ELOGIO DELLA NORMALITÀ: IL FENOMENO VERO È FILIPPO MANIERO

Il filone aureo, intro con sciabolate morbidissime: "Venezia-Empoli, la classicissima"
C'è nebbia a Venezia. Di quelle nebbie che solo la città lagunare sa proporre. Di quelle nebbie che ti fanno riflettere sul luogo comune "Venezia è bella ma non ci vivrei". Siamo nel 1999 ed è il 6 gennaio, l'Epifania, data che per i calcio-dipendenti significa una sola cosa: riparte il campionato. Il Venezia è ritornato nel calcio che conta dopo un'assenza durata più di venti anni ma sta pagando lo scotto di una categoria che sembra non dovergli appartenere.

 nella foto il Venezia si "ambienta" in serie A

Prima digressione: "Mezzo berlusconi, mezzo pagliaccio Baraldi"
Facciamo un balzo indietro di 13 anni e arriviamo al 1986 che vede il signor EmmeZeta (al secolo Maurizio Zamparini) mettere le sue mani pulite sul Venezia calcio e, contemporaneamente, sul Mestre. Come suo solito, Zampalesta, fa del casino: fonde le due società, cede il titolo sportivo del Mestre al Palermo, fa girare le balle ai tifosi di entrambe le compagini, rilascia dichiarazioni sconclusionate, trasferisce la squadra a Mestre, mangia allenatori come fossero pastiglie di ecstasy. Ma nonostante tutto questo turbillon di emozioni e cortocircuiti emozional-economici, il Venezia risale dalla C-2 fino alla serie B. Siamo all'inzio degli anni '90 e Zampa comincia a progettare lo sbarco in serie A. Dai e dai il patròn trova i tasselli giusti che rispondo al nome di Giuseppe "dove cazzo guarda" Marotta in veste di Direttore Generale e Walter Alfredo "Monzon" Novellino nella funzione di allenatore. Così, nella stagione di nostra signora della dinamite 1997-1998, gli arancioneroverdi raggiungono la promozione nella massima serie.


Il filone aureo, intermezzo per bachi da seta: "Venezia-Empoli, la classicissima" 
Il nocciolo della questione è che il Venezia parte da bestia: sono solo 10 i punti messi in cascina prima della sosta natalizia. Le serie B appare una sentenza più che un incubo da scacciare e/o maledire.

Seconda digressione: "Calciomercato sezione invernale"
Ma prima di gettare la spugna, Zampa e la sua allegra combriccola, decidono di provare a ribaltare la situazione durante la sessione invernale di mercato. Me lo immagino, "Beppe lo sguercio", muoversi all'impazzata nelle stanze dell'Ata Quark Hotel di Milano a cercare il saldo perfetto da regalare a Novellino. Con la bellezza di sei reti messe a segno complessivamente nelle prime 14 giornate, probabilmente una punta di spessore poteva fare al caso del Venezia. Stefan Schwoch, protagonista della promozione, si era rivelato un attaccante di categoria. Ma di categoria sbagliata. Per cui in cima alla lista dei "to do" c'è per forza qualcuno che sia in grado si sparigliare le carte e di mettere un tigre nel motore lagunare. Quindi, dopo aver piazzato il centravanti bolzanino all'ombra del Vesuvio, Marotta compie uno dei suoi celebri capolavori. Come tutti coloro che vogliono un giocatore buono e pagarlo poco (se non nulla) si siede al tavolo con Moratti e gli chiede Recoba. "El chino" è il pupillo del presidente, ma nell'Inter di allora era considerato appetitoso come i buffet nel camerino di Gianni Morandi. Per cui prestito gratuito fino a fine stagione e, se non ricordo male, stipendio pagato dall'Inter.

 un "no look" del direttore

Il filone aureo, elegia per tamburelli rotti: "Venezia-Empoli, la classicissima"
Con Recoba non ancora disponibile, il Venezia si appresta ad affrontare il primo di una lunga serie di fondamentali incroci salvezza. Il primo, il 6 gennaio, vede l'Empoli far visita ai lagunari. Ma, come anticipavo sopra, la nebbia che esce dai canali e che come un bell'uomo veniva, veniva dal mare impedisce il regolare svolgimento della partita che viene rinviata a mercoledì 20 gennaio. Nel frattempo i punti lievitano ad 11 grazie al pareggio interno contro la Juventus, ma la titolarità dell'ultimo posto è sempre saldamente nelle mani della compagine di Novellino.

Terza digressione: "A Campolongo pianti fagioli e spuntano ladri"
Alle volte la vita sa essere incomprensibile e bellissima come un pezzo dei Verdena.


Nascere a dieci chilometri di distanza ed avere lo stesso cognome non è difficile. Nascere a dieci chilometri di distanza, avere lo stesso cognome, non essere parenti ed essere entrambi pretty-famous lo è un pelino di più. Da una parte, direttamente da Legnaro in provincia di Padova, il puntero titolare di quel Venezia. L'uomo che ha di fatto ammainato la bandiera di Stefan Schwoch: Filippo Maniero. Come un Troy McClure qualsiasi, forse vi ricorderete di lui per la sua militanza a Padova, nella Sampdoria, nel Milan e in un'altra mezza dozzina di squadre. Dall'altra parte, direttamente da Campolongo, altro paesino piazzato nella stessa provincia, Felice Maniero a.k.a. "Faccia d'angelo" a.k.a. "Il boss del Brenta". Il primo studia da calciatore professionista nel Padova dei miracoli della coppia Sandreani-Stacchini (quello per intenderci di Alexi Lalas che rispedì il Genoa nella categoria che più gli compete nella stagione 1994-1995), il secondo studia da criminale da un pentito di mafia messo a macerare proprio nelle campagne padovane da un giudice che pensava che spostando i mafiosi dal sud Italia sarebbe bastato ad estirpare la mafia stessa. Un geniaccio con la toga, non c'è che dire! Così il Maniero "cattivo", da par suo, si fa tutta la trafila nella mala del nordest cominciando come ladro di bestiame al soldo dello zio, per poi diventare il tramite tra la mafia siciliana e i traffici poco chiari dei casinò a ridosso della Slovenia. Ruba qui, spaccia là, ammazzane tre o quattro lì, fai una rapina miliardaria all'aeroporto di Venezia, se ti avanza tempo trafuga delle opere d'arte a Modena, fatti arrestare, evadi in maniera spettacolare un paio di volte ed eccoti pronto per essere un personaggio da immaginario collettivo. Felice Maniero è il Vallanzasca degli anni '90, solo che nessuna band frignanese ha scelto il proprio nome ispirandosi alla mala del Brenta. Quindi rimane un gradino sotto il bel Renè.


In ogni caso il Maniero "buono" si procura sempre più spazio nel calcio che conta, ma necessita di una stagione intera ad alti livelli per consacrarsi come il dio pallone comanda. Altrimenti per la maggior parte degli addetti ai lavori e non, rimmarrà solo un omonimo del più titolato "Boss del Brenta". Così, nel 1998, decide di andarsene dal Milan dove gli spazi per giocare erano piuttosto angusti, per tornare vicino a casa nel Venezia.

Il filone aureo, outro per violino e basso tuba: "Venezia-Empoli, la classicissima"
E allora arriviamoci a questo mercoledì 20 gennaio! Il Venezia, come detto sopra, ha un piede in serie B. L'Empoli invece sta vivacchiando a ridosso della zona calda. Diciamo che il punto strebbe bene ai toscani come un vestito nuovo. Solo che il Venezia decide di complicarsi la vita come farebbe un portavoce del PD a ridosso di una qualsiasi elezione. Nella prima frazione i lagunari spianano la strada ai biancazzurri regalando non uno, ma due rigori che Arturo Di Napoli trasforma. 0-2, ma se questo non bastasse in occasione del secondo penalty quello scienziatotrattinometeoratrattinobidone che risponde al nome di Fábio Bilica si fa pure cacciare dal campo. Non sapete chi è Bilica? Da bàun? Beh è quello che una volta, siccome era troppo scarso per fare il difensore, parò un rigore al re dell'est Andriy Shevchenko.

non preoccupatevi, in ogni caso il Milan vinse tanto a poco

Tra le poche certezze che possiedo in questa vita è che nell'intervallo di quella partita "Monzòn" Novellino abbia strigliato i suoi a dovere con le buone o, più presumibilmente, con le cattivissime. Nel secondo tempo, infatti, succede l'imponderabile. Invece di gestire con calma il risultato e l'uomo in più, l'Empoli si fa letteralmente arrembare dal Venezia che accorcia praticamente subito le distanze con un golletto di Fabian Natale Valtolina, uno degli uomini di fiducia di Novellino. Un minuto dopo ancora Di Napoli potrebbe chiudere il match, ma l'attaccante empolese centra il famigerato palo nel deserto. Da qui in poi è un assalto all'arma bianca. Recoba spara sassate da ogni posizione e, quando è tecnicamente impossibile vedere lo specchio della porta, mette in mezzo all'area una pallone via l'altro alla ricerca della testa di Maniero. Su uno di questi traversoni si esalta il buon Filippo che svetta più in alto di tutti e fa 2-2. Il Penzo salta in aria, ma, come direbbe Joe Rivetto, the best is yet to come. A cinque minuti dal termine c'è una punizione da tre quarti campo per il Venezia. Siamo leggermente spostati sulla sinistra del rettangolo di giuoco e, manco a dirlo, Alvaro Recoba si accinge a batterla. Per affrancarsi dall'ingombrante omonimia criminale, Filippo Maniero sa che è necessario inventarsi qualcosa di tremendamente rumoroso. E così, mentre vede il pallone tagliato avvicinarsi a lui, decide di fare un botto atomico.

BOOOOOOM!!!!!

Va da sé che sulle ali di quella vittoria, il Venezia si salvò con clamoroso anticipo e fece gustare al pubblico calciofilo italico le simpatiche prodezze della coppia Maniero-Recoba, 33 goals in stagione.

IL CONCETTO DI SCHADENFREUDE TRA UNA FINTA E UNA MAZURKA


CAPITOLO 1 – UNA FINTA A MILANO MARITTIMA

Non è come credete.
Nel senso che sì, questa storia parte dalla Romagna, ma non riguarda né la Romagna né il tipo di danza in oggetto.
Ma andiamo con ordine.
È l'estate del 2000 e sono in vacanza a Milano Marittima con una combriccola omogenea tanto quanto i musicanti di Brema. Compagni del Liceo (tutti simpatici tranne Federico F.), amici dei suddetti compagni (simpatici come la faccia di Biscardi, cit), e personaggi estratti direttamente dal bussolotto dei casi umani (simpatici sì, se però per “simpatico” intendete che vi fa ridere scoprire direttamente da uno di questi che la vostra morosa del tempo vi mette le corna, e ve le mette con lui, che però non ha collegato chi siete, e parla di lei come se fosse sempre stata 'na puttana: e come dargli torto!).


Quello in alto è Federico F.

Siamo in questo appartamento a MiMa (come andrebbe di moda dire ora) e qualcuno, che Dio lo benedica, ha comprato il Guerin Sportivo. Comodamente adagiato sulla tazza del cesso e in procinto di sparare da retro, lo sfoglio finché non mi imbatto in un meraviglioso articolo riguardo al Pelè di Uruguay-Brasile del Mondiale del 1970, quello della finta più bella e inutile della storia del calcio: il Pelé del “no-gol” come viene definito nel video che posto qui sotto.


A Messico '70 di quattro squadre che si presentano alle semifinali, tre di queste sono bicampioni del Mondo: Italia, Brasile e Uruguay. Se una di queste vince il campionato, può dirsi padrona della Coppa Rimet, in quanto al tempo è previsto che tale appannaggio debba spettare alla Nazionale in grado di vincerla per tre volte anche non consecutive.
Una delle due semifinali è la partita passata alla storia come El Partido del Siglo, vale a dire italiagermaniaquattroatre; mentre l'altra è Brasile-Uruguay, match dal risultato tanto rotondo (3 a 1, ndr) quanto bugiardo.


Ma in questa puntata degli 11 Illustri Sconosciuti non si parla né della partita del secolo, né della Nazionale più forte di tutti i tempi (quella verdeoro di Carlos Alberto, Pelé e Rivelino, ormai ospite fisso delle nostre colonne), né della finale persa malamente dagli azzurri arrivati stremati alla conclusione, e né, in ultimo, della “definitiva” assegnazione della Coppa Rimet al Brasile tre volte Campione del Mondo. Oggi, per dirla con Brunello Robertetti, spareremo una serie di stronzate clamorose ma lo faremo come piace a noi, sottovoce, e daremo un'occhiata all'altra metà del cielo di quella memorabile finta.


Intanto però torniamo a Milano Marittima.
Nel leggere l’articolo del Guerino, scritto benissimo e avvincente tanto quanto la storia che il tizio che si ingommava la mia morosa mi aveva da poco raccontato, non faccio fatica, pur non avendo mai visto l'azione descritta, a costruirmi una sequenza verosimile di immagini degli eventi.
Il pallone che arriva da una parte, Pelé che, giungendo da quella opposta, va ad incrociarne la traiettoria e portiere che si fa sotto pronto “alla pugna”. Il dieci brasiliano maramaldeggia e, con una finta geniale come solo le cose più semplici possono essere, lascia correre il pallone ingannando bellamente l'estremo difensore che non solo rimane abbindolato ma fa pure la figura di quello nato nella stanza dei salami.


Tempo fa ho letto una frase che diceva pressapoco così:”...che uno il cuore oltre l'ostacolo ce lo butterebbe pure. Il problema è andare a riprenderselo dopo”.
Caso questo che però non s'addice al nostro, infatti, dopo una brusca sterzata, o Rei lo va a ripigliare (il pallone, non il cuore) e con la precisione balistica dell'uomo che conosce anche il più sordido dei biliardi scocca sul montante più lontano, perché sì, bisogna considerare anche questo. Pelé non si accontenta di piazzarla facilmente sul primo palo perché paradossalmente la soluzione più facile è quella più rischiosa, e questo proprio perché in quell'istante sta rientrando un difensore della Celeste che ha tutta l'intenzione di chiudere la casella della tombola prima che la pelota finisca in rete, con tanto di hashtags da riportare subito dopo su twitter: 
#hairottoilcazzo #anchebasta #fanculotueilbrasile #anchetuconoscisergio?


Tuttavia il pallone fa i baffi al palo ed esce di un niente, e il Dio del calcio si mette le mani nei capelli, totalmente incredulo, quasi pensi di avere un credito da riscuotere nei confronti degli altri dei, antichi e nuovi, veri o finti. Ma come? Perché avete impedito che quel pallone entrasse? Quel pallone aveva e avrebbe avuto una storia gloriosa, e voi gli avete negato il lieto fine, così, per puro dispetto.


CAPITOLO 2 – IL PALLONE NON ENTRA MAI PER CASO

Facciamo un salto in avanti e ritorniamo al futuro, ai giorni nostri.
Non avendo ancora imparato ad usare il digitale terrestre, sono a conoscenza della frequenza di pochissimi canali ed uno di questi è un'emittente locale, densamente spopolata di felicità e sovrappopolata di sedicenti giornalisti sportivi che purtroppo però non brillano per fantasia, ritmo o grammatica, e chiunque riesca a guardare un loro programma dall'inizio alla fine merita, per me, qualche migliaio di euro da spendere in birre, una vacanza premio in Birmania con Federico Buffa, una squadra di troie del Pippi's, insomma scegliete voi, ma ne va riconosciuto l'elevato spirito di sacrificio.

Quella sera c'era un ospite di cui purtroppo non ricordo il nome ma che, da come traduceva in parole i propri pensieri, dava l'idea di essere molto dentro l'attualità del calcio internazionale, molto più e con maggiore competenza di, che ne so, un Mario Sconcerti qualsiasi (non vorrei dire una cazzata, ma credo si trattasse dell’Avvocato Galassi, uno che deve averci messo del suo nell’acquisto di Mario Balotelli da parte del Milan).
Questo luminare del foro e del football, nell'analizzare i mali del calcio italiano, individuava una possibile ricetta di guarigione in un libro intitolato, per l'appunto, “Il pallone non entra mai per caso”.


Questo titolo sta a significare non tanto che chi vince abbia sempre ragione, ma che esistono mille ragioni per cui entri il pallone della squadra che vince e non di quella che perde. E queste ragioni sono: stadio pieno, introiti annessi e connessi, vivaio ricco di talenti, campagne acquisti mirate, sponsorizzazioni azzeccate, programmazioni finanziarie solide, ecc... Insomma, non "un fortuito susseguirsi d'eventi", per dirla alla King Schultz in Django ma l'evoluzione riuscita di virtuosi “piani un po' più che quinquiennali e un po' più che di merda”
Exempli gratia: Borussia Dortmund, Barcellona, Manchester United, Bayern Monaco.


Io però ho smesso di ascoltare questo signore nel momento stesso in cui ha detto:”Il pallone non entra mai per caso” perché, oltre a trovarmi completamente d'accordo, ha spedito il mio pensiero anni luce da lui, dal suo libro e dai sedicenti giornalisti sportivi modenesi, riportandomi nuovamente indietro nel tempo e nello spazio, e collocandomi idealmente sulla traiettoria di quel pallone che Pelè aveva appena calciato, quasi io fossi un Alberto Angela qualsiasi a spasso per le rovine di una qualche città dell'antichità.


CAPITOLO 3 - IL CONCETTO DI SCHADENFREUDE

Prima però introduciamo il concetto di Schadenfreude, andando direttamente in prestito da Wikipedia.
Schadenfreude è un termine tedesco che significa "piacere provocato dalla sfortuna" (altrui).[...] deriva da Schaden (danno) e Freude (gioia). In tedesco il termine ha sempre una connotazione negativa.
Non ricordo assolutamente come io mi sia imbattuto in questo vocabolo ma so d'esserne rimasto colpito perché non ha omologhi in altre lingue (in Gran Bretagna è considerata loanword, ossia prestito linguistico), e se conoscete un minimo la storia più o meno recente della Germania, converrete che non possa che essere una parola esclusivamente tedesca (il bene alemanno a danno del resto del mondo è Storia, quella con la S maiuscola, non solo una mia opinione).
In Italiano, come anticipato, non esiste niente di simile se non: Suca! Tié! o Godo!

Tecnicamente era Schadenfreude anche l'atteggiamento ostentato dal ragazzo che a Milano Marittima mi raccontava con dovizia di dettagli il galeotto amor che insieme alla mia ex-morosa aveva consumato a mio danno.

Bene, ci siete? Alles klar? Se sì, vi beccate un video.


La Schadenfreude si pone esattamente tra Pelè e il portiere Mazurkiewicz, che è un po' come dire che si pone tra la finta e il Mazurka; era infatti così che l'estremo difensore uruguagio veniva da taluni soprannominato dalle sue parti (altro nickname era Chiquito, ma in questa sbabbelata non ci stava).
Immagino che ora il titolo del post vi sia più chiaro. Comunque: la gioia del primo (Freude) in cambio del danno del secondo (Schaden).
Ma, in questo caso, who's who?
Chi è chi?
E chi fa cosa?
Mazurkiewicz in questo frangente rappresenta -meglio di chiunque altro- l'insopportabile solitudine dei numeri primi, l'inesorabile destino che il numero uno si trova ad affrontare quando il dieci di turno decide di buggerarlo.
E infatti in prima battuta la Schadenfreude è tutta a sua sfavore.
Pelé si presenta davanti a lui con la joie de vivre di Mauro Repetto prima maniera e, dando per scontato che ogni portiere debba far credito ai profeti del pallone (e in particolar modo a lui), fa tutto secondo i crismi dei manuali del calcio che lui stesso sta dettando agli ammanuensi del tempo.
Improvvisamente però il concetto di Schadenfreude si ribalta e volta la carta, schierandosi dalla parte del Signor Mazurka.



CAPITOLO 4 – LA MAZURKA DI GUADALAJARA

Com'era?
Il pallone non entra mai per caso? Credo che per uno strano principio fisico di cui non ricordo l'esatta definizione o che forse proprio non esiste, deve essere vero anche il contrario, ossia che "il pallone non ESCE mai per caso".
Si potrebbe attribuire ogni merito alla fortuna del portero (che comunque, da quel che so io, la fortuna non è mai una colpa), oppure provare a capire per quale strano allineamento di pianeti, nella semifinale di Guadalajara, la situazione abbia detto bene a Mazurkiewicz e male a Pelè.

Se ricordate, qualche riga sopra ho scritto del risultato truffaldino di questo incontro: true story.
Un passo indietro allora!
Ladislao Mazurkiewicz Iglesias, “El arquero negro”, è stato il corrispettivo sudamericano di un altro ragno nero, ma di terre molto più fredde e dell'altro emisfero: il sovietico Lev Yashin, cui è legato a doppio filo.


Al di là di una strepitosa carriera in patria, in Sud America e in Spagna, Mazurka è stato considerato uno dei tre migliori portieri al mondo per almeno 8 anni, che in linea di tempo equivalgono ai Campionati Mondiali da lui disputati: Inghilterra '66, Messico '70 e Germania '74.
Per due volte nominato terzo miglior portiere del torneo (cedendo il passo solo a gente del calibro di Yashin, Banks, Maier e Tomaszewki, quest'ultimo "polacco" come lui, ma polacco per davvero), fu proprio a Messico '70 che primeggiò. Questo titolo non fu certo per la finta andata a mal fine, ma fu per la considerevole mole di parate decisive che permisero all'Uruguay di arrivare fino alla semifinale con il Brasile.

In Sud America hanno una parola per definire chi non è un cliente facile da avere davanti, chi non si vorrebbe mai incontrare sulla propria strada perché, di riffa o di raffa, l'avrà vinta lui. Si dice che ha "la garra", che in Italiano viene impropriamente tradotto come (e mutuato) in "grinta" dai giornalisti di Sport Italia, ma che in realtà significa "artiglio".
E Mazurkiewicz, di "garra", ne aveva da vendere, perché era ben difficile che un pallone o un avversario non finissero tra le sue grinfie nere e quando, come in questo caso, non gli riusciva di artigliare né il primo né il secondo, qualcosa spingeva la pelota fuori dai pali.


CAPITOLO 5 - MARYLOU, TUTTI I MARINAI GRIDANO I LOVE YOU

Le sue grinfie erano nere, ho detto, esattamente come quelle di Yashin, il portiere che ho precedentemente scritto essere legato a doppio filo con Mazurka. Un cordone era quello del colore della maglia, nero, mentre l'altro, più sentimentale, è dovuto al fatto che in occasione della propria partita d'addio al calcio giocato, Yashin designò come suo erede proprio Mazurkiewicz.

Nell'articolo che lessi a Milano Marittima quell'estate, non c'era nulla al riguardo del portiere uruguagio, non so nemmeno se ne menzionasse il nome; l'altra metà del cielo di quell'incredibile finta non aveva alcun peso specifico nell'economia della storia.
Io so solo di non essermene mai dimenticato, e mi son sempre ripromesso di tornarci sopra.
La recente morte di Mazurkiewicz mi ha dato un ottimo pretesto per farlo e per rendergli omaggio. Sono contento di aver scritto di lui sulle colonne degli 11 Illustri Sconosciuti: è il suo posto.


PS.La parte della morosa è verissima ma, fortunatamente, non era la mia ma quella di un amico. Io ho solo preso in prestito la sua storia.

UN DISTILLATO DI VELENO

Vi dice niente tale PIRINAI, attaccante toscano di Borgo Buggiano in forza all'Inter negli anni'50?
Rispondete subito: o sì o no.
Se sì: bravi, potete avanzare di leggere questa serie di boiate.
Se no: fate uno sforzo di qualche minuto e, se vi va, seguitemi.


Prima goccia di veleno.
Sono i Mondiali del 1954 (per ricchezza di significati, tema ricorrente in questo blog) e l'Italia gioca contro la Svizzera che, in qualità di paese organizzatore, gode dei favori di un arbitraggio casalingo e casereccio. Il Byron Moreno dell'epoca risponde al nome di Viana, referee brasiliano corrotto dagli onesti dirigenti elvetici che gli hanno commissionato un delicato compito: far vincere i padroni di casa.
Segnano loro, segniamo noi con Boniperti detto "Marisa" (letto? Questa mettetela via che ci torno sopra dopo), quindi Pirinai mette in rete la palla del 2 a 1. Tuttavia il truffaldino direttore brasiliano, memore della calorosa ospitalità svizzera riservatagli poco tempo prima presso lo stesso hotel dov'erano (ma guarda un po'!) in ritiro i nazionali rossocrociati, annulla il gol del vantaggio azzurro. Il Pirinai, in barba al regolamento e come un Paolo Di Canio ante litteram, cosa fa? 
Prende, va da Viana e, daboun mia da burla, lo piglia bellamente a calci. Alé!


Seconda goccia di veleno.
Abbiam parlato di Giampiero Boniperti, soprannominato "Marisa"; a voler essere puntigliosi "Marisetta". “Soprannominato”, d'accordo, ma da chi? Sempre dal Pirinai, il quale, battezzato con acqua santa ed arguzia toscana, si diletta nel prendere per il culo i boccoli biondi del Capitano della Nazionale italiana e della Juventus, i quali gli donano quel qualcosa di femminile che infiamma l'esplosivo vernacolo del nostro protagonista che, come piace tanto dire sia a me che a Santu, ha la lingua che taglia, cuce e fa l’orlo a giorno.
C'è poi da dire che l'istrionico bombarolo bianconero, compagno di nazionale di Pirinai, incassa come un Gavioli qualsiasi e accetta, pur se a malincuore, d'essere scherzato.


Chi invece, alla terza goccia di veleno del solito Pirinai, reagisce, ma lo fa col classico aplomb britannico, è il gallese John Charles, per gli amici italiani: "Giancarlo, il Gigante Buono".
Charles, che di mestiere fa l'attaccante ed è compagno di reparto di “Marisetta” nella Juventus, passerà alla storia non solo per aver fatto parte del Trio Magico (Sivori-Boniperti-Charles, ndr) e aver di conseguenza messo a segno un puttanaio di gol, ma anche per la sua mitezza sul campo da gioco. Il gallese non venne mai ammonito o espulso. Pensate che durante una partita in cui tutti i difensori avversari lo presero ripetutamente a calci e gomitate, con bonomia degna di miglior causa, pregò il partner d'attacco Giampiero affinché lo aiutasse:”Boni, fai tu qualcosa, difendimi: io non ne sono capace!"*
Piano però, perché questo non significa fosse il classico tipo "gràs gròs e balòs", anzi, se c'era da menare, questo giandone gallese picchiava a man salva.

Eccolo in un amorevole scambio di opinioni con El Cabezon Omar Sivori, al 2'09''

Tornando all'Ali Vs Frazier di cui sopra, si gioca Inter-Juventus e il Pirinai va a cercare Charles per provocarlo. Il tutto non è mosso da un principio di “things happen”, no signori: il toscano, esattamente come quando stritola i coglioni dei difensori avversari, allo stesso modo azzanna verbalmente i rivali più pericolosi per puro gusto di sfida.

Potete anche non credere che sia veramente andata come sto per raccontarvi, ma io c'ero e e l'ho vista dal vivo.
Charles, la Regina è sempre stata 'na puttana!” (vi faccio uno spoiler, immaginate oggi di sentirla dire da un “omonimo” del Pirinai). E il Gigante Buono, fiero come un pavone e con sguardo imperturbabile zittisce lo sfidante:”Non è la mia regina, io sono gallese.”
Per la serie “Ciapa sò e porta a cà” che, povero il mio Pirinai, Mister Charles ti ha dato una risposta che ti sta bene come un vestito nuovo.

Quarta goccia di veleno.
Abbiamo detto che il Pirinai milita nell'Internazionale, e ne è il terminale offensivo più avanzato. Alla sua destra gioca Armano, alla mancina Istvan Nyers e di spalla Lennart Skoglund.
Per questi ultimi due bisognerebbe aprire una serie di parentesi graffe, quadre, tonde e di altre forme che ancora devono essere inventate.
Istvan "Stefano" Nyers, magiaro di nascita e francese d'adozione, conosciuto come "il bomber apolide", è morto per malattia e miseria poco tempo fa in uno sconosciuto paesello di nome Subotica, al confine tra Slovenia e Ungheria. Fu un grande viveur del tempo e condusse un'esistenza molto al di sopra dei propri limiti e delle proprie possibilità. Amava l'alcol, il gioco e l'azzardo in genere, ed elesse Bologna (e non poteva essere altrimenti: del resto è la città godereccia per definizione) come dimora più consona alla sua persona. Stette lì fino a che le opprimenti nebbie emiliane non lo nascondessero ai più e ne accompagnassero il buen retiro a Subotica
Tanto per capire il folklore del personaggio, si trattava di uno che si presentava all'allenamento in Studebaker.


Invece di Lennart Skoglund, alias Nacka, svedese sbronzone, riporto uno spassoso aneddoto:"una volta chiamarono il padre perché ammonisse il figliolo a bere meno ma a tarda notte un dirigente dell'Inter pescò in un bar ubriachi di whisky padre e figlio."**
Roba se che non avesse giocato a calcio sarebbe diventato un Cerruti Gino qualsiasi.
Per la serie “paragoni azzardati? Menga tant...”: la moglie e i figli di Skoglund vivono ancora a Milano e hanno aperto una tabaccheria zona Lorenteggio, quartiere il cui vecchio nome era Giambellino, proprio quello da cui veniva uno alto, biondo, mai una lira che chiamavan drago.

Ecco qui Nacka in una foto instagram del tempo.
#nacka #sbronzoniserialisvedesi #ubriacarsicomesenoncifosseundomani #intermerdaale e #instacazzi?

Beh, siamo a Firenze e Nacka imbecca Stefano Nyers che a 4 metri dalla porta sbaglia un gol già fatto. Pirinai, cieco di rabbia e disperazione agonistiche, dà in escandescenze e gli tira due cartelle in faccia. Il bomber apolide, risentito per il gesto del compagno, fa per andarsene dal campo lasciando di stucco compagni e avversari, quando il toscano lo rimbrotta nuovamente:"Ungherese, rientra sennò dopo facciamo i conti".
Qual'è il detto? Chi la fa, l'aspetti.
E infatti Nyers poco dopo inzucca il pallone in rete, si disinteressa di risultato ed esultanza, e corre a rivalersi sul Pirinai restituendogli indietro i due ceffoni:"Borgobugiano, visto che io fatto gol?"

Il toscano molto tempo più tardi ebbe a dire di non aver mai visto Nyers segnare di testa in tutta la sua carriera. Lo fece solamente una volta, e fu proprio quella della vendetta nei suoi confronti. Così è la vita e, come direbbe Luca Ricchi:"questo è il calcio".

Una canzone a tema.

Quinta goccia di veleno.
Se parliamo di un interista (e che Dio mi perdoni), parliamo della seconda squadra di Milano e non possiamo non tirare in ballo il derby della Madonnina.
Vi ricordate Maspero? Il mio socio in affari ne ha parlato tempo fa in un articolo dedicato ad uno dei più grandi "disgraziati" di Modena e provincia: Davide Ravera. Se non rammentate (intendo Maspero, perchè Ravera solo che lo abbiate visto una volta, sapreste riconoscerlo anche al buio) o, peggio ancora, non sapete per cosa sia passato alla storia, ecco il link, perchè se c'è qualcuno da cui ha imparato il mediocre fantasista di Toro, Cremonese e, credo, Marapollese, quello è stato Pirinai.

Che cos'è il genio?
È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione.

Rigore per il Milan. Dal dischetto va Ernesto Bernando Cucchiaroni, in arte Tito, ala sinistra argentina di cui qualche versetto più avanti andrò ad elencare le migliori parabole. Come ogni buon rigore assegnato in Italia, è molto più che dubbio, e l'arbitro Lo Bello viene attorniato dai nerazzurri. Pirinai, vestendo i panni del genio, si avvicina alla panchina, si fa dare un limone e, approfittando della confusione creata da giocatori intorno all'arbitro, lo sistema poco sotto il pallone già collocato sul dischetto degli 11 metri.
Inutile dire che Tito Cucchiaroni spara un missile che esce di sei metri.
L'Inter vince per una rete a zero e Pirinai è costretto a darsela a gambe per schivare la reazione furiosa dei rossoneri ed evitare l'invasione di campo dei tifosi milanisti.

Breve digressione.
Facile pensare che Tito Cucchiaroni sia ricordato come coglione di turno, sfigato totale o disgraziato in genere. Falso e ne motivo il perchè.
Dopo alcune stagioni al Milan, l'argentino va a Genova sponda blucerchiata e, tanto per far capire chi sia e cosa sia in grado di fare, segna due gol nel derby della Lanterna. Da quelle parti un gol contro il Genoa è bastante perché chi lo segni venga elevato a paladino della tifoseria per più o meno sempre, immaginatevi se i gol sono due. Oltre a questo ritrova Nacka, sì, proprio lui, Lennart Skoglund, col quale forma un tandem d'attacco che porta la Sampdoria ad un incredibile quarto posto. Storia vecchia persa nelle foschie delle creuze de Zena e nei bar di Marassi?
Andatelo a dire agli Ultras Tito.

No, non è Mister Satan senza barba

Sapete cos'è strano?
Che solo l'almanacco Boccali del calcio, stagione del Signore '46/'47, riporta il nome di Pirinai: una e una sola presenza nell'Empoli. Dopodiché non se ne contano più in alcun annale, né prima né dopo quegli anni, non all'Empoli, non all'Inter, e nemmeno in nazionale. E dire che Pirinai di presenze ne ha fatte ben più di una e molte di queste son divenute memorabili, e come abbiam visto ognuna per un motivo diverso.
Ma non ho raccontato fregnacce, quello che ho scritto è tutto successo ed è documentato, e Pirinai è veramente esistito. Solo che non ha mai giocato a calcio. Pirinai era il matto di paese, il matto di Empoli.


Il portiere Borgioli mi prendeva in giro chiamandomi in quel modo (Pirinai, ndr). E una domenica, al giornalista che voleva la formazione per l'incontro, disse che con il '9' avrebbe giocato Pirinai. Quello pubblicò l'articolo, e l'almanacco fece il resto.”***
Questa storia old but gold è la storia di Benito “Veleno” Lorenzi.


Si dice “nomen omen”, per indicare che il nome è presagio di quel che si diventerà, perché così, Veleno, non lo chiamò nessuno che gli volesse male, ma fu la su' mamma per l'infanzia burrascosa da discolo tremendo. E la signora Ida non avrebbe potuto trovare soprannome, scusate, omen, migliore.
Eppure Lorenzi, proprio come una moneta, ha sempre avuto un'altra faccia. Infatti non fu solo un impenitente figlio di buona donna, anzi. Cattolico fervente, cercava il perdono del buon Dio asserendo che "Il corpo peccava mentre lo spirito cattolico rimaneva nello spogliatoio". In tutta la sua vita saltò solamente una Messa perché una volta non riuscì a trovare la chiesa del paesino siciliano in cui era capitato, e all'Inter l'allenatore Olivieri gli concedeva di permesso di curare la propria fede:”Giacomazzi, guarda che Lorenzi nell'ora libera va a Messa, non a troie come fai tu”.***

Dopo aver messo a segno lo scherzo del limone, confidò al proprio prete di aver compiuto una scorrettezza. L'uomo di Dio, interista convinto, non gli comminò i canonici sette ave pater gloria ma, facendosi una grossa risata alla faccia di Tito Cucchiaroni (e milanisti al seguito), lo assolse del più bel peccato che avesse mai sentito confessare.

Di calciatori così hanno buttato via lo stampo.

Bibliografia essenziale senza la quale non avrei potuto scrivere questa sbabbelata.
*http://ilpalloneracconta.blogspot.it/2007/12/john-william-charles.html
**http://www.storiedicalcio.altervista.org/lorenzi.html
*** http://archiviostorico.corriere.it/1995/gennaio/14/Lorenzi_cosi_rissoso_che_mamma_co_0_950114741.shtml 

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