, dispiaciuto non tanto dell'aver preso una brutta botta, ma per la beffa di aver temporaneamente abbandonato la sua squadra in dieci uomini.


THE BIG MISTAKE

Dovessi definire Jaap Stam direi che sia stato uno di quei difensori che non chiedono né permesso prima né scusa dopo, di quelli che quando tu, attaccante, ti stai avvicinando a loro percepisci le stesse emozioni che proveresti ad un concerto dei Rammstein quando attacca Feuer Frei!, che più ti fai sotto, più e facile imbattersi in una girandola di schiaffi a stretto giro di posta.

Di' che vengano avanti, che le prendono dispari

L'olandese Jakob -perché questo è il suo vero nome di battesimo- assurge agli onori della cronaca sportiva ai tempi del Manchester United del Treble, la squadra che vince la Champions League contro il Bayern Monaco.
Centrale difensivo, fa coppia con Ronny Johnsen e ha preso il posto di Gary Pallister -una mezza leggenda dei Red Devils- senza farlo rimpiangere, tutt'altro. Al di là del fisico da corazziere, ha un fare intimidatorio che presto lo porta ad essere temuto e rispettato ben oltre alle abilità tecnico-difensive. 
Per intenderci, all'epoca giocano molti altri difensori di alto livello, basti pensare a quelli italiani: Maldini, Nesta e Cannavaro, tanto per dirne tre. Ma se questi hanno un bagaglio di tecnica enorme ed un'eleganza che potrebbero passeggiare nelle passerelle di moda e mandare affanculo la Naomi Campbell di turno, lui fa della forza fisica e del tempismo le sue armi principali. Tuttavia, pur cambiando l'importo degli addendi, il risultato è lo stesso, stiamo comunque parlando di un top player dalla solidità difensiva impressionante che raramente incappa in cartellini o in altre sanzioni disciplinari di vario genere.

Ebbene, a cavallo del 2001/2002, il Manchester United versa in una difficile situazione finanziaria. Il “da-poco-Sir” Alex Ferguson, allenatore con deleghe ufficiose/ufficiali a livello di mercato, deve vendere giocatori per rimpolpare le casse della società. Ha l'imbarazzo della scelta, anzi no, delle scelte.
Giocatori esperti ormai a fine corsa che potrebbero comunque esser venduti a prezzi elevati in campionati dal minor fascino, giovani promesse da girare ai top club spagnoli, giocatori di punta nel pieno delle grazie con cui fregare qualche Cragnotti o Moratti della situazione. Vero è, però, che alcuni dovrebbero rimanere intoccabili e tra questi dovrebbe esserci anche Stam, il centrale intorno al quale ruota la retroguardia dei Diavoli Rossi.

C'eravamo tanto amati

Dovrebbe, perché a quanto pare non è così intoccabile come pare a tutti, dagli addetti ai lavori all'ultimo degli uomini della strada. Il Manchester United riceve l'offerta della Lazio di Cragnotti, quasi l'equivalente di 18 milioni di sterline. Fergie fa i conti della serva:”Dunque, vediamo, Stam torna da un infortunio ai tendini di achille, non sarà più quello di una volta, ha già ventinove anni... 18 milioni di sterle? Mmm... dov'è che devo firmare?” ed immediatamente telefona a Jaap, il quale in quel momento si trova dal benzinaio. L'allenatore intima di aspettarlo lì, lo raggiunge e gli spiega la situazione. Stam realizza che è ora di voltar gallone, che se Sua Maestà Alex Ferguson gli sta chiedendo di andarsene proprio lì, davanti ad una pompa di benzina, allora non c'è nemmeno bisogno di pensarci.
Arrivederci e grazie, l' affare si chiude a 13,5 milioni di sterline: Jaap Stam diventa un giocatore della Lazio.

Déjà vu derby style

Col senno di poi Ferguson sarebbe arrivato a pentirsene, ammettendo il suo grande errore, forse l'unico che mai abbia riconosciuto. Aveva l'imbarazzo della scelta, riuscì a sbagliare. E, cosa curiosa, ma d'altro canto è il fil rouge dell'articolo, ci andò nuovamente di mezzo Stam.

Due botte no, eh?


FORSE NON TUTTI SANNO CHE

Nella Lazio del 2001 giocano calciatori con cazzi e fantacazzi che hanno portato a Roma il secondo Scudetto della loro storia, la Coppa delle Coppe e la Supercoppa europea, vinta proprio contro gli “Invincibili” del Manchester United.
Tutto ok, non fosse che c'è un problema: il presidente Cragnotti è fondamentalmente un bandito e le tribolate vicissitudini societarie stanno sempre più influenzando i rendimenti di una squadra che sulla carta avrebbe ben pochi rivali non solo in Italia ma anche in Europa.
Stam fa in tempo ad arrivare prima che il giochino si rompa, o meglio, ha la grossa fortuna di incontrare sulla sua strada Roberto Mancini, allenatore che prende in gestione i biancocelesti a partire dalla fine del 2002. La Lazio termina quarta disputando un campionato di tutto rispetto e sfiorando traguardi importanti come le finali di Coppa Italia e Coppa Uefa (semifinale persa contro il Porto di un allenatore allora sconosciuto ma che avrebbe ben presto fatto parlare di sé: Josè Mourinho).

Sapeva anche essere supersimpa

Ora apriamo una parentesi graffa, che vi spiego come io e il coautore del blog siamo entrati in contatto.La nostra amicizia, nonostante possa ormai annoverare numerose esperienze di livello altissimo (l'esempio del Carrefour di Massa-Carrara ne è l'ultimo fulgido esempio), è paradossalmente relativamente giovane. 
Sebbene i più credano che sia stato il Noto PITTORE Emiliano Emanuel Gavioli ad averci introdotto l'un l'altro, in realtà “the story so far” ha inizio grazie all'insospettabile Tommy Panini (col quale condivido la miglior chat Wazzup che abbia mai avuto e che mai potrò avere) che, nella torrida estate del 2004, mi chiede in prestito un libricino uscito con La Gazzetta dello Sport, dedicato a Roberto Mancini, che avevo acquistato perché ho sempre adorato il Mancio e volevo saperne di più sulla sua carriera di giocatore.

Daje de tacco, daje de punta, Robbè!

Con fare molto alla “Soul Goodman” il bravo Panino mi dice che conosce qualcuno che conosce qualcun'altro -di fede blucerchiata-, cui questo libricino potrebbe interessare molto. Non mi informo riguardo chi sia e glielo consegno, a Tom presterei anche le chiavi di casa mia.
Avrei imparato anni dopo che quel libricino di cui m'ero pure scordato il nome e che credo d'aver perso da qualche parte in solaio, era destinato a Santu. Forse non lo sapevate, o meglio: di sicuro non lo sapevate, dato che anche io l'ho scoperto da poco. #icazzidellavita


Ecco, dovete sapere che nel 2003/04 il Mancio guida una Lazio disastrata alla conquista della Coppa Italia. Non è più la squadra “outstanding” di qualche anno prima, sulla carta ne è sola una brutta copia, ha perso parecchi pezzi pregiati, venduti ai grandi club di Nord Italia ed Europa. 
È cosa nota che il declino laziale sia inesorabile, che tutti i giocatori di valore abbandoneranno la nave prima che questa naufraghi nella bancarotta e s'areni nelle secche della media classifica.

In quel libricino c'è la risposta alla domanda che tutti s'erano fatti in quella stagione. Come diavolo aveva fatto Mancini a traghettare la squadra in piena burrasca, finanche a condurla alla conquista della Coppa nazionale?


L'allenatore jesino spiegava, con un'estrema semplicità di ragionamento, d'aver fatto un discorso molto schietto ai suoi ragazzi, cui aveva detto che alla fine della stagione in corso o di quella immediatamente successiva, la Lazio sarebbe andata in malora e i giocatori l'avrebbero seguita a ruota. Tuttavia c'era un modo per garantire a ciascuno di questi un futuro se non radioso quantomeno sereno: dovevano giocare al meglio delle loro possibilità. Qualora avessero disputato un buon campionato o vinto qualcosa, i club in salute avrebbero fatto a gara per acquistarli e avrebbero promesso loro un lauto ingaggio, cosa che, di contro, non sarebbe stata possibile se la Lazio avesse fatto cagare. In quel caso i giocatori sarebbero stati svenduti per un tozzo di pane al primo scemo di guerra che avesse avanzato una proposta e gli stipendi non sarebbero stati corrispondenti alle attese sperate.

Per il folklore non si può non postare questo video.

Notare Paolo Negro


SEI MINUTI DI SUICIDIO E FOLLIA

Giocoforza su Stam mettono gli occhi i Campioni d'Italia del Milan che con l'acquisto dell'olandese allestiscono una difesa straordinaria. Al suo fianco gioca infatti Alessandro Nesta (anche lui ex-Lazio), mentre sulle fasce i due nonni Cafu e Maldini hanno ancora la classe per dire a tutti "come si fa".
Il Milan, si sa, è squadra dal DNA europeo, e nel 2005 deve togliersi qualche sassolino dalla scarpa dato che l''anno precedente è stato rocambolescamente scaraventato  fuori ai quarti di finale dal Deportivo La Coruna: 4-1 a Milano per i Rossoneri, 4-0 per il Depor al Riazor e tanti saluti alla coppa dalle grandi orecchie.

A me pa' ch'i fan 'posta

Comincia la Champions, appuntamento di gala per il Milan, che passa il girone in carrozza, butta fuori lo United agli ottavi, supera l'Inter ai quarti e pesca il PSV in semifinale. Di tutte le squadre contro cui i rossoneri avevano giocato in quella competizione, il PSV è apparentemente la più triste di tutto il lotto. Ma... com'è che si dice? Mai vendere la pelle dell'orso prima di averlo preso: eggià.
Il PSV è l'underdog del torneo, una squadra equilibrata dalle buone individualità ma, soprattutto, non molla nemmeno venti centimetri. Ultimo ma non ultimo, è allenata dallo stregone Guus Hiddink.

A San Siro pare una passeggiata, il Milan vince con un perentorio 2 a 0 e il risultato ha tutta l'aria del "game, set and match". Tuttavia ad Eindhoven quella vecchia volpe di Cocu e quel coreano del cazzo di Park rimescolano le carte in soli venti minuti, portando il risultato sull'aggregate di 2 a 2. Si materializza il fantasma del Natale passato, sembra un'altra La Coruna, un altro Riazor. Poi, perchè il Dio del pallone aveva in mente una sceneggiatura tragicamente spettacolare, muove i fili perché Massimo Ambrosini al 90' inzucchi il pallone che vale doppio. Il Milan è a Istanbul, e il 3 a 1 che l'affascinante Philippe Cocu segna appena due minuti più tardi sembra non valere niente, ma in realtà, per come la vedo io, vale come una maledizione senza perdono, un vae victis da cui i rossoneri non si sarebbero mai guardati abbastanza.

Mazzimo Ambrozino, gran centrale di sbattimento

Allo stadio Ataturk di Istanbul si presenta il Liverpool di Rafa Benitez, all'apparenza una squadra di scappati di casa che però ha asfaltato tutti i rivali che ha incontrato on the road to the final: Bayer, Juve e Chelsea, quest'ultima sconfitta con quello che Mourinho definì come l'unico gol mai segnato da una tifoseria, un gol fantasma di Luis Garcia che l'arbitro molto probabilmente convalidò solamente perchè la Kop decise che il pallone era entrato.


Passano 53 secondi e pare avere inizio una delle più belle favole rossonere mai scritte prima: segna Paolo Maldini, il Capitano di lungo corso, uno che, contando anche tutte le amichevoli, comprese quelle giocate da bambino nel cortile di casa, doveva aver collezionato una decina di gol a star abbondanti. Crespo va in rete due volte e chissenefrega che a Shevchenko venga annullato un gol per fuorigioco, all'intervallo il tabellino parla chiarissimo: 3 a 0 per il Milan.

Il Diavolo ha -l'avrete capito, cambia il testo ma la musica no- l'imbarazzo della scelta, anzi, delle scelte. Può far quello che vuole, tanto non s'è mai vista una squadra rimontare tre gol in una finale di Champions League, per di più avendo a disposizione solamente un tempo e contro undici fuoriclasse che quando toccano il pallone sembra che questo canti, suoni e dica le poesie. Il Milan può continuare ad attaccare, amministrare il vantaggio, sequestrare il football, barricarsi in difesa tenendo bocca e gambe chiusi. Solo una cosa non sa di dover fare: dare per morto il Capitano dei Reds, Steven Gerrard, il cui happy ending finale non pare andare a genio.

Se Inglorious Basterds m'ha insegnato qualcosa è che se avessi fatto "il tre" così qualche guerra prima, i Nazi avrebbe trovato qualcosa da ridire

E difatti al nono della ripresa è proprio l'otto in maglia rossa ad accorciare le distanze, e improvvisamente all'orizzonte del cielo di Istanbul s'addensano nuvolaglie nere: la tempesta è in arrivo, Signor Wayne. #catwomanèsemprestata'naputtana

Quel che credevi raccolto arriva il vento a strapparlo
Non puoi più decidere, non puoi più decidere cosa sarai

Ricordo bene quel momento.
Esco dal pub per fumare. Torno dentro e non credo ai miei occhi, a quei grandissimi figli di puttana è riuscito l'impossibile e gli è riuscito in un amen, in soli sei minuti, neanche il tempo di una sigaretta. Il mio amico Checco, tifoso super partes, non sa cosa dirmi, e forse, come me, ricorda quello che era solito dire il nostro Professore di Chimica del Liceo (no, non era Walter White, per fortuna o purtroppo) quando a niente dalla campanella finale redarguiva chi era disattento:”Mancano ancora cinque minuti: abbiamo una vita davanti!”

Ma vaffanculo, va'.

Un'altra cosa ricordo perfettamente: la faccia di Paolo Maldini durante la premiazione e quella dei miei amici non milanisti nel vedermi sottoterra.
Il Milan doveva solamente scegliere cosa fare per conservare il vantaggio ma non ne era stato in grado. La cosa buffa fu che ancora una volta l'l'imbarazzo delle scelte sbagliate aveva travolto Jaap Stam.
La morale è che per quanto nel calcio, come nella partita a Risiko di Berta, si creino situazioni inequivocabilmente favorevoli, può non bastare e ciò che deve accadere accade, che sia il cucchiaio di Totti, una scriteriata scelta di Alex Ferguson o la mattana di Steven Gerrard. E Jaap Stam ne sa qualcosa.

Boh, vabbè.

PAYBACK DELL'AUTORE

Potrei terminare qui questa enciclica papale ma m'è salita la carogna, indi per cui chiudo il cerchio riportando alla vostra attenzione una partita che ho solo fatto finta di tralasciare.

Roma, 5 Maggio 2002.
All'Olimpico 40mila tifosi nerazzurri sono straconvinti di assistere alla passerella che porterà i nerazzurri a rivincere lo Scudetto dopo cinquecento anni, per una volta senza aver rubato nulla a nessuno. La Lazio è deconcentrata e demotivata, l'Inter non può perdere, ha solo l'imbarazzo della scelta di cosa e come fare per vincere, è troppo più forte della Lazio, i cui giocatori sono già in vacanza e ai cui tifosi non frega un cazzo di niente.
Strano ma vero, o forse no, quel 5 Maggio giocava anche Stam, ma almeno quella volta era dall'altra parte della barricata delle scelte sbagliate.


Sucare fortissimo, fat boy!


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