IL CALCIO DEGLI ALTRI - VOL. 1

GENIALE DILETTANTEN

Ascolto consigliato: Where do I begin – Chemical Brothers

Che pezzo

L’ascolto consigliato è quanto mai appropriato perché per raccontare questa storia è davvero difficile stabilire da dove cominciare, tale è il numero di connessioni neurali particolarmente discutibili da cui è affollata. Tuttavia vale la pena provarci, improvvisando una sorta di documentario immaginario che attraversa politica, musica, calcio e soprattutto la Storia, ovviamente quella con la S maiuscola. E se esiste un posto, ed esiste, che ha ed ha sempre avuto un rapporto ombelicale ed abrasivo con ognuna delle suddette categorie di pensiero, quel posto è Berlino.
Mettiamo allora un week end degli anni’80 in quel luogo fisico ma ancor prima mentale che un novero di band tedesche ha eletto come proprio domicilio artistico: Berlino Ovest. Si potrebbe curare una retrospettiva malata di quali e quanti gruppi popolassero i locali della città tedesca nei fine settimana, sponda occidentale della Sprea. Infatti, per quei tempi, valeva un motto a me molto caro che mutuo da una delle mie serie tv favorite, “Game of Thrones”, ossia che “Chaos isn’t a pit, chaos is a ladder”

Nerz inside

La confusione berlinese di quegli anni era fortissima, fertilissima e generava creatività; la mancanza di punti di riferimento da seguire con assoluta certezza e serenità lasciava liberi di non definire alcun contorno e, a volte, limitare la vista delle cose costringe ma soprattutto autorizza a spingere lo sguardo più lontano. 

Potrei richiamare alla memoria un sacco di band che identificano la Berlino di allora. 
Penso agli Einsturzende Neubauten, definizione per antonomasia della città stessa a cavallo degli anni’80. Tradotto significa infatti “Nuovi edifici che crollano”, come a voler dire che Berlino era il centro del mondo, anzi, era il centro di due mondi, uno dei quali, quello orientale, rappresentava il nuovo che non avanzava e che crollava su sé stesso. Da citare anche i Deutsch-Amerikanische Freundschaft, confidenzialmente chiamati D.A.F., risposta ad una domanda mai formulata, un effetto senza causa o una causa senza effetto, ‘na roba cui, anche sol per necessità di catalogazione, si fa fatica a trovare casa. Eppure forse è una delle più sintetiche di un’ipotetica compilation: senza stare a fare troppe messe in piega i loro brani descrivevano con ritmo arrembante, con un cantato rivedibile ed una buona dose di idee sconnesse il clima caotico di cui ho sbabbelato in precedenza. Insomma, me li immagino, ‘sti ragazzotti incerti del loro presente e del loro futuro ammassarsi in poghi selvaggi dentro discoteche losche e sporche, che nulla hanno da dire se non a chi non ha niente di meglio da fare. Quasi a dire, e chiudendo un ideale cerchio che ho aperto solo nella mia testa:”Delle sale da ballo un po’ più che di merda, un’opinione pubblica un poco meno stupida”.

Ascolto indispensabile: Live in Punkow – CCCP

Non esiste un mio articolo senza Noel Gallagher o i CCCP

Proprio come canta Giovanni Lindo Ferretti, l’Europa di quegli anni è persa in trance, in Alexanderplatz come in Piazza del Duomo a Reggio Emilia, sua immaginifica periferia, e Berlino era la sintesi perfetta di tutto questo. Meglio ancora l’Est della città stessa perché come ha ben descritto Massimo Zamboni, ossia l’alter ego del pardo di Cerreto Alpi, scattare foto nella parte filo-sovietica della città era fin paradossale perché le immagini sembravano in bianco e nero anche quando in realtà dovevano essere a colori, e questo perché Berlino Est era bicromatica anche quando c’era il sole e faceva bel tempo. 

Ed è proprio alla parte orientale del muro che -fosse una ghost track di una supposta selezione delle canzoni di quell’epoca, sarebbe quella più adatta-  è dedicato un famosissimo brano che chiunque di noi ha ballato almeno una volta nella vita senza minimamente capire che cosa diavolo significassero le parole: "99 Luftballons" di Nena, al secolo Gabriele Susanne Kerner, nata e cresciuta nella città di Hagen in Renania, Germania Ovest. 
La coincidenza delle nomenclature e delle casistiche ha imposto alla mia attenzione due rilevanti curiosità legate a questa artista. Di Berlino Est era infatti originaria Nina Hagen, una cantautrice molto celebre al tempo, il cui nome differisce da quello di Nena per una sola vocale (I di NIna contro la E di NEna) e il cui cognome è uguale a quello della città da cui proveniva quest’ultima. La cantante berlinese ebbe grande successo con “Du hast den Farbfilm vergessen”, che in italiano suonerebbe come “Hai dimenticato di prendere il rullino a colori”, il cui testo è una sottile e arguta critica al nebbioso regime della DDR.
Ufficialmente infatti le parole del brano raccontano di una ragazza che rimprovera il proprio fidanzato di non essersi ricordato il rullino a colori con cui avrebbero potuto scattare meravigliose foto della loro bellissima vacanza, da mostrare agli amici e farli rodere d’invidia. Ufficiosamente, ed è questa la seconda curiosità, quello che Massimo Zamboni poteva permettersi di dire riferendosi alla triste bicromia di Berlino-Est senza incorrere in alcun pericolo di censura, non era tollerato se proferito da un tedesco orientale, a meno che non venisse ironicamente incardinato tra le righe di una canzone apparentemente di tutt’altro taglio e registro, così come aveva fatto Nina.

Un collage degno del miglior Riccardo Cavani

L’artista berlinese fa da filo d’Arianna tra musica e calcio perché Nina, proprio lei, è l’autrice di Eisern Union, inno di una delle più amate e pasionarie squadre di Berlino Est: il Fuẞballclub Union Berlin. 

Ascolto imprescindibile quanto irritante: Eisern Union – Nina Hagen

In questo inno c'è il peggio del peggio della musica

Bisognerebbe aprire un numero incommensurabile di parentesi per descrivere questa squadra e tutto ciò che le ruota attorno perché non solo si tratta della più british delle squadre tedesche, e già questo basterebbe a renderla diversa da tutte le altre, ma è stata anche la meno irregimentata di tutta la DDR. È stato l’omologo orientale di quello che tra l'Elba e la Reeperbahn sarebbe divenuto il St. Pauli: anticonformista, forte di una radicata identità territoriale e destrutturato a livello gerarchico e decisionale. 


LA VECCHIA CASA DEL GUARDABOSCHI

Occorre però andare con ordine, ripartire dall'alfabeto tedesco e pescare nel torbido di quegli anni.

Ascolto necessario per potersi dire uomini completi: Black Water – Apparat

Fact isn’t what you see, 
not anymore what it used to be

Al tempo della Berlino divisa dalla guerra fredda, i biancorossi della Union erano la seconda squadra della Capitale. Fondamentalmente le cose non sono cambiate nemmeno adesso, ma se ora lo è alle spalle della più celebre, ricca e foraggiata Hertha, al tempo divideva la popolarità del tifo berlinese orientale con la più blasonata e potente Dynamo, il cui massimo sponsor era rappresentato dalla Stasi, il Ministero per la Sicurezza dello Stato. 

N'c'è n'cazzo da ride.

Tuttavia ciò che ha sempre fatto discrimine tra la Union e le altre squadre di Berlino va ricercato alla radice del tifo. Infatti i suoi stessi fan hanno sempre vissuto una relazione simbiotica con il club, tant’è che nel 2007 lo stadio, ormai inadeguato ai nuovi tempi e al nuovo stile, venne ristrutturato a spese e grazie alla manodopera dei tifosi che si armarono di paletta, cazzuola e motopicco, e lo sistemarono secondo i crismi moderni, fino a trasformarlo in un piccolo gioiellino. Chi non era adatto al lavoro edile si occupò di non far mai mancare salsicce, birre e vodka per il ristoro dei volontari: una cosa molto da “libro Cuore” del calcio. L’Union Berlin vendette letteralmente la propria anima ai tifosi. E lo fece in una maniera unica, che non trova quasi paragoni nel resto del mondo, dove lo stadio, quando va grassa, è al massimo proprietà dei club.

Il messaggio è "Vendere l'anima ma non a tutti": meno male che Silvio, che rappresenta il Diavolo, c'è.

Pertanto l’impianto con uno dei nomi più caratteristici al mondo, lo Stadion An der Altern Försterei, che in italiano suona più o meno come “Stadio alla vecchia casa del guardaboschi”, divenne proprietà degli Eisern, termine con cui vengono chiamati i tifosi della Union. 
“Uomini di ferro” perché appartenenti alla classe operaia forgiata nelle officine meccaniche e siderurgiche del quartiere cui riconduceva la sua più fiera appartenenza: il Köpenick, ove una volta sorgeva l’omonima foresta. Gente dura e pura, cresciuta con la tuta blu del lavoro, un socialismo pratico e non di facciata, disincantato rispetto all’imperante regime autoritario dell’epoca, più attento alla psicotica conservazione dello status quo piuttosto che allo sviluppo del proprio tessuto sociale. 
I ribelli Eisern, dicevo, gente che attendeva la partita del proprio club non solo per svagarsi ma anche e soprattutto perché l’Alte Försterei ogni domenica diventava l’unico porto franco della Germania Orientale in cui poter celare dissidi e malcontento dietro cori inneggianti all’Hertha, la squadra dell’Ovest Berlinese, contro la Stasi, che nel vociare omertoso dei tifosi non poteva individuare i ribelli, e specialmente contro il paranoico potere politico. Significativo era l’incoraggiamento a calciare il più forte possibile quando alla Union veniva assegnata una punizione e la squadra avversaria correva ai ripari schierando una barriera di giocatori tra il tiratore e il portiere:”Die Mauer muss weg”. Il muro deve cadere: un consiglio lapalissiano ma criptico a sufficienza perché gli insubordinati tifosi biancorossi fossero immuni da qualsiasi accusa e da qualsiasi reato d’opinione.

Vi giuro che non c'è un'immagine migliore. Comunque tutto intorno c'è una mega foresta.

Prima di passare oltre, val la pena lanciarsi in un’ultima digressione riguardo lo stadio che sorge lì dalla vecchia casa del guardaboschi, e dire due cose su una singolare tradizione che ha preso piede da una dozzina d’anni: il Weihnachtssingen.

La Vigilia di Natale del 2003 una novantina di tifosi della Union si diede clandestinamente appuntamento all’Alte Försterei per augurarsi buone feste prima della pausa invernale, bere qualche birra insieme e cantare qualche coro in quella che era diventata la loro seconda casa.
Un po’ perché le belle idee sono manifestamente fertili, un po’ perché lo spiccato senso organizzativo è prerogativa teutonica, dieci anni dopo sonostati 27.500 tifosi della Union, e non solo, a trovarsi allo stadio e a rinnovare questa meravigliosa usanza: birra, Glühvein, inno degli Eisern e canti di natale. Come miscelare l’epico al quotidiano e al contempo fare business di sé stessi.

In un contesto così se non si scopa sicuro è perché ci si vuole opporre al destino

Ultima grande e propedeutica curiosità prima di proseguire oltre. Alla Foresteria è rimasto un cimelio dei tempi che furono, un tabellone di legno, vecchio e ingiallito, su cui è fissato un risultato passato alla storia, quello di una paga orba che fece e chiuse un’epoca: l’8 a 0 che nel 2005 gli Eisern inflissero agli odiati nemici della Dynamo, l’altra squadra di Berlino Est, cui l’Union era sempre stata legata a doppio filo.


ORTODOSSIA

Per quanto io possa sembrare lontano dal vero oggetto della discussione, e per quanto in effetti lo sia, l’intenzione è indagare tra le pieghe di un incredibile unione a incastro, sfregare tra loro le vicende eccezionali che la rendono tale, e infine unire i puntini, smascherando la storia del calciatore di cui è ancora presto rivelare le generalità. O meglio, è interessante approfondire ancora un po’ il background berlinese dell’epoca, prima di finire con le scarpe e tutto in eventi vorticosi che non sono mai stati narrati con completezza.

Ascolto fondamentale che ci distingue dall'essere bestie: Disperato Erotico Stomp - Lucio Dalla

Mi guarda con la faccia un po’ stravolta, mi dice “Sono di Berlino”

Lucio Dalla cantava d’essere stato a Berlino con Bonetti, di aver trovato la città un po’ triste e molto grande. In realtà il cantante bolognese amava la metropoli tedesca e fu proprio su una panchina nelle vicinanze di Check Point Charlie che scrisse il testo di Futura, una tra le sue canzoni più profonde, più intrise di ottimismo e speranza. Tuttavia quello che esternamente passava di Berlino, in particolar modo della parte orientale, era un irrisolto senso di malinconia, un grande e mesto grigiore che veniva declinato in ogni aspetto della società, compreso quello calcistico. Ed era in proprio in quest’ultimo scenario, uno dei più foschi, che si inseriva perfettamente la Dynamo Berlin, l’oscura antagonista della Union, il cui Presidente era Erich Mielke, il secondo uomo più potente della DDR, vale a dire il massimo dirigente della Stasi.

Film consigliato: Le vite degli altri di Florian Von Donnersmarck

Quei film che guardo solo io perché sono un malato di mente ma da cui ho tratto il nome per l'articolo.

Come la Stasi di celluloide si insinuava ne “Le vite degli altri”, arbitrandone le sorti e volgendole a quello che riteneva un orwelliano bene supremo, così Mielke condizionava i direttori di gara e i presidenti dei club avversari. Gli arbitri assumevano un atteggiamento favorevole a partigiano nei confronti dei calciatori in maglia vinaccia, mentre ai patron delle altre squadre veniva “caldamente consigliata” la cessione dei propri giocatori migliori pro bono di Berlino. Non può che risultare assurdo il fatto che tra il 1979 e il 1988 la Dynamo abbia conquistato dieci campionati di fila (tra l’altro i soli che abbia vinto in tutta la sua storia, e in forza dei quali, per autorizzazione concessa dalla Deutscher Fuẞball-Bund, sfoggia tuttora una stella con all’interno il numero 10), e che a metà degli anni ’80 sia rimasta consecutivamente imbattuta per 36 partite. Per la cronaca questo infido dominio non solo le valse perfide etichette, su tutte “elf Schweine”, ossia gli undici porci, ma paradossalmente fu anche causa del crollo nelle affluenze dei propri tifosi che disapprovavano lo sfacciato e avvelenato favoritismo nei confronti della Dynamo.

Notare la palla rossa e nera

Naturalmente non si è mai trovata alcuna autentica prova vòlta a dimostrare che le partite fossero state realmente accomodate e che l’acquisto dei migliori calciatori della DDR fosse avvenuto liberamente, per legge di mercato o bilaterali interessi economici. Oggi è certamente facile e più che lecito crederlo ma è altresì corretto riconoscere come la Dynamo potesse vantare un eccellente settore giovanile e contare su un prominente e vivace lavoro di scouting.

In secondo luogo non va assolutamente dimenticato come in territorio neutrale, ossia sotto l’egida europea dell’UEFA, la BFC (acronimo che sta per Berliner Fuẞballclub) abbia raggiunto per ben due volte i quarti di finale dell’allora Coppa dei Campioni: traguardo degno di nota, specie quando si pensa che significa appartenere alla cerchia delle otto squadre più forti d’Europa. E questo, per come la vedo io, è sempre sinonimo di qualcosa che va (o per lo meno deve andare) oltre molti sospetti. E che riesce ad essere indipendente dalle epopee degli uomini e delle nazioni.

Che belli i filmati con i pixel così grandi che non si riesce a capire un cazzo.

Nel 1984 fu la Roma a fermare la Dynamo, quella stessa Roma che poi perse rocambolescamente col Liverpool la più bizzarra rigorata mai andata in scena nel corso di una finale di Coppa dei Campioni. Sorvolando sull’epilogo di quell’edizione e riprendendo le fila del discorso, all’Olimpico finì con un rotondo 3 a 0 per i giallorossi, mentre a Berlino Est il risultato di 2 a 1 disse bene ai ragazzi in maglia vinaccia ma non fu sufficiente per ribaltare le sorti della doppia sfida. Uno dei due gol dei tedeschi venne messo a segno da un attaccante magro stellato su cui val la pena soffermarsi il tempo di una birra, o forse due, o forse una serata intera al bar: Andreas Thom, uno che non sapeva o che forse sapeva benissimo che avrebbe potuto ballare per tanto, troppo tempo, con la ragazza sbagliata.

Questa potrebbe tranquillamente essere la copertina di un album brutto dei Joy Division

Per il giovane centravanti della Dynamo, quella contro “’a Maggica” era solamente la sua terza partita ufficiale in Europa. Aveva fatto il suo debutto ufficiale nella massima competizione continentale a Belgrado contro il Partizan, poco più che diciottenne, quando l’attaccante titolare Falko Goetz s’era dato alla fuga riparando nell’ambasciata della Repubblica Federale Tedesca nella capitale jugoslava insieme al compagno Dirk Schlegel, con cui poi sarebbe salito su un treno che sarebbe precipitato nella notte, destinazione Monaco di Baviera. Evidentemente doveva esserci un filo rosso che collegava le carriere dei due avanti della Dynamo perché si sarebbero rincontrati proprio a Berlino, in circostanze diverse ma sempre legate al calcio, parecchi anni più tardi.

Ascolto folkloristico: Falco - Amadeus
Non chiedetemi perché ma all'Addio al Celibato di #bertalife Amadeus è stato sempre nel lettore insieme a Eins Zwei Poilzei

Ad ogni buon modo Andreas Thom fece carriera fino a diventare capocannoniere nel 1988 e aggiudicarsi, lo stesso anno, il titolo di miglior giocatore del torneo. Imprescindibile in Nazionale che capitanò più volte, fu della stessa epoca di Matthias Sammer, col quale condivise le storiche marcature nella vittoria del derby socialista contro l’Unione Sovietica, giocato l’8 Ottobre del 1989.

Bel ragasol

Quella di Karl Marx-Stadt non fu l’ultima partita della DDR, ma solo perché ne vennero giocate altre per formalità e per carità di Patria. Di certo fu quella più surreale perché un mese più tardi sarebbe caduto il Muro e le due Germanie sarebbero diventate una in tutto, compreso il calcio. Ebbene, i mercanti del tempio della Bundesliga fiutarono il sangue delle squadre dell’Est, e dato che queste non erano più in grado di trattenere i propri talenti vi si precipitarono addosso come avvoltoi. 

  • L’Amburgo convinse Thomas Doll, un promettente ventiduenne della Dynamo Berlin a trasferirsi sulle rive dell’Elba. 
  • Lo Stoccarda prelevò dalla Dynamo Dresda, l’unica squadra ad essere riuscita a spezzare la decennale egemonia di Berlino, il futuro Pallone d’Oro Matthias Sammer. 
  • Il Bayer Leverkusen s’assicurò, con due colpi da maestro del Direttore Sportivo della stessa Werkself (una storia nella storia che qualcuno ha già scritto molto meglio di come potrei fare io e rispetto cui non ho tempo per addentrarmici) gli attaccanti principi delle due storiche rivali di oltre Cortina: Ulf Kirsten e, naturalmente, Andreas Thom. Per inciso, questi quattro calciatori Ossis (come venivano chiamati i tedeschi dell’Est) sono tra i pochissimi (in totale sono otto) a poter dire di aver militato sia per la Nazionale della Germania Orientale che per la Mannschaft.
Comunque sia, Thom, dopo essersi accasato nell’industriosa Leverkusen e avervi giocato per cinque anni ad un livello più che discreto, trascorse due stagioni al Celtic e fece infine ritorno a casa, proprio in quella Berlino da cui era “regolarmente scappato” una decina scarsa di anni prima. 

Nel frattempo la ragazza sbagliata, la Dynamo, con cui aveva ballato per tanto, troppo tempo, aveva perso fascino e influenza, e nella Capitale tedesca c’era spazio solamente per "die Alte Dame", la Vecchia Signora di Germania: l’Hertha Berlin. Se nel calcio c’è un Dio, non credo che questo giochi a dadi, per cui mi risulta anche difficile credere che sia solo una coincidenza il fatto che all’Olympiastadion fosse di istanza Falko Goetz, il cui nome dovrebbe dirci qualcosa, dato che era stata proprio la sua fuga attraverso i Balcani a dare il la alla carriera del buon Andreas.
Stando alle informazioni che si recuperano in rete, proprio il poc'anzi summenzionato transfuga dell’Est era l’allenatore dei biancoblu. Io però patisco sempre sbrusia di verificare le mie fonti, se non altro per evitare di sparare cazzate "tanto per". E, actually, scopro che sì, quel vecchio bucaniere di Falko (non dimentichiamolo: Scuola di Nanto) era davvero a Berlino, era davvero allenatore, ma della squadra riserve. Fa li stèss perché val comunque la pena prender buona nota di questa improbabile fatalità e farne un piccolo tesoro di coincidenza e retroscena.

Nessuno qui aveva ancora preso i cartoni di Ken Shiro come punto di riferimento: inammissibile. 

In un personalissimo “a rebours” a tinte rossonere, si rincorrono alcuni nefasti ricordi di un Hertha Berlin – Milan 1 a 0, Champions League ‘99/2000. Ho chiara memoria di quella partita. Era l’ultimo anno di Liceo e stavo guardando quella partita insieme ai miei compagni. Rammento che per tutta la durata dell’incontro pigliammo per il culo il semplice quanto efficace portiere avversario, Gabor Kiraly, la cui unica (ma grossa) colpa era un dress-code particolarmente discutibile. Il suo outfit per la serata di gala prevedeva una maglia a maniche lente e larghe ma, soprattutto, un paio di pantaloni grigi e anche un po’ bracaloni. A corti discorsi sembrava indossasse un pigiama da nonno, che, di base, non solo è l’anti-sesso per antonomasia, ma non è il massimo della vita quando giochi in Champions League contro il Milan.

Quanti di voi avevano menzione di lui prima che venissero disputati gli Europei di Francia 2016?

Al di là di questo, fa quasi sorridere pensare che di quella rosa faceva parte Andreas Thom e che un giorno ne avrei parlato.
Tuttavia, per quanto questa divagazione possa essere apparsa singolare, l’Hertha non è altro se non l’attrice non protagonista di una più elaborata sceneggiatura e, come è stato possibile raccontare la bella storia del suo biondo attaccante, c’è stato un altro giocatore cui la sorte non disse bene come a Thom. Un calciatore il cui abbandono della Dynamo non aprì scenari insperati e orizzonti di gloria più che meritati, un eroe normale cui mancò la fortuna, non di certo il coraggio...

To be continued...

Bibliografia essenziale:
Quello che deve accadere, accade - Michele Rossi
http://www.storiedicalcio.altervista.org/stadio_union_berlin.html
http://www.lacrimediborghetti.com/2015/05/andreas-thom-da-est-ovest-senza-scappare.html
https://questoluridogioco.wordpress.com/2014/05/20/la-fine-della-storia-e-il-crollo-del-football-nella-ddr/
http://indieopenbar.blogspot.it/2014/12/die-genialen-dilettantent-retrospettiva.html

DOBRO, VLADIMIR!

LE COINCIDENZE NON ESISTONO

Qualche tempo fa sono stato in Irlanda e ho visitato le Isole Aran. Potrei parlarne per giorni ma comunque le si vogliano intendere (morfologicamente, per geografia, a livello paesaggistico, dal lato umano), esiste una sola parola per renderne l'idea: otherworldliness, che in italiano potrebbe suonare come “l'evidente sensazione di trovarsi in un altro mondo”.

Ebbene, passate due settimane dal viaggio in Irlanda mi trovo a sfogliare un libro, uno di quelli sopravvissuti in assenza di grazia, ossia durante il trasloco da casa dei miei a Maranello a San Antonio, TX.
Tra una pagina e l'altra pesco una cartolina, messa probabilmente lì da chi lo aveva letto prima di me, a mo' di segnalibro. È indirizzata a mio nonno, che non c'è più, e ad averla firmata sono Luca e Alessandra, mai sentiti prima. Scrivono una “morandata”:”Se hai ancora voglia di lavorare la terra e di andare a caccia, vieni a fare un giretto in Irlanda”. Guardo l'immagine davanti e penso sia una bella coincidenza il fatto che, tra tutti i paesi da cui Luca e Alessandra avrebbero potuto spedire la cartolina, l'avessero fatto proprio dall'Irlanda, che io avevo messo sulla mappa non più di una quindicina di giorni prima.

Daje nonno, tirami giù due fagiani

Però... quelle distese verdi frazionate da meravigliosi muretti a secco, l'oceano che si confonde col cielo, quelle scogliere che cadono a strapiombo sull'acqua: sta' a vedere che questa cartolina non solo viene dall'Irlanda, ma è stata spedita nientepopodimeno che dalle Isole Aran! Il paesaggio è quello: tale e quale. Volto nuovamente la cartolina e ne leggo il paese di provenienza: Beara. Non faccio caso al fatto che ci sia scritto anche “peninsula” ma, del resto, l'ignoranza non va mai in vacanza, e cerco su Wikipedia e, ahimè, no, nonostante si somiglino moltissimo, Beara non fa parte del mini-arcipelago delle Aran Islands, è più a sud, non è nemmeno un'isola (e questo doveva essermi chiaro fin da subito, ndr) e si trova nei pressi della città di Cork.

Uno dei momenti più belli della mia esistenza

Ma c'è qualcos'altro che non gira per il verso giusto. Beara, Beara, Beara... dove e quando mi sono già imbattuto in questo nome? Mi scervello e, a ben pensarci, la risposta è dietro l'angolo.
FISICAMENTE dietro l'angolo. Perché sì, mentre facevo colazione al bar in fondo alla via, sulla Gazzetta dello Sport ho letto la notizia della morte di un portiere croato di cui non avevo mai sentito parlare prima: tale Vladimir Beara.

Notare le ginocchiere homemade

Le coincidenze non esistono e non credo nemmeno sia un caso che proprio quest’estate abbia deciso di passare le ferie in Croazia. Things happen e, quando succedono, succedono per un motivo: a volte è la volontà degli dei antichi e nuovi, a volte il destino, a volte il semplice fatto che qualcuno dovesse scrivere di Vladimir Beara.


LA QUALITA’ DELLA DANZA

Come direbbe il mio compagno di scrittoio, quello balcanico è l'ultimo universo calcistico che si può ancora definire naif. E se lo è ora, figurarsi una volta quando l'oscuro -e, a suo modo, romantico- sistema sportivo sovietico imprigionava i propri atleti sotto un cono d'ombra e li plasmava a propria immagine e somiglianza: imprese eccezionali confinate alla deriva della storia, umanità poliedriche sfumate dal grigio della guerra fredda. Vladimir “Veliki” Beara fa, con tutti i crismi, parte di questa categoria di atleti e, più generalmente, di esseri umani.

Ascolto consigliato: Huligani Dangereux - CCCP

Questo disco è bell'e che esposto in casa mia: un aiuto dal cielo e dal popolo non guastano mai


Nato e morto a Spalato in Dalmazia, Beara diventa portiere un po' per caso e un po' per scelta.
Dico sempre che essere al posto giusto al momento giusto può non essere sufficiente: occorre accorgersene, e il giovane Vladimir si trova esattamente in una situazione così mentre assiste ad un allenamento dell'Hajduk e non c'è nessuno da mettere in porta per un'esercitazione di tiri dal dischetto. Il fato, di azzurro vestito, aveva bussato alla porta e lui, che fino a quel momento aveva solo danzato (ed era così bravo che si diceva potesse far parte dell’Operà di Belgrado), si propone come para-rigori e diventa in poco tempo portiere della squadra del cuore prima, e della “Nazionale” jugoslava poi (il virgolettato è d’obbligo).

Just dance

Quand'ero un bambino e giocavo a pallone nei prati o nei cortili sotto casa, uno dei principali motivi di lite erano i gol segnati, su azione, dal portiere della squadra che schierava meno pischelli in campo. Ad un accenno di polemica della compagine che vantava la superiorità numerica, la risposta era spesso:”Beh, intanto s'era detto portiere volante!”giustificando così la legittimità della rete segnata dall'estremo difensore che, nel caso non avesse avuto la facoltà di “volare”, ossia di uscire fuori dai pali finanche a poter segnare, non si sarebbe mai potuto avventurare lontano dalla sua area.
D’accordo, il significato è differente ma con Beara non c'è alcun bisogno di dichiarare a priori questa condizione, dato il suo spiccato senso per il volo. Vladimir importa nel rettangolo verde dell'area piccola la coordinazione locomotoria acquisita in anni di danza: rappresenta uno dei pochi casi di essere umano con la testa ben piantata per terra e i piedi per aria.
Chi ha deciso della sua vita lo ha preso in simpatia, una bizzarra simpatia, gli ha regalato un talento che lui ha mutuato in un ambito diverso e in cui avrebbe ottenuto risultati incredibili: ovvero come applicare la leggiadria del balletto al volo tra il primo palo e quello lontano.


I BALCANI: UNO STATO D’ANIMO

Ammesso e non concesso che ci interessi veramente, chiediamoci cosa vince e cosa no.
Gioca otto campionati con la maglia azzurra dell'Hajduk e ne vince tre.
Disputa una sessantina di incontri con la “Nazionale” della Jugoslavia (il virgolettato è d’obbligo), perdendo di sghetto (come direbbero dalle parti di Bologna) la finale olimpionica del '52, in cui fa comunque in tempo a parare un rigore a Puskas, e disputa tre mondiali in cui le sue generalità passano in cavalleria perché al tempo, in porta, giocano eroi di più alto lignaggio: Yashin, Tomaszewki, Banks, Maier, Mazurkewicz…

Gioca per la Stella Rossa di Belgrado perché in quegli anni, in Jugoslavia, se qualcuno non è d'accordo quella è la porta e la parola “porta” non ha un'accezione positiva. Per cui, se anche a Spalato si corre il rischio di insurrezione popolare, quando l’intellighenzia di matrice serba ti suggerisce che nella Capitale non c’è il mare ma non si sta poi così male, tu fai armi e bagagli e ti trasferisci lì con tutta la joie de vivre del caso. Di cinque campionati ne vince quattro, così, tanto per gradire. Vince anche due coppe "nazionali" (il virgolettato è d'obbligo) e, già che c'è, sorride con ghigno faino ogni volta che si tuffa.

Altri tempi

Non mette la barriera quando gli battono contro le punizioni, ha quell'istinto che, tanto per capirci, un Dino Zoff avrebbe più tardi sostituito con un più lungimirante ma -ne siamo tutti convinti- più noioso senso della posizione, è autore di parate al limite dell'inverosimile (si cerchino i tags Wembley - Hancoks - Maestri inglesi anche no), conserva un'eleganza stilistica donatagli dalla danza, sa parare coi piedi, Yashin lo elogia pubblicamente più volte e, quando è in predicato di attraversare l'Adriatico per giocare in Italia qualcosa gli dice male e ripara nella Germania dell’Ovest.

Ma quel che frega a noi è che il ballerino di Spalato, e qui torniamo al discorso del grigiume filosovietico che albergava nella Ex-Jugo, non solo diventa l'orgoglio croato, nella fattispecie dalmata, ma incarna pure la vendetta obliqua dell'homo sapiens varietà balcanicus ai danni del regime del Maresciallo Tito.

Sta' 'na brava berzona, Simò

C'era una barzelletta che girava tra le coste della Dalmazia e lungo le rive del fiume Sava. 
Un bambino va da Tito e gli chiede due autografi. Allorché il Maresciallo chiede perché ne voglia proprio due. Il bambino, quasi fossero figurine, risponde che per due dei suoi riesce ad averne uno di Beara. La barzelletta taceva il fatto che quel bambino riuscisse o meno a diventare vecchio e a non essere incarcerato per reati ideologici, ma questo aneddoto dà l'idea di quale mito fosse e cosa rappresentasse per la propria gente Vladimir Beara, quello che qualcuno considerava, alla stregua di un supereroe, l'uomo di gomma e anche il portiere dalle mani di acciaio.


IL CUORE HA SEMPRE RAGIONE

Tuttavia, ciò che mi ha colpito della sua storia è stata una nota a margine nemmeno tanto chiara, riguardo una vicenda di contrabbando che, a dire il vero, nella letteratura sportiva della guerra fredda non era così inusuale. Vladimir Beara e un suo compagno (purtroppo, per quanto non fosse impossibile la casualità, non Vujadin Boskov) vennero fermati dalla polizia slava al rientro da una trasferta in Francia, dopo una partita disputata con la “Nazionale” (il virgolettato è d’obbligo). 
La polizia doganale confiscò a Beara e al suo socio valigie colme di merce non autorizzata e se Veliki (“Il Grande”) la passò liscia fu solo per manifesti meriti sportivi.
Vladimir giurò sempre che prima o poi ne avrebbe spiegato il motivo ma non lo fece mai, non fece in tempo; si limitò sempre a dire che tutto quello che aveva fatto, lo aveva fatto per amore.

Quanto son belli i laccetti nella maglia?

Non è dato sapere se al tempo avesse un'amore oltre la Cortina di Ferro, una fiancée, un'amante o qualcosa del genere, era come se nel parlare di quella storia di contrabbando avesse il mare nelle orecchie (magari proprio quello della sua adorata Spalato), come quando si sente ma non si ascolta, si fissa senza guardare, come quando si è innamorati e sembra di volare, di librarsi in aria e di avere l’evidente sensazione di trovarsi in un altro mondo: otherworldliness, don’t you know?

Come quando tutto quello che si fa, lo si fa per istinto e perché il cuore ha sempre ragione; un po’ come ballare, un po’ come fare il portiere, e “scegliere” di farlo per la squadra amata, fino a diventarne una leggenda, fino a diventare la leggenda di un'intera “Nazione” (e il virgolettato, come sempre è d'obbligo).

Dobro, Vladimir!



IL CAPO DELLA SITUA

L’episodio pilota: Time is a flat circle, David

Questa storia comincia con un gol bellissimo. Uno di quei gol che chiunque abbia calcato un campo rettangolare sogna di realizzare.
Immaginate di essere a Parigi, più precisamente al Parco dei Principi, il 13 ottobre 1993. Lì si gioca Francia-Israele.
Servono, però, un paio di fondamentali coordinate spazio temporali sulle quali costruire il nostro grafico cartesiano: si tratta della penultima giornata di qualificazione al mondiale americano e ai transalpini manca un punto per vidimare il passaporto e prenotare il volo transoceanico.
Si metta a verbale anche che gli israeliani, dal canto loro, sono la cenerentola del girone e hanno realizzato la bellezza di due punti in sette partite, conditi per di più dalla miseria di cinque reti.
Scende una pioggia incessante su Parigi, ma lo stadio è gremito e impaziente di festeggiare un mondiale atteso otto anni, dopo i fasti 80’s appena trascorsi.
L’inerzia dell’incontro, contro ogni logica e contro ogni bookmaker, vuole che dopo 20 minuti sia Israele a portarsi in vantaggio a conclusione di una bella azione corale conclusa dal carneade Harazi.
Les blues di Gerard Houllier non si scompongono e prima pareggiano alla mezz’ora con una rasoiata da venticinque metri del neo atalantino Frank Sauzée e, quasi allo scadere della prima frazione, si portano in vantaggio con lo straordinario gol di cui sopra.

David Ginola, splendida ala di cui è stato detto e scritto praticamente tutto, raccoglie una sventagliata di Didier Deschamps un paio di metri largo a sinistra rispetto al vertice dell’area di rigore avversaria. Mette giù il pallone di petto, converge e scarica un destro a giro imparabile per qualunque portiere in attività in quell’ottobre 1993. Si badi bene che raramente precisione, potenza e teatralità si fondono in maniera così perfetta. È un gol copertina, di quelli che ai giorni nostri riempirebbero le home-page dei siti sportivi per giorni e giorni.


David Ginola, perché io valgo

Per questo, stando così le cose, all’intervallo Francia avanti 2-1 e qualificazione sostanzialmente in ghiaccio.
I francesi, senza dimenticare la spocchia e il savoir-faire che li hanno sempre contraddistinti, gigioneggiano per tutta la ripresa dimenticando colpevolmente di chiudere la partita.
Per questo motivo quando, al minuto 83, Rosenthal prova un colpo sotto ridicolo e Bernard Lama lo respinge sui piedi del neo entrato Berkovich, in pochi possono sentire cattivi presagi nell’aria umida di Parigi. Certamente non Marcel Desailly che trascina il pallone in porta con la stessa ineluttabilità con cui i massi di pietra trascinavano gli spioni sul fondo del porto del Queens ai tempi della famiglia Gambino.
Ma, onestamente, un punto bastava e un punto stava arrivando. Che problemi avrebbero mai potuto creare questi scappati di casa ad una corazzata come quella francese?
Mo’ ve spiego: 32 secondi dopo il minuto novantadue, Berkovich allarga per Levy che corre sulla fascia sinistra, si beve in allegria Desailly e Laurent Blanc e mette un pallone infido all’interno dell’area transalpina. Qui irrompe Reuven Atar che in demi-volée deposita le ballon dans au but e condanna la Francia ad attendere un altro turno in prigione prima di poter partire per gli Stati Uniti.

lo splendido goal di Ginola e i prodromi di un suicidio collettivo

E il turno decisivo si gioca il 17 novembre 1993 contro la diretta concorrente per l’ultimo posto disponibile in quel Gruppo 6: la Bulgaria.
È la classica partita da dentro o fuori in cui la Francia padrona di casa ha nuovamente due risultati su tre per imbarcarsi verso il mondiale americano.
Per l’occasione rientra “Le God” Cantona che gioca in luogo di Ginola e realizza la rete del vantaggio transalpino al minuto trentadue su sponda aerea di Jean Pierre Papin. Il cross che mette in moto JPP, per onore di cronaca, è di Didier Deschamps che aveva fatto partire l’azione con un’entrata killer non sanzionata dall’arbitro ai danni di quel bel mago di Trifon Ivanov.

che la terra ti sia lieve Trifon

Neanche il tempo di dire “libertè, egalitè, Beyoncè” che da un corner battuto da Balăkov, Emil Kostadinov sbuca sul primo palo e pareggia i conti. Sono trascorsi cinque giri d’orologio.
Inutile sottolineare come la tensione torni a salire oltre il livello di guardia e ammanti le squadre che, per certificare questo climax, scelgono di non mandarsele a dire anche in virtù di quanto occorso nella gara di andata disputata a Sofia, in cui i bulgari vinsero due a zero e presero letteralmente a sputi i transalpini dopo il triplice fischio.

A venti minuti dalla fine, nell’ottica di sfruttare maggiormente il possesso palla, Houllier manda sul campo David Ginola in luogo dell’acciaccato Papin.

Il nostro, però, non è giocatore che ama le perdite di tempo e i cosiddetti giochini. E quest’attitudine lo porta, al quarantasettesimo secondo dopo il minuto 89, su azione da corner, a cercare un improbabile cross al centro dell’area bulgara invece di muoversi verso la bandierina e far scorrere gli ultimi secondi del match in questione. A parte che nei sedici metri bulgari c’è solo Eric Cantona, il cross risulta comunque troppo lungo ed è facile preda della retroguardia che rilancia per un’ultima azione, per l’ultimo assalto.
La palla giunge così a Ljuboslav Penev che lancia al bacio Emil Kostadinov che brucia Roche e fucila un missile terra-aria sul primo palo che bacia la traversa e si insacca.

la legge di Freddy, Andre e Santu: se qualcosa potrà andare storto, ci andrà

Ljuboslav Penev ed Emil Kostadinov sono il giudice e il boia di quella Francia… Proprio loro che in quel novembre erano entrati in Francia illegalmente, sprovvisti di regolari documenti, nascosti nel baule della macchina del portiere bulgaro Borislav Mihajlov, che giocando in Francia per il Mulhouse conosceva perfettamente i posti di blocco più sguarniti tra Francia e Germania. Roba da film!
Così il Parco dei Principi si gela un’altra volta e non si riprenderà per un quadriennio abbondante.
L’ultimo biglietto per i mondiali USA lo stacca, all’ultimo respiro, la Bulgaria.
Bog e bulgarska! Dio è bulgaro!

La Francia tutta, con il c.t. Gerard Houllier a fare da capofila, se la prende con David Ginola reo di non aver tenuto quel fottuto pallone tra i piedi e di essere il solo responsabile del fallimento della spedizione. Teoria, a mio modo di vedere, parecchio discutibile ma sfortunatamente comprensibile, data la trivialità della natura umana in generale e pallonara in particolare.

Time is a flat circle, David.

poco da fare, la classe non è mai acqua

La vie en Blanc/Rouge A-side

nel niente sotto il sole

La Bulgaria che si presenta ai nastri di partenza di USA ’94 è tutt’altro che una squadra di merda. Anzi. Si piazza in campo con un 4-3-3 che, come vedremo, avrà un paio di varianti statisticamente rilevanti.

In porta c’è lo scarso crinito a fasi alterne Borislav Mihajlov, l’uomo dal baule sempre pieno e dal miracolo facile. Difese la porta della Bulgaria già al mondiale del 1986, mandando in menata Altobelli e compagni che all’esordio non andarono oltre l’1-1 contro una squadra non certo irresistibile. Davanti a lui Hubčev, Kremenliev, Cvetanov e uno degli idoli personali di chi vi scrive: il bel Trifon Ivanov menzionato poche righe sopra. Difensore roccioso ma dai piedi abbastanza educati, il suo colpo migliore era la punizione dalla lunga distanza in quanto nel suo piede destro erano presenti tracce di tritolo di poco inferiori a quelle rintracciate nel sinistro di Rivelino. Per motivi che vi appariranno implacabili più avanti, però, furono rarissimi i suoi calci piazzati con la maglia della nazionale.

Davanti a loro Jankov fungeva da 4 classico con ai lati le smaliziate mezz’ali Balăkov e l’Attila Lombardo dell’est Iordan Lečkov, che portavano in dote l’enorme esperienza accumulata giocando in Bundesliga con Stoccarda e Amburgo.
La linea offensiva prevedeva i due giustizieri della Francia, Penev e Kostadinov, e con la libertà di giostrare dietro di loro, o davanti, o di fianco, insomma di fare un po’ il cazzo che gli pareva che tanto qualcosa di pericoloso sarebbe uscito dal suo cilindro, uno dei due più grandi giocatori bulgari all-time: Hristo Stoičkov*.

Il sollevatore bulgaro

Preferisco le impressioni. Le impressioni emozionano. È inutile conoscere: molto meglio supporre. (V.C.) 

Hristo, già dal nome, rappresenta quei tipi di giocatori tanto cari a chi scrive: talentuosi oltre ogni limite della decenza ma anche, oltre lo stesso limite, irascibili, dissipatori di occasioni, casinisti e, in ultima istanza, capaci realmente di qualsiasi cosa.

sul Mercedes cabinato è arrivato il Marajà

Hristo che saltò il mondiale del 1986, già allora era il migliore della nazione con un paio di giri di pista sul secondo, perché nella finale di ritorno della Coppa di Bulgaria nel 1985 tra il suo CSKA e il Levski Sofia - dopo il 4-0 dell’andata - entrò in campo indossando, con chiari intenti provocatori, il numero 4. E che non ancora soddisfatto prese parte attiva alla rissa finale che costrinse il governo bulgaro, non avete letto male IL GOVERNO BULGARO, a sciogliere le due squadre e a sospendere i giocatori coinvolti nella rissa a tempo indeterminato.
Hristo che fece innamorare Johann Crujiff, che se lo fece comprare immediatamente dopo la doppia semifinale di Coppa delle Coppe - stagione 88-89 - che vide il Barcellona eliminare il CSKA. Doppio confronto in cui Stoičkov segna tre reti e fa ammattire i catalani.
Hristo che, per ripagarlo di cotanta fiducia, nel dicembre del 1990 durante la finale di  andata della Supercoppa di Lega contro il Real Madrid reagì all’espulsione del suo mentore in panchina rifilando un pestone all’arbitro, chiaramente reo di peccato di lesa maestà.
Hristo che, si narra, facesse incetta di “regalini” direttamente dagli effetti personali dei suoi compagni di spogliatoio, Hristo il cattivo, Hristo parte integrante e fondamentale del maledetto “Dream Teamblaugrana che vincerà tutto a inizio anni ’90, Hristo che ovunque è stato, tranne Parma forse, è rimasto nel cuore della gente.
Hristo numero 1 a pari merito nella storia del calcio bulgaro.
Ecco, come dire, a manovrare la Bulgaria, in campo e fuori, c’è lui. E scusate se è poco.

La vie en Blanc/Rouge B-side

Il sorteggione clamoroso pre-mondiale mette la Bulgaria in un girone di difficile lettura con Argentina, Nigeria e Grecia. Se i greci sembrano l’ineluttabile squadra materasso, si conosce poco delle Super-Aquile nigeriane che suscitano un giusto mix di curiosità e aspettative. L’Argentina, invece, ha guadagnato il pass per i mondiali in un drammatico spareggio con l’Australia, ma soprattutto ha recuperato D10S, Diego Armando Maradona. Motivo per cui la squadra è illeggibile per definizione.
Inoltre, quando è il momento di diramare la lista dei convocati, il c.t. Dimitar Penev non include nella lista il 9 titolare, ovvero suo nipote Ljuboslav. Colui che aveva servito a Emil Kostadinov il pallone che ha fisicamente portato la Bulgaria ai mondiali. Mistero risolto alla svelta: un tumore ai testicoli, poi superato, non permise a Penev di misurarsi con il mondiale americano. Così, al suo posto, trova spazio l’eterno Sirakov che nel mondiale del 1986 aveva dato seguito ai miracoli di Mihajlov contro l’Italia pareggiando a 5 minuti dalla fine una partita che la Bulgaria avrebbe dovuto ampiamente perdere. Ma il calcio è così, il calcio è strano Beppe.

Si parte il 21 giugno 1994 dal Cotton Bowl di Dallas contro la Nigeria e l’impatto bulgaro sul mondiale è peggio di un pelo pubico nel brodo dei tortellini: in 55 minuti le Super-Aquile banchettano avidamente sugli avversari e li seppelliscono con un 3-0 perfino stretto. Se il buongiorno si vede dal mattino, siamo rovinati.
Fortunatamente per la Bulgaria, per gli amanti del calcio e del calcio dell’est in particolare, così non sarà e il secondo match del girone disputato al Soldier Field di Chicago contro la Grecia segna un pronto riscatto. 4-0 per i rossi di Penev con doppietta di rigore di Hristo, gol dell’uomo ovunque Lečkov e sigillo in pieno recupero del neo entrato Borimirov.
Il discorso qualificazione, vista anche la vittoria dell’Argentina sulla Nigeria, si decide all’ultima giornata.

Intermezzo fuorisma: Ancora lui! Ancora D10S!

Diego Armando Maradona è rientrato, con vicissitudini varie ed eventuali che parton dal pratino e vanno fino al cielo, nel giro del calcio che conta e, ça va sans dire, della nazionale. La sua sola presenza permette ad un gruppo di notevoli individualità – Redondo, Balbo, Batistuta, Caniggia, Simeone – di ritrovare una fiducia nei propri mezzi che sembrava persa nell’umiliante sconfitta interna, 0-5, contro la Colombia di Maturana che costrinse l’Argentina allo spareggio per il mondiale di cui accennato prima.
Ed infatti nella prima partita contro la Grecia, vinta 4-0, Maradona timbra l’ultima rete andando ad esultare come un invasato davanti alle telecamere come a dire “Non vi libererete mai di me” o, più prosaicamente, “Cazzo che botta!”.

meglio un giorno da Maradona che una vita da Pelè

Nella seconda partita guida la sapiente rimonta contro la Nigeria mandando in rete Caniggia, per il gol del definitivo 2-1, con una punizione battuta d’astuzia.
Poco da fare, con D10S in campo l’albiceleste fa paura.
Solo che il controllo antidoping post-Grecia regala l’ennesimo colpo di scena: Maradona positivo all’efedrina. Ora io non voglio entrare nel merito e nell’opportunità di tutto quanto (che è una questione puzzolente come un cadavere al sole da tre settimane), ma riporto il fatto che Maradona fu spedito via dal mondiale senza troppe cerimonie, dopo che TUTTO gli venne permesso per esserci.
E la ricaduta per l’Argentina fu inevitabilmente enorme.


La vie en Blanc/Rouge C-SIDE

È chiaro che gli argentini siano ancora sotto shock, ma il 30 giugno 1994 al Cotton Bowl di Dallas, la lezione che viene impartita dalla Bulgaria mette nell’orecchio la pulce che, anche se Maradona avesse preso parte all'incontro, ci sarebbe stato poco da fare.
Dopo un primo tempo all’insegna del nervosismo e della tattica, nella ripresa i tre avanti bulgari, ben supportati da Lečkov e Balăkov mettono a ferro e fuoco la retroguardia sudamericana. E prima Hristo, al minuto 55, su perfetto suggerimento di Emil Kostadinov e, al tramonto del match, l’esperto Sirakov chiudono i conti e qualificano la Bulgaria in seconda posizione in virtù dell’incontro appena vinto.

Negli ottavi di finale, giocati nella canicola del pomeriggio del Giants Stadium di New York, la Bulgaria si trovò ad affrontare lo scorbutico Messico e tutte e due le squadre si trovarono ad affrontare l’inadeguatezza dell’arbitro siriano Jamal Al Sharif. Senza Ivanov, Jankov e Cvetanov squalificati, Stoičkov prende per mano la squadra e realizza il gol dell’uno a zero dopo sei minuti a conclusione di un contropiede spietato. Poi, al diciottesimo, entra in scena il refree che fischia un rigore illogico per il Messico che Garcia Aspe realizza, riequilibrando il tutto. Non contento di aver fischiato a vanvera nei primi 45 minuti, lo scienziato siriano espelle a caso Kremenliev al 50esimo e dopo 5 minuti, divorato dal senso di colpa, indica l’uscio anche a Luis Garcia, il più talentuoso dei messicani. Da lì in poi le compagini, dilaniate dal caldo newyorkese, decidono di andarsela a giocare di buon grado dagli 11 metri.

Jorge Campos: piano, piano. sottovoce. come piace a noi.

Avrebbe dovuto essere la giornata di quel fenomeno da circo che è stato Jorge Campos, soldo di cacio che difese la porta del Messico e che fece del gusto nel disegnare (e far cucire alla mamma) i propri capi d’abbigliamento il suo punto di forza, ed invece è la giornata di Mihajlov che neutralizza tre rigori e spedisce la Bulgaria ai quarti di finale.

Uno degli aforismi più abusati nel mondo del calcio è attribuito a Gary Lineker e recita il consueto “Il calcio è uno sport semplice, si gioca in 11 contro 11 e alla fine vincono i tedeschi”. Ma i ragazzi di Penev o non capivano l’inglese o se ne strafottevano altamente di quello che ebbe a dichiarare una vecchia gloria come il buon Gary.
Perché il quarto di finale Germania-Bulgaria è una sinfonia magistrale. I tedeschi soffrono per tutto il primo tempo e solo un Illgner in versione deluxe su Stoičkov e Lečkov e il palo che ferma Borimirov fanno in modo che il punteggio rimanga in equilibrio.

In avvio di ripresa un’ingenuità dello stesso Lečkov regala un rigore alla Germania che Lothar Matthäus realizza con teutonica freddezza.
La Bulgaria barcolla, Andy Möller centra un palo poi, al minuto 74 Hristo Stoičkov si guadagna un calcio di punizione a ridosso dell’area tedesca. Sistema la sfera con cura, attende il fischio dell’arbitro e… Palla sopra la barriera e 1-1! 
L’iniezione di fiducia è tale che la Bulgaria si getta sui resti della Germania e, dopo tre minuti, Iordan Lečkov converte in rete di testa uno splendido cross di Kirjakov.

o anche del far passare un cammello per la cruna di un ago

I ragazzi che dovevano guardarsi il mondiale in Tv sono tra le prime quattro.
Ora si può ben dire: Bog e bulgarska! Dio è bulgaro!

un omaggio dal tubo: amici, servizi segreti bulgari, non sparate più al Papa.

E lasciamo stare che in semifinale si siano scontrati con Roberto Baggio e che, da buoni zingari, abbiano valutato la finalina per il terzo posto più inutile di una banconota del Monopoli. Questa Bulgaria è stata in assoluto la squadra più bella e inaspettata di un mondiale strano, caldo e con un fuso orario che ha costretto a giocare ad orari assurdi.
È stata definita da più parti la “golden generation” bulgara e su questo sono parzialmente d’accordo. Io credo che in un contesto come quello sia emerso una volta di più l’importanza di avere uno scudo, uno schermo, uno spauracchio da mostrare in faccia agli avversari nei momenti di debolezza e in quelli di massima forza.

"non è che poi salta e ci sporchiamo tutti?"

Questo è stato Hristo Stoičkov per quella Bulgaria: il cuore pulsante e il barometro della squadra. Capocannoniere del mondiale e Pallone d’oro grazie alle prestazioni americane, vien da pensare che, almeno per un mese, Dio sia davvero stato bulgaro.

*Gli eroi son tutti giovani e belli – Georgi Asparuhov

Apro brevemente una parentesi per parlare di chi, insieme a Hristo Stoičkov, ha fatto sognare la Bulgaria del pallone.
Per farlo, però, devo necessariamente tornare indietro al 30 giugno del 1971.

In un’anonima strada che portava verso Vraca, località balneare posta nel nord-ovest della Bulgaria, una vettura con a bordo tre persone si schianta contro un tir e prende fuoco. Per i tre non c’è scampo: game over. A bordo, insieme ad un compagno di squadra e ad un autostoppista, perdeva la vita a 28 anni il primo calciatore in grado di far inorgoglire il popolo bulgaro con le sue giocate. 

"dalla qua. mettila in banca sta palla"

Georgi Ashparuhov era stato il primo marcatore bulgaro nella storia dei mondiali (Cile 1962: Ungheria-Bulgaria-6-1) ma soprattutto aveva segnato il gol dell’1-1 a Wembley imponendo il pareggio agli inglesi neo campioni del mondo. Un gol di importanza capitale, specie per quei tempi, che lo consacrò definitivamente. Segnare a Wembley, nel tempio del football, contro i maestri inglesi, la rete del pareggio per una piccola realtà come quella bulgara: what else? 
In patria, in ogni caso, era già considerato alla stregua di un semidio per via dei suoi trionfi con il Levski Sofia, campionati e coppe a strafottere, mentre in Europa era già finito sul taccuino di Eusebio, tre reti tra andata e ritorno che fecero tremare il Benfica in Coppa dei Campioni, e di Nereo Rocco che, folgorato durante la Coppa delle Coppe 1968-69, ebbe a definirlo “il centravanti dei miei sogni, ciò”. 
Gli amici di penna del blog Lacrime di Borghetti, da cui mi sono lautamente abbeverato per reperire informazioni su Georgi, lo ricordano come il “Grande Poeta Bulgaro” e io mi associo. 
Certo che nella fantasia gli eroi son tutti giovani e belli, ma prima di essere giovani e belli bisogna essere eroi e se, a distanza di cinquant’anni, un popolo così pieno di vicissitudini ancora ti ricorda con entusiasmo… Beh allora forse un po’ eroe lo sei stato.

In the end, he was just comin’ back home

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