COSE CHE ACCADONO QUI – IL MAGO HATZIPANAGIS

PREMESSA 

Inizialmente avevo pensato di scrivere un articolo sul mio blog perché l'imbeccata della storia che segue aveva intercettato quella della mia vita in maniera del tutto rocambolesca (che, come diceva il grande mediano metodista Gigi Pirandello, l'inverosimile non può permettersi di non essere autentico, alla lunga non reggerebbe, per cui occorreva mettere nero su bianco perché nemmeno con tanta fantasia avrei immaginato una trama simile, giocoforza dovevo tenerne nota), poi però, sapendo che non avrei potuto evitare di parlare di calcio, ho preferito deviare sulle colonne degli 11 Illustri Sconosciuti, dando, per la prima volta, seguito ad un suggerimento ricevuto dall'esterno.

Sono solito prestare il mio orecchio a tutti ma la mia voce a pochi: tuttavia in questo caso mi son permesso uno strappo alla regola perché, una volta lette le vicende del calciatore di cui tosto (beh, non troppo “tosto”) andrò ad angustiarvi, chiedere di scriverne è stato come invitare un'oca a bere.

tum chà – tum chà.


CAPITOLO 1 – HERE, THERE & EVERYWHERE

Nel fare un passo indietro vi chiedo di pazientare o, in alternativa, saltare a piè pari il presente capitolo che, fondamentalmente non c'entra 'na mazza, ma “s'ahveva dha fa'”.

Prati di Barigazzo dalla Capannaccia

Dovete sapere che gli 11IS hanno una casella mail, o come dice il mio CTS “un'imai”, a dire il vero pochissimo frequentata sia da mittenti foresti che dagli stessi proprietari. Beh, una volta ogni mai la consulto per verificare che nessuno ci abbia denunciato alla buoncostume, ci abbia offerto prestiti a tassi di usura o abbia adito le vie legali a vario titolo.

Succede che trovo un'interessante mail di un ragazzo torinese d'istanza in Polonia, il quale, nel presentarsi, dice di avere una nonna originaria di Barigazzo, che, per chi fosse poco pratico del Frignano, è una piccola frazione di Lama Mocogno, sull'alto Appennino modenese. Immagina che noi, essendo geminiani, lo conosciamo, ma non sa quanto le sue intuizioni si avvicinino alla realtà. Insomma, morale della favola: il mondo è un posto piccolissimo e sei gradi di separazione a volte sembrano essere addirittura troppi.

Per antefatti che non starò a descrivere qui, pur senza vantare alcun legame di sangue o di discendenza, io a Barigazzo conosco praticamente tutti: abitanti vecchi e nuovi, famiglie intere ed in cantiere, villeggianti seriali o di regolare passaggio. Ci ho trascorso dieci estati e metà inverni, ne conosco strade, sentieri, prati, boschi e selle. Per tanto tempo l'ho considerata una seconda casa, fino a che -senza stare a spiegare come e perché- giustappunto la scorsa estate, la vita ci ha spinto verso direzioni diverse, che rimane un bellissimo modo per dire che non ci è dato sapere come e quando, ma le cose s'interrompono, e fondamentalmente va bene così.


Ad essere molto più che sinceri, avevo deciso di limitare i miei rapporti con Barigazzo a questioni di vita, di morte o di miracoli perché, per come intendo io le faccende umane, spesso il modo migliore per apprezzare alcune di queste rimane quello di schivarle di netto. Nondimeno e senza pontificare oltre, se ero uscito dalla porta, la mail di questo ragazzo mi ha fatto rientrare dalla finestra.
Barigazzo non è una metropoli, per cui la nonna di questo ragazzo doveva essere per forza parente di qualcuno che conoscevo. E, dopo aver incaricato il mio servizio di intelligence (leggasi: la nonna di una ragazza del posto) di informarsi al riguardo, ho scoperto che era proprio così, e ovviamente né il mittente della mail né la mia amica erano/sono a conoscenza l'uno dell'altra.
Ma non finisce qui.

L'indirizzo mail del ragazzo che ci ha contattato non è il solito nome.cognome@sticazzi.it bensì doyoubelieveinrapture@sticazzi.org. Questo potrebbe non significare niente per nessuno, ma a me (e non dico nemmeno “stranamente!”, perchè in questa storia ci sono più colpi di scena che nella quarta serie di Breaking Bad) dice molto. 
Di ritorno dalle mie estati barigazzine mi divertivo (ero universitario, avevo del gran tempo da perdere) a collazionare filmati con le foto che erano state scattate durante la vacanza, ovviamente corredate di una degna colonna sonora. Dello sbanderno che ne avrò fatti, ne ricordo uno e uno solo. Riguardava una grigliata ai Landifrara (un appuntamento d'obbligo nel granvarietà feriale di Barigazzo), e la cosa più buffa di quel montaggio amatoriale consisteva nell'aver ritratto un amico che ad ogni scatto impugnava un Heineken da 66, mai la stessa che stava bevendo nella foto precedente. La canzone che avevo scelto era “Do you believe in rapture” dei Sonic Youth, che sono una delle cose più lontane dall'essere il mio gruppo preferito, ma che con quel pezzo mi avevano spaccato la testa. L'avevo messa giù così bene che tutte le volte che mi è capitato di riascoltarla per altri motivi, avevo comunque in mente ogni frame del video, come se musica e immagini fossero divenute due entità inscindibili.

Il mio montaggio, ovviamente, è andato perduto tra le opere d'arte defraudate dai nazi.

Io mi sforzo di credere in tante cose, credo pure che un giorno riuscirò a pronunciare correttamente Borussia Moenchengladbach senza impappinarmi, ma qui stiam parlando d'altro, siamo oltre il concetto di martingala o di tela di Penelope, qui qualcuno ha buttato a caso una serie di dadi ed ha indovinato non solo che somma avrebbero dato ma anche che numero sarebbe uscito per ciascuno di questi. Ma non credo ci siano spiegazioni logiche, credo solo che certe cose accadano, accadono così e, come recita la canzone con cui ho aperto il libro, accadono qui, dove “qui” ha l'accezione beatlesiana del termine: here, there and everywhere, in Emilia, in Polonia... dove volete!


CAPITOLO 2 - DASVIDANIA TOVARISCH!

Il ragazzo torinese di avi barigazzini, dopo aver fatto l'appello ed essersi profuso in graditissimi complimenti volti ad incrementare la nostra vanagloria, suggeriva di scrivere di un calciatore che assurgeva perfettamente -e con tutti i crismi del caso- al ruolo di Illustre Sconosciuto: Vasilis Hatzipanagis, detto “Il Mago”.

Nonostante esistano siti greci, inglesi e spagnoli che ne parlano, dalle mie ricerche non mi risulta che nessuno ne abbia ancora scritto in italiano (se non qualche striminzita riga su Wikipedia), per cui ready steady go, lo faccio io, che l'occasione di scriverne è un po' come depilarsi per una donna, puoi non sapere il come o il quando ma sai che arriverà il momento, quindi meglio farsi trovare pronti ed esibire tutto il repertorio quando l'ora volge al desiderio.


Il cappellone “Vasia” nasce a Tashkent in Uzbekistan da genitori greci comunisti, che avevano riparato in Unione Sovietica poiché in Grecia il KKE (l'equivalente del nostro PCI) era stato messo al bando.
Per poter giocare nel campionato sovietico, il giovanissimo ma già talentuoso Vasilis deve richiedere la cittadinanza “di grande madre Russia” e accetta. Non sa che questo gli comprometterà per sempre quella che avrebbe potuto essere una luminosissima carriera.

Tra i commenti che si trovano ai filmati su Youtube c'è chi ha scritto che questo è probabilmente uno dei più grandi talenti sprecati di tutti i tempi e che avrebbe potuto essere uno dei più grandi calciatori di sempre, se ne avesse avuto la possibilità. Preciso come un dito in culo: non avrebbe potuto commentare meglio.
Ma come direbbe lo chef Barbieri:”Attenzione!” non stiamo parlando del talento di RobinFriday o di Paul Gascoigne o di Mario Balotelli, stiamo parlando di un talento imprigionato da cavilli burocratici e, come vedremo, ambientali. Hatzipanagis infatti avrebbe dato fondo a tutto il suo talento senza risparmiarsi mai, ma questo non sarebbe bastato.

Debutta a soli 17 anni, entra subito nella rappresentativa sovietica degli Under 19 giovando quattro gare, ed è considerato uno dei più forti giocatori del campionato. Quindi accade ciò che sarebbe dovuto accadere e che, al contempo, sarebbe stato meglio non fosse mai accaduto: dasvidania tovarish! e se ne va a giocare in Grecia, la nazione della propria famiglia, più precisamente all'Iraklis di Salonicco.
#loavessemaifatto


Hatzipanagis non impiega molto a dimostrare il suo immenso valore e ben presto diventa l'idolo incontrastato della tifoseria di Salonicco che, senza doverci pensare troppo, gli attribuisce un soprannome perfetto: IL MAGO. Vasilis viaggia su frequenze che sono del tutto ignote ai comuni mortali: non gioca a pallone, dipinge calcio e non a caso più di una volta è stato definito “Il Maradona greco”. Abilissimo nel dribbling, e non perché uno la palla la impara a passare a sessant'anni, ma perché, come diceva lui stesso:”Quando vedo dei difensori attorno a me, voglio scartarli uno dopo l'altro”, guadagna pure, per le sue evoluzioni e i suoi trascorsi sovietici, il buffo appellativo di “Nureyev del pallone”.

Nel cercare una foto di Nueryev mi sono imbattuto in una foto di nudo che mi limito a linkare qui perché, fino a prova contraria, io ed il mio compagno di lettere siamo eterosessuali al 100%, però riconosco che la sua omosessualità deve essere stato un bel peccato per il gentil sesso, visto il missile che si ritrova in mezzo alle gambe. Erano stati dei bravi sarti, i tifosi dell'Iraklis, avevano cucito addosso un bel vestito a Vasilis, paragonandolo al ballerino russo, perché in comune di sicuro avevano una cosa: il talento sprecato.

Il ragazzo di Torino mi ha invitato a guardare alcuni video su Youtube e ne ho trovato uno che, al di là dell'ardito nome “Who is Messi? Vasilis Hatzinapagis Highlights” mi ha colpito molto.

Cappellone, inevitabile 10 sulla schiena e mancino naturale: già di per sé sussistono le condizioni di esistenza per prendersi alcuni minuti e guardarne gli highlights con attenzione. Poi si fa caso ad un mucchio di altri piccoli ma rilevanti particolarità perchè, non mi stancherò mai di ripeterlo, il diavolo sta nei dettagli.
Il Mago ama davvero imbottigliarsi nel traffico e circondarsi di difensori che non gli porterebbero via il pallone nemmeno se ci provassero per quindici giorni di fila, quindi, dopo aver creato praticamente da solo la netta superiorità numerica dei propri compagni, con occhi che sembrano fare le curve individua sul radar un amico cui recapitare la sfera, il quale, nove volte su dieci, si trova a tu per tu con il portiere: gol, arrivederci e grazie, mettete pure sul conto, paga il Mago.

Rob de matt


CAPITOLO 3 – CONDIZIONI CLIMATICHE CHE RENDONO STERILE

Sarà che mentre scrivo ho rimesso in circolo gli Afterhours perché a breve mi ricapiterà di vederli nel tour di “Hai paura del buio” diciassette anni dopo l'uscita dell'album, ma mi è tornato in mente questo verso di una canzone che, in verità, fa abbastanza cagare (e non era nemmeno nell'album summenzionato) ma che ben si presta come titolo al capitolo.


Giocare a Salonicco, allo stadio Kaftzansoglio, non è esattamente una leggerezza. A quelle latitudini il calcio è una questione dannatamente seria (il ragazzo della mail ha scritto:”da manicomio”) e mettere la maglia dell'Iraklis è come un diamante: per sempre. 
Hatzipanagis fa bella mostra di sé e diverse squadre europee, tra cui Porto, Lazio, Stoccarda e Arsenal, gli mettono gli occhi addosso. Il Mago vorrebbe provare altro, non solo perché stanco che le squadre di Atene facciano man bassa ogni festa ed ogni campionato, ma anche per cimentarsi in tornei di più alto livello. 

Tuttavia la dirigenza della società non osa immaginare la possibile reazione della calda tifoseria qualora venga deciso di cederlo (ancora, il ragazzo della mail, che a Salonicco ci ha vissuto un anno, ne parlava così:”un posto che quando ti entra dentro non ti molla più”), per cui, temendo lo scoppio della guerra civile, devono avergli consigliato qualcosa tipo:”Vasia, vedi 'n po' te... ma se vai via vengono a farci tana e ci ammazzano tutti.”

Il Mago, a malincuore, capisce che è meglio stare dalla parte del grano e rimane a Salonicco. Le condizioni climatiche “lo rendono sterile”, impossibilitato a dispensare la propria magia oltre il Mar Egeo. Sempre andando in prestito di un verso degli After:"Puoi non assaggiare, per vedere se il gusto se ne va": uguel. Giocherà la bellezza di quindici anni all'Iraklis, dal 1975 al 1990, in quella che a Salonicco è conosciuta come “L'era di Vasilis Hatzipanagis”. Non vincerà praticamente niente ma si toglierà la soddisfazione di alzare la Coppa nazionale dopo aver buttato fuori il Pana in semifinale e sconfitto l'Olypimpiacos in finale ai calci di rigore. Per la cronaca quella partita si conclude 2 a 2 dopo i tempi regolamentari, 4 a 4 dopo quelli supplementari e 6 a 5 al termine dei calci franchi. Il Mago, di tuta la conta dei gol su movimento ne segna due: un buon bottino.
Son contento di non averla vista perché sì, se avessi tifato Iraklis avrei eiaculato felicità per settimane, ma lì per lì avrei perso dieci anni di vita.

Bel pupìn

Tuttavia dire che piove sul bagnato è fare un complimento all'acqua che vien giù perché la situazione ambientale (leggasi clima ossessivo dei regaz del Kaftansoglio) non è l'unica cosa che dice male ad Hatzipanagis, infatti anche i trascorsi sovietici ne vanificano ogni altra prospettiva, nella fattispecie quella di militare nella nazionale greca.

In occasione di un'amichevole contro la Polonia (vi ricordate dove ho scritto che vive e lavora ora il ragazzo di Torino che ha inviato la mail? Ecco, iniziava con la “P” e non è Papua Nuova Guinea, ma vabbè, sarà un caso pure questo) viene convocato dalla nazionale ellenica e Vasia fa il cazo che gli pare, canta, suona e dice le poesie: la Grecia ha trovato il suo novello Ulisse.

Non fosse che, se ricordate quanto scritto ormai ventimila caratteri più in alto, Hatzipanagis aveva disputato quattro partite per la selecta giovanile della CCCP e gli viene notificato, proprio in virtù di questo, che non avrebbe potuto giocare altre gare con l'Hellas. Cornuto e mazziato.

Qui in un'immagine scattata nel 1999, quando la Federazione greca gli permise di giocare per venti minuti in un'amichevole disputata contro il Ghana, per omaggiarne il contributo al gioco del calcio in Grecia.


CAPITOLO 4 – ALMENO UNA GIOIA

L'amico di penna scriveva che a Salonicco tifano tutti Aris e Paok, i due altri club della città, e sono soliti deridere l'Iraklis ma “ogni tanto capita che qualcuno salti fuori con la frase: 'però hanno avuto il più grande di tutti' e allora silenzio perché sanno che è vero”. Un patrimonio incondiviso ed incondivisibile ma da proteggere a priori senza distinzione di fede calcistica o di censo, quasi fosse stato l'ultimo dei panda, roba che se si presentasse in un bar x di Salonicco masticando una gomma e salutando con due dita papali, tutti s'alzerebbero in piedi per tributare il miglior calciatore greco di sempre, quello costretto, suo malgrado, a non vedere sbocciare il proprio talento in piazze dove avrebbero saputo capitalizzarlo al massimo e restare nel dorato, ma scomodo, cono d'ombra dell'Iraklis.


Anche il mondo del pallone volle rendergli omaggio, permettendogli di mostrare quella classe cristallina oscurata dalle beghe burocratiche ed ambientali di cui sopra. Nel 1984 venne invitato nella Grande Mela per giocare un'amichevole a fianco di calciatori del calibro di Beckenbauer, Kempes, Krol, Magath e Keegan in un World XI contro, e qui chiudiamo un immenso cerchio che nemmeno sapevo di avere aperto, nientepopodimeno che i Cosmos di New York.


Giovedì al calcetto & #wellness, quando incontrerò il mio socio Santu, SB9, Luca, Ceppo e Simba chiederò loro com'era dal vero "Il Mago", Vasilis Hatzipanagis.



F**K YOU, YOU F**KIN F**K!!! - L'EPOPEA DI ROBIN FRIDAY

Eppure io ho la mia teoria. Folle? Probabilmente. Inutile? Mi piace pensare di no.
Facendo accoppiare la cosiddetta “Legge dei grandi numeri” con il mondo dell'arte credo di poter affermare senza timore di smentite che, a forza di dai e dai, anche il peggio scalzacani presente sul globo terracqueo può estrarre il coniglio dal cilindro. E produrre qualcosa di dannatamente bello. Traduzione volgare di questa ipotesi: “Un bel colpo di culo non si nega a nessuno”. Che la vita è democratica, eh.

DAI DIAMANTI NON NASCE NIENTE, DAL LETAME NASCONO I FIOR

Partendo dal postulato precedente, io vi chiedo: cosa hanno in comune Luciano Ligabue e Paul McGuigan, bassista degli Oasis?
Contro ogni pronostico parecchie cose, ma una in maniera particolare: la loro opera migliore non ha nulla a che fare con la musica. Infatti, nonostante tutti gli sforzi compiuti dai due per rimanere nel limbo della mediocrità, entrambi hanno pescato un jolly. Una matta che non permetterà loro di purificare tutti i crimini musicali contro l'umanità perpetrati fino ad ora, ma che almeno serve a lenire un po' lo sdegno nei loro confronti.
Come è universalmente noto l'omino di Correggio è riuscito nell'impresa di fare un bel film (“Radiofreccia” ndr), mentre, e questo purtroppo non è così risaputo, Paul McGuigan si è dato alla letteratura. Quella vera.

folgorazione

Ma se per “Radiofreccia” il calcio è soltanto una nota di folklore per accentuare alcuni aspetti della vita di paese, The greatest footballer you never saw”, scritto a 4 mani con Paul Hewitt, è una parabola incredibile che pone le sue fondamenta sul rettangolo verde.

NASCERE E MORIRE AD ACTON

Siamo ad Acton, estrema periferia ovest di Londra ed è un anonimo sabato prenatalizio del 1990. È, a voler essere precisi, il 22 dicembre e mentre le famigliole più o meno felici si accalcano per puntare il centro della City in cerca dei regali dell'ultimo minuto, un uomo solo chiude baracca e burattini e molla gli ormeggi verso l'aldilà.
Robin Friday perde il boccino per l'ultima volta a 38 anni.

come in un libro scritto male, lui si era ucciso per Natale

Quante vite possono essere contenute in 38 anni? Beh, qualunque sia il vostro conto, Robin Friday le può tranquillamente raddoppiare o addirittura triplicare.
Nato proprio ad Acton giovedì 27 luglio 1952, Robin fin da subito dimostra enormi propensioni al gioco del calcio e un refrattario ed autolesionistico odio rebelde per l'autorità.
A 12 anni entra a far parte delle giovanili del Crystal Palace, mentre a 14 è prelevato dal Chelsea. A 16 anni, dopo averla fatta franca o comunque aver limitato i danni e le perdite tra scippi e affari di stupefacenti, è “acquistato” dalla più grande organizzazione britannica: i bobbies di sua maestà lo cappellano mentre sta cercando di intascarsi un'autoradio e gli spalancano le porte del riformatorio.
Bella cazzata Friday!”, il ritornello di una vita intera. 
Ma dentro le mura dell'istituto correzionale, Robin si comporta clamorosamente bene ed entra nelle grazie del direttore che gli permette di allenarsi, 3 volte a settimana, con le giovanili del Reading. Ovviamente si distingue per la sua estrema capacità nel gioco e nell'essere una profonda testa di cazzo, “Qui nessuno di voi è alla mia altezza” amava ripetere ai compagni di squadra prima di far rientro al riformatorio per la notte.
Scontata la pena, Robin Friday conosce biblicamente una ragazza di colore di nome Maxine, la mette incinta e la sposa.
Bella cazzata Friday!”, il solito refrain.
Ma Robin da quell'orecchio non sente e riesce a sbarcare il lunario più o meno decentemente lavorando come stuccatore/decoratore e cominciando a coltivare il sogno di poter monetizzare quel fottuto talento sul rettangolo verde grazie ad un contratto ridicolo con i semiprofessionisti del Walthamstow Avenue Football Club. Siamo all'inizio dell'anno del Signore 1971.

L'IBRIDO PERFETTO: BEST + PESSOTTO

Per 10 sterle a settimana Robin delizia la bassa serie D di sua maestà ma, a forza di prestazioni incredibili, a dicembre di quel 1971 viene acquistato dal ben più blasonato ed ambizioso Hayes, dopo averli sbranati da avversario con una doppietta. Stipendio triplicato e via pedalare.
“Mi avete preso perchè vi ho spaccato il culo” fu il suo biglietto da visita al primo incontro con dirigenti, allenatore e nuovi compagni. Non c'è maiale, Mr. Friday.

What the f**k are you lookin' at?

La stagione finisce in crescendo per Robin che si prepara ad affrontare la preparazione per la successiva con i gradi di “Best player of the Isthmian League” appuntati al petto.
Ma nel luglio del 1972, mentre lavorava su di un tetto a Lambeth, Robin cade rovinosamente di sotto. Lui senza rosario in mano, però.
La leggenda e anche wikipedia nella versione d'oltremanica, narrano che sia caduto proprio sopra un palo che lo trapassò da parte a parte, creandogli un secondo buco di culo ma evitando per strane e misteriose ragioni d'opportunità gli organi vitali. Sempre stando ai racconti dell'epoca, Mr. Friday si liberò da solo dell'ingombrante ospite indesiderato all'interno del suo corpo e chiamò l'ambulanza che lo portò all'ospedale.
In ogni caso, dato che molte e discordanti sono le versioni che spiegano il perchè della caduta, “Bella cazzata Friday!”.

giù vertiginosamente giù

Passano quattro mesi e Robin Friday torna in campo. La partita contro il Doncater Rovers F.C. lo vede di nuovo schierato nell'11 titolare. Solo che c'è un problemino: al momento di entrare in campo Robin Friday sparisce e l'Hayes è costretto a cominciare la partita con un uomo in meno, mentre dirigenti e gente comune cominciano a cercarlo.
E lo trovano, ubriaco come se non ci fosse un domani, appoggiato al tavolino del pub proprio fuori dallo stadio. In una qualche maniera riescono a riportarlo alla ragione e all'80° minuto, privo di parastinchi e con una ghega addosso da far impallidire i capodanni in Via degli Unni, Friday viene gettato nella mischia sul risultato ancora inchiodato sullo 0-0.
Com'è/come non è, quel folle di Robin Friday decide il match raccogliendo un lancio dalle retrovie e perforando quegli avversari che fino a pochi secondi prima lo stavano perculando alla grande.
Narra la leggenda che a fine gara cercò di scagliarsi contro l'allenatore dell'Hayes, il suo allenatore, con la consueta pacatezza, urlandogli: Visto stronzo!? Adesso torno a bere lá fuori. Vedi di non rompermi più i coglioni”.
Non c'è che dire, “Bella cazzata Friday!”.

UFFICIO BOCCINI SMARRITI, CITOFONARE FRIDAY

Robin rimane ad Hayes fino al gennaio 1974, quando il Reading di Charlie Hurley decide di sfidare la sorte e di portarlo in Fourth Division. I numeri dell'esperienza biancorossa parlano chiaro: 46 reti in 76 presenze con la ciliegina di sette espulsioni per intemperanze varie.

quando sorridi, caro mio, ti si illuminano gli occhi

I problemi di una volta sembrano ben lungi dall'essere superati e Robin si allena quasi da solo, poiché durante i primi allenamenti, refrattario al concetto di 'tirare indietro la gamba' trasforma le partitelle in vere e proprie sessioni di macelleria. Come se non bastasse Mr.Friday si presenta da un dirigente con una richiesta quantomeno balzana: “Conosci un posto sicuro dove acquistare roba buona? Sai io non sono del luogo...”.
Bella cazzata Friday!” non c'è che dire.

da grandi poteri, derivano grandi responsabilità

Odiato e mal sopportato per tutta la settimana, nei 90 minuti che contano Robin Friday si fa perdonare tutto e si fa amare (anche se idolatrare sarebbe il verbo più adatto, dato che è stato eletto calciatore del millennio dai tifosi del Reading) con una serie infinita di prestazioni da extraterrestre del pallone.
Non sono solo le 4 reti in 19 partite nella seconda parte di stagione, definite magical e glorious dall'Evening Post, ma le prestazioni fuori bollo che lo mettono in luce per il fenomeno che potrebbe essere. “The team that has been transformed by Robin Friday has now scored a remarkable 16 goals in five games," reported the Evening Post, "and the highlight of this joyous afternoon was a goal by Friday that was worth anyone's admission money on its own.”. Tradotto a braccio significa che quando c'è Robin in campo si accendono le luci e tutti traggono beneficio dalla sua immensa classe.
Ma c'è poco da fare, se nasci tondo non muori quadrato.
Il top della stagione in campo lo raggiunge dopo una rete siglata al Plymouth, festeggiata scolandosi una birra tenuta in mano da un tifoso. Rosso diretto e sfuriata elegante che potremmo riassumere con un “Bevo per la sete che ho, pezzo di merda”.
Il top della stagione fuori dal campo lo raggiunge, dopo aver ricevuto il DASPO da due pub di Reading e dal Sindlesham Night Club per aver inventato il ballo dell'elefante*, in una serata al Churchill's, club tra i più malfamati della cittadina britannica, dove si presenta in condizione di alterazione plateale imbacuccato in un lungo cappottone e anfibi chiodati. Robin trotterella fino al centro della pista e si toglie teatralmente il soprabito mostrando a tutti il suo eccentrico outfit: comincia a ballare nudo nato.
Indovina un po'? “Bella cazzata Friday!”.

*il ballo dell'elefante consisteva nell'estrarre la propria proboscide dai pantaloni e farla muovere allegramente davanti al numeroso pubblico presente sulla pista da ballo

La stagione successiva Robin è di nuovo croce e delizia del Reading e timbra il cartellino 18 volte portando il i bianco-blu vicino alla promozione in terza divisione. Viene ricoverato per una crisi polmonare durante una partita di FA Cup contro lo Swindon, rientra a tempo di record, trova una squadra prossima alla zona calda della classifica e la riporta fino al settimo posto finale.
Le sue abitudini sono sempre le stesse e Robin si ritrova costretto a cambiare casa più di una volta per l'eccessiva molestia notturna, ma, parafrasando Virna Lisi nel famoso Carosello, con quei piedi può dire ciò che vuole. Anche rubare le decorazioni funebri da un cimitero per appoggiarle a fianco del presidente del Reading che stava beatamente dormendo sul pullman.
O come, ad esempio, festeggiare il gol vittoria contro il Rochdale (siglato a tempo scaduto) andando a baciare sulle labbra un poliziotto che, a suo dire, gli pareva infreddolito e triste. E rinnegando il gesto poche ore dopo perchè “I hate cops so much!”.
Niente di nuovo sotto al sole, “Bella cazzata Friday!”.

j'adore

Nella stagione seguente, 1975-76, il Reading centra la promozione in Third Division specialmente grazie alle 21 segnature messe a segno dal matto di Acton.
Tra queste si fa preferire l'incredibile roveca del 31 marzo 1976. Con i bianco-blu avanti 2-0 sul Tranmere Rovers, Friday riceve un lungo rilancio dalla sua metà campo e spostato a sinistra sul campo da gioco e a 30 metri dalla porta avversaria, decide di piantare una rovesciata impossibile da parare.
L'arbitro, il quasi-internazionale Clive Thomas, si complimentò con Mr.Friday “Non ho mai visto nulla di simile ragazzo, è incredibile” che rispose “Beh dovrebbe venire a vedermi più spesso. Lo faccio ogni settimana”.

tutto molto bello

In seguito, dopo aver firmato con una splendida voleè di sinistro il definitivo 2-2 contro il Cambridge United che promosse matematicamente il Reading in Third Division, qualcosa si rompe.
Comincia la stagione successiva tra alti e bassi, ma i rumors del mercato vogliono parecchie squadre di prima divisione addosso a lui.
E, com'è giusto che sia, Robin smarrisce una volta di più il proverbiale boccino.
Il manager del Reading, infatti, non offre un contratto all'altezza delle aspettative di Robin che si separa burrascosamente da suo club non prima di aver defecato nella vasca da bagno dello spogliatoio della squadra dopo una partita persa 4-0 contro il Mansfield Town. Mr. Friday era sicuro, dopo gli addocchiamenti di Arsenal, Crystal Palace e Sheffield, di potersi accasare in un club di prima fascia, oltretutto relativamente vicino a casa. E invece, tra la fine del 1976 e l'inizio del 1977, deve accontentarsi della Second Division e del Galles, perchè sono i bluebirds di Cardiff a metterlo sotto contratto per 28000 sterline.
Col senno del poi, nuovamente, vien da dire “Bella cazzata Friday!”.

F**K THIS SH*T, I'M OUT

Il rapporto con Cardiff e con il Cardiff parte immediatamente col piede sinistro. Quello giusto.
Robin si presenta alla sua nuova squadra e al suo nuovo manager Andrews accompagnato dalla polizia locale poiché beccato senza biglietto sulla tratta Reading-Cardiff. Tratta lunga e dispendiosa ve lo posso assicurare.
Non sarà l'unica volta che Friday verrà beccato sprovvisto di ticket sul treno ed ogni volta la multa viene recapitata sulla scrivania di Andrews che, nel vano tentativo di ottenere una qualsivoglia spiegazione, si vede recapitare un laconico “Mi avete voluto? Beh questo è il conto”.
Come la vogliamo mettere? “Bella cazzata Friday!”.

70's so 70's

Poi si comincia a giocare sul serio e il primo avversario sulla strada di Robin Friday e del Cardiff è il Fulham capitanato da Sir Bobby Moore, il capitano dell'Inghilterra campione del Mondo 1966. Diciamo che definirlo un'icona potrebbe suonare riduttivo e offensivo, così Mr. Friday oltre ad abbattere i bianconeri londinesi con una doppietta fondamentale nel 3-0 finale, si permette, come un Vinnie Jones ante-litteram, di strizzare vigorosamente i gioielli del capitano del Fulham e della nazionale inglese campione del mondo.

Bobby Moore che comprenderà il significato della locuzione "timore reverenziale"

Sia come sia l'ignoranza non va mai in vacanza ed Andrews chiama l'allenatore del Reading per bullarsi dell'acquisto appena fatto. Sospetto che il dialogo si sia svolto così: “Ci avete regalato un fenomeno!” “E' lì da quattro giorni, aspetta quattro mesi, fighino!”.
Ma ai tipi come Robin Friday mancano tutti venerdì del calendario e, sovente, anche qualche giovedì. Scompare dai radar della società gallese per una decina di giorni, si pensa che viva a Bristol, ma nella capitale del trip-hop nessuno ha sue notizie. Ritorna ma i giorni di luna storta non si contano più. Chiede, anzi sarebbe meglio dire supplica, al Reading di riprenderselo ma mancano gli spicci per riportarlo indietro.
Sul campo sputa comunque l'anima e con le sue giocate riesce a far innamorare perdutamente anche i supporter del Cardiff che lo eleggeranno “All time cult-hero” nel 2004.
Probabilmente perchè oltre a ricordare le sue bravate rammentano la lucida follia di quel 16 aprile 1977. In un match fondamentale per la permanenza in Second Division contro il Luton, il Cardiff, che viene da sette k.o. consecutivi, deve assolutamente vincere per continuare a sperare.
Robin Friday, quando non se la prende con se stesso, deve trovare un nemico per rendere al meglio e la sua vittima in questa occasione diventa il numero uno dei bianchi di Luton, l'anglo-serbo Milija Aleksic. Prima si prendono a male parole, poi il portiere esce a valanga anticipando Friday che, per tutta risposta, gli tira una scarpata sul grugno. Dopo le cure al portiere e l'ammonizione comminata a Robin, il matto di Acton si avvicina al portiere per scusarsi e Aleksic, come probabilmente ogni essere umano sulla terra, lo manda a prendersela in quel posto.
E allora che ti combina Mr. Friday? Rincorre il difensore appena servito da Aleksic dal calcio piazzato, gli ruba palla, ne semina un altro paio (due, tre o cinque a seconda di chi narra l'episodio) e a tu per tu con il nemico di giornata lo mette a sedere e, poco prima di depositare il futbàl in rete, gli sorride beffardamente. Poi, per completare l'opera, lo manda pubblicamente a fare in culo con il classico gesto della V.

go f**k yourself, mate!

A fine della stagione il Cardiff si salverà per differenza reti, per un solo gol e a me piace pensare che il gol in questione sia proprio questo, perchè gli eroi non esistono e i gli uomini non sono bravi, belli, giovani e forti ma sono anche e soprattutto dei testa di cazzo inenarrabili con manie di grandezza spropositate.
Curiosità: l'immagine del fotogramma in cui Robin esegue il gestaccio ad Aleksic è diventato la copertina del singolo del gruppo gallese Super Furry AnimalsThe man don't give a f**k”, singolo ovviamente dedicato al compianto Friday.

Super Furry Animals – The man don't give a fuck

Quello descritto sopra è l'ultimo gesto sportivo degno di nota della vita di Robin Friday che all'inizio della stagione successiva, 1977-78, è prima vittima di uno strano virus che gli aveva portato via 13 kg in due mesi poi, nuovamente, di se stesso. Rientra ad ottobre tentando invano di farsi diagnosticare un'epatite perchè non voleva andare da Bristol a Cardiff troppo spesso, quindi decide di smettere (e/o viene cacciato) il 29 ottobre 1977.
Contro il Brighton & Hove Albion, con il Cardiff terz'ultimo in graduatoria, non vede boccia per tutto l'incontro e decide di prendersela fisicamente con l'arcigno mastino che gli aveva messo la museruola e con cui aveva litigato per tutta la partita. All'ennesima scivolata vincente di Mark Lawrenson, Robin lo prende a calci in testa. Rosso diretto e sacrosanto e, raccontano i presenti, Robin rientra furibondo negli spogliatoi, spacca la porta d'ingresso di quello degli avversari e caga tutta la sua rabbia nella borsa di Lawrenson. Letteralmente.
È fatta Robin, adesso non ce n'è più. “Bella cazzata Friday!”.

THE BITTER END

Come spiegato all'inizio della nostra storia, non c'è lieto fine in questa epopea sgangherata.
Robin Friday torna a vivere ad Acton, torna a fare il decoratore, vive in una casa popolare e continua a sbomballarsi il fisico e la testa con la consueta costanza.
Lo cerca di nuovo il Reading e il suo boss Maurice Evans, ma Robin lo fulmina con una delle battute migliori di sempre “Quanti anni hai Maurice? Beh io ne ho la metà dei tuoi e ho vissuto il doppio di te”. Si racconta anche, specialmente nei pub dell'ovest di Londra, che persino sua santità Brian Clough lo contattò durante la ricostruzione del Nottingham Forest e Mr. Friday rifiutò. Ma qui entriamo in un regno di fantascienza, pinte e mitologia del calcio.
Negli anni '80 Robin trascorre un po' di tempo in prigione per aver finto di essere un poliziotto e, poiché tutto ha una sua logica, aver confiscato un quantitativo di droga a dei ragazzi. Poi più nulla fino al 22 dicembre 1990.

Questa è la storia del Signor Venerdì (Mr.Friday) che nacque di giovedì e se ne andò di sabato a 38 anni.

“At the funeral I have never seen so many people ... When we got to the flat, the stairs and corridors leading to his mum's front door were packed with people.” Liz Evans, second wife

L'IMBARAZZO DELLE SCELTE SBAGLIATE - UN'ENCICLICA SU JAAP STAM

CIO' CHE DEVE ACCADERE ACCADE

San Giovanni da Cerreto Alpi una volta ha detto che ciò che deve accadere accade e sicuramente intendeva che per quante storie di calcio possano essere raccontate, non bisogna aver alcuna fretta di farlo perché non è importante cosa scrivere, ma quando e per quale ragione farlo.
E, fidatevi, quando Lindo canta di percorsi incomprensibili che tracciano traiettorie inequivocabilmente precise, dice il vero, come ineccepibile ne è il diretto corollario, ossia che improvvisamente s'è obbligati a cadere verso mondi leggeri per sconcertante necessità, in forza di quel che si è visto e sentito.

Traduco: recentemente son successe alcune cose che mi hanno portato a scrivere di quanto segue senza che io avessi assolutamente progettato di farlo.

Ciò che deve accadere accade, appunto.

Dopo Sassuolo-Milan 4-3 ho visto su Pagelle Ignoranti una foto che mi ha riportato alla mente un amaro ricordo. Guardatela e mettete da parte (e tornate pure a far finta che il 25 Maggio dell'anno di disgrazia 2005 non sia successo niente).


A seguito della sconfitta contro i neroverdi, l'AC Milan esonera Max Allegri e chiama Clarence Seedorf alla guida della squadra, il quale sbuca con l'idea molto americana di disporre di un allenatore per ogni reparto. Fa alcuni nomi, forse sapete/saprete quali, forse no.
Anyway: mettete da parte anche questo.

Infine, alcune sere più tardi mi ritrovo a giocare a Risiko con alcuni amici, tra cui Berta, la risposta di Maranello a Peter Crouch. Ebbene, le carte dei territori gli dicono male ed SB9 si ritrova le armate sparpagliate per tutto il globo terracqueo senza alcuna soluzione di continuità. Dopo alcune mosse che mi sentirei di definire "di un'ignoranza sensazionale", dispone alcuni buoni eserciti che appaiono pronti a sferrare attacchi su più fronti. Tuttavia, nel corso del suo turno egli sembra indeciso e non sa chi e dove aggredire. Gli viene appuntato:"Non sai cosa fare? Ma se hai l'imbarazzo della scelta?!?" E lui, valutando la forza numerica nonché la potenza di fuoco dei carrarmatini schierati sui territori confinanti, risponde sardonico:"Ho l'imbarazzo della scelta... Anzi no, delle scelte... delle scelte sbagliate però...". Infatti qualsiasi mossa faccia, scoprirebbe il fianco e la sua partita correrebbe il rischio di chiudersi anzitempo.


Al di là di Risiko, riconosco nella sua risposta una genialità assoluta che trova tantissimi equivalenti nella vita di tutti i giorni e alcuni paragoni anche nel calcio, e proprio in quel preciso momento ho la mia personalissima folgorazione sulla via per Damasco. Il percorso incomprensibile iniziato con la remuntada del Sassuolo contro il Milan, proseguito con l'ingaggio di Seedorf come allenatore e terminato con i carrarmatini viola di Berta schierati a cazzo un po' in Islanda, un po' in Quebec e un po' in Europa Meridionale diventa chiarissimo.

Ciò che doveva accadere sarebbe accaduto, il mondo leggero verso cui sarei caduto per sconcertante necessità e in forza di ciò che avevo visto e sentito era quello del pallone: non avrei potuto far altro che parlare di Jaap Stam.



ESISTONO DUE CATEGORIE DI ESSERI UMANI: GLI ITALIANI E QUELLI CHE VORREBBERO ESSERLO (Cit. Joe Bastianich)


29 Giugno 2000, siamo in orario aperitivo-inoltrato e tutt'Italia, o per lo meno quella rappresentata dai maschi-Alfa, il cui cuore ed il cui cervello sono mossi da un pallone con esagoni bianchi e pentagoni neri, è incollata alla televisione perchè ad Amsterdam sta andando in scena quella che passerà alla storia del calcio come la più bella Fort Alamo azzurra di tutti i tempi, la semifinale dell'Europeo disputata contro i peggiori avversari che potessero capitarci in quel delicatissimo frangente: i padroni di casa dell'Olanda.

Per ragioni che non indagheremo qui, la sto guardando in macelleria insieme al titolare dell'attività e al mio amico Mario, il quale ha l'enorme difetto di essere un gobbo demmerda ma che come me ama i colori azzurri (quelli della Nazionale, beninteso) e con il quale, quell'estate, avevamo ingaggiato la sfida a chi avrebbe guardato più partite dell'Europeo. Nessun problema, non fosse che proprio in quel periodo avevamo l'esame di Maturità.
Comunque!
Sappiamo tutti come andò a finire ma voglio comunque elencarvi alcuni episodi salienti e voglio farlo per due motivi: in primis perchè successe di tutto (a mia memoria non ho mai più rivisto una partita così), in secondo luogo perché anche a distanza di tempo certe cose fanno ancora godere uguale e se l'Italia stette (e tuttora sta) sul cazzo non solo a chi uscì ma anche a tutto il resto del mondo, fu perché chiunque, quella sera, avrebbe voluto essere italiano.

Godo ancora

Ricorderete che all'inizio del Campionato Europeo si infortuna Buffon, il quale viene sostituito dal suo vice Francesco Toldo, non ritenuto però all'altezza del portiere juventino. Fortunatamente questo non incide in negativo, tant'è che la Nazionale Italiana vince tutte le partite che gioca, passa come prima del girone e supera la Romania ai quarti di finale. A quel punto però, per una strana legge del contrappasso declinata in chiave calcistica, la situazione volge al peggio e ci si ritrova in quello che sembra un epilogo già scritto: la griglia dice Netherlands, paese organizzatore nonché nazionale favoritissima. 
#sfigaticomeuncaneinchiesa

Esticazzi

L'Amsterdam ArenA è una santabarbara arancione, 'na roba che se i tifosi Oranje avessero a mano quelli italiani, li butterebbero in mezzo ai fiordi e li annegherebbero. Non bastassero queste condizioni climatiche ostili, ci si mette anche l'arbitro Marcus Merk che al 33' del primo tempo caccia fuori per somma di ammonizioni Zambrotta, il meno cane di tutta la brigata, ma un po' Zenden che pare una scheggia impazzita, un po' il direttore di gara che, comprensibilmente impaurito dalla marea arancione tutto intorno, non fischia per l'Italia nemmeno per sbaglio, la gestione della gara è più a senso unico della partita della morte.

A questo punto l'Olanda ha l'imbarazzo della scelta, anzi no, delle scelte: ha tutte le carte in regola per vincere. È padrona di casa, si ritrova in superiorità numerica e può contare sul tifo del 99% del pubblico pagante e sull'appoggio di quello non pagante, ossia la terna arbitrale: insomma, questa partita la può perdere solo lei, è sufficiente che tutti i giocatori abbiano le scarpe allacciate, che in questo momento la cosa che più assomiglia all'Italia è Bernardo il servitore di Zorro, muto e (apparentemente) rassegnato.

Gli arancioni la mettono sulla tecnica (da vendere) e sulla corsa (da darne via in sconto). Tirano ogni volta che vedono la porta e il più pericoloso è l'avvelenato Bergkamp che colpisce il palo; come direbbe Piccinini: botta incredibile, non va! Viene loro assegnato un rigore per tempo, ma il sottovalutato Toldo para il primo a Frank De Boer e nel secondo strega Kluivert che, pur spiazzando il portiere azzurro, calcia il pallone contro il legno. Ma non finisce qui. Quello italiano è un popolo temibile quando è chiamato a difendere un risultato e dopo 120 minuti di infarti giovanili (i miei) e sonore bestemmie montanare (quelle del mio sodale Mario), costringe l'avversario ai rigori.


Nesta la definì “la partita del miracolo” e se il premio come miglior attore protagonista lo vinse Toldo, i titoli di coda se li prese Francesco Totti riportando di moda lo scavino di Panenka.
In quel “Mo' je faccio er cucchiaio” sussurrato a Di Biagio a centrocampo non solo era racchiuso lo spirito di tutti gli italiani che si ritrovarono il cuore in gola per quello che non fu più di un secondo ma che parve durare una vita e mezzo, ma rappresentava anche, di contro, il più strano dei paradossi. L'Olanda aveva avuto l'imbarazzo della scelta, anzi, delle scelte, e fu capace di sbagliarle tutte: erano a campo vinto e mandarono tutto a carte quarantotto. Totti, che questo imbarazzo nemmeno doveva provare a immaginarselo, se lo costruì artificialmente, valutando tutte le possibilità di battere un calcio di rigore e scegliendo quella più facile da sbagliare. Per nostra fortuna gli andò di lusso.


Daje Francé!

Tra i rigori sbagliati ci fu anche quello di Jaap Stam, che al tempo veniva considerato l'uomo più sgodevole del mondo, cattivo come l'olio di ricino. Per la cronaca il pallone calciato dal marcantonio di Kampen deve ancora scendere.
Qui il missile terra-aria del centralone olandese, commentato così dalla Gialappa's:"E siete delle povere teste di minchia, siete una popolazione di imbecilli, quattro rigori consecutivi sbagliati!"

Tutti sappiamo anche come finì quel torneo anche se credo che nessuno lo abbia definito meglio dei tremendi ragazzi di Mai Dire Gol:”Abbiam rischiato di vincere un Europeo con un gol di Del Vecchio...”, ma un'altra cosa, a parte il cucchiaio di Totti, mi è sempre rimasta in mente, e riguarda proprio Stam.


Durante Repubblica Ceca – Olanda (I suppose, perché in rete non esistono immagini o video di quello che vado tosto a raccontarvi) succede infatti che lo spaventoso difensore olandese subisce una gomitata all'altezza del sopracciglio. La ferita è profonda, perde molto sangue, occorre che gli vengano applicati dei punti.
Per capirci, ad una persona qualunque il medico condotto avrebbe firmato un day hospital e tre giorni di assoluto riposo. Cosa fa invece Stam? Si siede in panchina, chiama il Doc e gli dà cinque minuti di tempo per suturare l'arcata sopraccigliare così come se niente fosse. Ricordo perfettamente le mani tremanti del medico che con ago e filo ricuciva la pelle del bad boy olandese, quasi temesse di disturbarlo mentre questo teneva gli occhi fissi sullo svolgimento della partita, dispiaciuto non tanto dell'aver preso una brutta botta, ma per la beffa di aver temporaneamente abbandonato la sua squadra in dieci uomini.


THE BIG MISTAKE

Dovessi definire Jaap Stam direi che sia stato uno di quei difensori che non chiedono né permesso prima né scusa dopo, di quelli che quando tu, attaccante, ti stai avvicinando a loro percepisci le stesse emozioni che proveresti ad un concerto dei Rammstein quando attacca Feuer Frei!, che più ti fai sotto, più e facile imbattersi in una girandola di schiaffi a stretto giro di posta.

Di' che vengano avanti, che le prendono dispari

L'olandese Jakob -perché questo è il suo vero nome di battesimo- assurge agli onori della cronaca sportiva ai tempi del Manchester United del Treble, la squadra che vince la Champions League contro il Bayern Monaco.
Centrale difensivo, fa coppia con Ronny Johnsen e ha preso il posto di Gary Pallister -una mezza leggenda dei Red Devils- senza farlo rimpiangere, tutt'altro. Al di là del fisico da corazziere, ha un fare intimidatorio che presto lo porta ad essere temuto e rispettato ben oltre alle abilità tecnico-difensive. 
Per intenderci, all'epoca giocano molti altri difensori di alto livello, basti pensare a quelli italiani: Maldini, Nesta e Cannavaro, tanto per dirne tre. Ma se questi hanno un bagaglio di tecnica enorme ed un'eleganza che potrebbero passeggiare nelle passerelle di moda e mandare affanculo la Naomi Campbell di turno, lui fa della forza fisica e del tempismo le sue armi principali. Tuttavia, pur cambiando l'importo degli addendi, il risultato è lo stesso, stiamo comunque parlando di un top player dalla solidità difensiva impressionante che raramente incappa in cartellini o in altre sanzioni disciplinari di vario genere.

Ebbene, a cavallo del 2001/2002, il Manchester United versa in una difficile situazione finanziaria. Il “da-poco-Sir” Alex Ferguson, allenatore con deleghe ufficiose/ufficiali a livello di mercato, deve vendere giocatori per rimpolpare le casse della società. Ha l'imbarazzo della scelta, anzi no, delle scelte.
Giocatori esperti ormai a fine corsa che potrebbero comunque esser venduti a prezzi elevati in campionati dal minor fascino, giovani promesse da girare ai top club spagnoli, giocatori di punta nel pieno delle grazie con cui fregare qualche Cragnotti o Moratti della situazione. Vero è, però, che alcuni dovrebbero rimanere intoccabili e tra questi dovrebbe esserci anche Stam, il centrale intorno al quale ruota la retroguardia dei Diavoli Rossi.

C'eravamo tanto amati

Dovrebbe, perché a quanto pare non è così intoccabile come pare a tutti, dagli addetti ai lavori all'ultimo degli uomini della strada. Il Manchester United riceve l'offerta della Lazio di Cragnotti, quasi l'equivalente di 18 milioni di sterline. Fergie fa i conti della serva:”Dunque, vediamo, Stam torna da un infortunio ai tendini di achille, non sarà più quello di una volta, ha già ventinove anni... 18 milioni di sterle? Mmm... dov'è che devo firmare?” ed immediatamente telefona a Jaap, il quale in quel momento si trova dal benzinaio. L'allenatore intima di aspettarlo lì, lo raggiunge e gli spiega la situazione. Stam realizza che è ora di voltar gallone, che se Sua Maestà Alex Ferguson gli sta chiedendo di andarsene proprio lì, davanti ad una pompa di benzina, allora non c'è nemmeno bisogno di pensarci.
Arrivederci e grazie, l' affare si chiude a 13,5 milioni di sterline: Jaap Stam diventa un giocatore della Lazio.

Déjà vu derby style

Col senno di poi Ferguson sarebbe arrivato a pentirsene, ammettendo il suo grande errore, forse l'unico che mai abbia riconosciuto. Aveva l'imbarazzo della scelta, riuscì a sbagliare. E, cosa curiosa, ma d'altro canto è il fil rouge dell'articolo, ci andò nuovamente di mezzo Stam.

Due botte no, eh?


FORSE NON TUTTI SANNO CHE

Nella Lazio del 2001 giocano calciatori con cazzi e fantacazzi che hanno portato a Roma il secondo Scudetto della loro storia, la Coppa delle Coppe e la Supercoppa europea, vinta proprio contro gli “Invincibili” del Manchester United.
Tutto ok, non fosse che c'è un problema: il presidente Cragnotti è fondamentalmente un bandito e le tribolate vicissitudini societarie stanno sempre più influenzando i rendimenti di una squadra che sulla carta avrebbe ben pochi rivali non solo in Italia ma anche in Europa.
Stam fa in tempo ad arrivare prima che il giochino si rompa, o meglio, ha la grossa fortuna di incontrare sulla sua strada Roberto Mancini, allenatore che prende in gestione i biancocelesti a partire dalla fine del 2002. La Lazio termina quarta disputando un campionato di tutto rispetto e sfiorando traguardi importanti come le finali di Coppa Italia e Coppa Uefa (semifinale persa contro il Porto di un allenatore allora sconosciuto ma che avrebbe ben presto fatto parlare di sé: Josè Mourinho).

Sapeva anche essere supersimpa

Ora apriamo una parentesi graffa, che vi spiego come io e il coautore del blog siamo entrati in contatto.La nostra amicizia, nonostante possa ormai annoverare numerose esperienze di livello altissimo (l'esempio del Carrefour di Massa-Carrara ne è l'ultimo fulgido esempio), è paradossalmente relativamente giovane. 
Sebbene i più credano che sia stato il Noto PITTORE Emiliano Emanuel Gavioli ad averci introdotto l'un l'altro, in realtà “the story so far” ha inizio grazie all'insospettabile Tommy Panini (col quale condivido la miglior chat Wazzup che abbia mai avuto e che mai potrò avere) che, nella torrida estate del 2004, mi chiede in prestito un libricino uscito con La Gazzetta dello Sport, dedicato a Roberto Mancini, che avevo acquistato perché ho sempre adorato il Mancio e volevo saperne di più sulla sua carriera di giocatore.

Daje de tacco, daje de punta, Robbè!

Con fare molto alla “Soul Goodman” il bravo Panino mi dice che conosce qualcuno che conosce qualcun'altro -di fede blucerchiata-, cui questo libricino potrebbe interessare molto. Non mi informo riguardo chi sia e glielo consegno, a Tom presterei anche le chiavi di casa mia.
Avrei imparato anni dopo che quel libricino di cui m'ero pure scordato il nome e che credo d'aver perso da qualche parte in solaio, era destinato a Santu. Forse non lo sapevate, o meglio: di sicuro non lo sapevate, dato che anche io l'ho scoperto da poco. #icazzidellavita


Ecco, dovete sapere che nel 2003/04 il Mancio guida una Lazio disastrata alla conquista della Coppa Italia. Non è più la squadra “outstanding” di qualche anno prima, sulla carta ne è sola una brutta copia, ha perso parecchi pezzi pregiati, venduti ai grandi club di Nord Italia ed Europa. 
È cosa nota che il declino laziale sia inesorabile, che tutti i giocatori di valore abbandoneranno la nave prima che questa naufraghi nella bancarotta e s'areni nelle secche della media classifica.

In quel libricino c'è la risposta alla domanda che tutti s'erano fatti in quella stagione. Come diavolo aveva fatto Mancini a traghettare la squadra in piena burrasca, finanche a condurla alla conquista della Coppa nazionale?


L'allenatore jesino spiegava, con un'estrema semplicità di ragionamento, d'aver fatto un discorso molto schietto ai suoi ragazzi, cui aveva detto che alla fine della stagione in corso o di quella immediatamente successiva, la Lazio sarebbe andata in malora e i giocatori l'avrebbero seguita a ruota. Tuttavia c'era un modo per garantire a ciascuno di questi un futuro se non radioso quantomeno sereno: dovevano giocare al meglio delle loro possibilità. Qualora avessero disputato un buon campionato o vinto qualcosa, i club in salute avrebbero fatto a gara per acquistarli e avrebbero promesso loro un lauto ingaggio, cosa che, di contro, non sarebbe stata possibile se la Lazio avesse fatto cagare. In quel caso i giocatori sarebbero stati svenduti per un tozzo di pane al primo scemo di guerra che avesse avanzato una proposta e gli stipendi non sarebbero stati corrispondenti alle attese sperate.

Per il folklore non si può non postare questo video.

Notare Paolo Negro


SEI MINUTI DI SUICIDIO E FOLLIA

Giocoforza su Stam mettono gli occhi i Campioni d'Italia del Milan che con l'acquisto dell'olandese allestiscono una difesa straordinaria. Al suo fianco gioca infatti Alessandro Nesta (anche lui ex-Lazio), mentre sulle fasce i due nonni Cafu e Maldini hanno ancora la classe per dire a tutti "come si fa".
Il Milan, si sa, è squadra dal DNA europeo, e nel 2005 deve togliersi qualche sassolino dalla scarpa dato che l''anno precedente è stato rocambolescamente scaraventato  fuori ai quarti di finale dal Deportivo La Coruna: 4-1 a Milano per i Rossoneri, 4-0 per il Depor al Riazor e tanti saluti alla coppa dalle grandi orecchie.

A me pa' ch'i fan 'posta

Comincia la Champions, appuntamento di gala per il Milan, che passa il girone in carrozza, butta fuori lo United agli ottavi, supera l'Inter ai quarti e pesca il PSV in semifinale. Di tutte le squadre contro cui i rossoneri avevano giocato in quella competizione, il PSV è apparentemente la più triste di tutto il lotto. Ma... com'è che si dice? Mai vendere la pelle dell'orso prima di averlo preso: eggià.
Il PSV è l'underdog del torneo, una squadra equilibrata dalle buone individualità ma, soprattutto, non molla nemmeno venti centimetri. Ultimo ma non ultimo, è allenata dallo stregone Guus Hiddink.

A San Siro pare una passeggiata, il Milan vince con un perentorio 2 a 0 e il risultato ha tutta l'aria del "game, set and match". Tuttavia ad Eindhoven quella vecchia volpe di Cocu e quel coreano del cazzo di Park rimescolano le carte in soli venti minuti, portando il risultato sull'aggregate di 2 a 2. Si materializza il fantasma del Natale passato, sembra un'altra La Coruna, un altro Riazor. Poi, perchè il Dio del pallone aveva in mente una sceneggiatura tragicamente spettacolare, muove i fili perché Massimo Ambrosini al 90' inzucchi il pallone che vale doppio. Il Milan è a Istanbul, e il 3 a 1 che l'affascinante Philippe Cocu segna appena due minuti più tardi sembra non valere niente, ma in realtà, per come la vedo io, vale come una maledizione senza perdono, un vae victis da cui i rossoneri non si sarebbero mai guardati abbastanza.

Mazzimo Ambrozino, gran centrale di sbattimento

Allo stadio Ataturk di Istanbul si presenta il Liverpool di Rafa Benitez, all'apparenza una squadra di scappati di casa che però ha asfaltato tutti i rivali che ha incontrato on the road to the final: Bayer, Juve e Chelsea, quest'ultima sconfitta con quello che Mourinho definì come l'unico gol mai segnato da una tifoseria, un gol fantasma di Luis Garcia che l'arbitro molto probabilmente convalidò solamente perchè la Kop decise che il pallone era entrato.


Passano 53 secondi e pare avere inizio una delle più belle favole rossonere mai scritte prima: segna Paolo Maldini, il Capitano di lungo corso, uno che, contando anche tutte le amichevoli, comprese quelle giocate da bambino nel cortile di casa, doveva aver collezionato una decina di gol a star abbondanti. Crespo va in rete due volte e chissenefrega che a Shevchenko venga annullato un gol per fuorigioco, all'intervallo il tabellino parla chiarissimo: 3 a 0 per il Milan.

Il Diavolo ha -l'avrete capito, cambia il testo ma la musica no- l'imbarazzo della scelta, anzi, delle scelte. Può far quello che vuole, tanto non s'è mai vista una squadra rimontare tre gol in una finale di Champions League, per di più avendo a disposizione solamente un tempo e contro undici fuoriclasse che quando toccano il pallone sembra che questo canti, suoni e dica le poesie. Il Milan può continuare ad attaccare, amministrare il vantaggio, sequestrare il football, barricarsi in difesa tenendo bocca e gambe chiusi. Solo una cosa non sa di dover fare: dare per morto il Capitano dei Reds, Steven Gerrard, il cui happy ending finale non pare andare a genio.

Se Inglorious Basterds m'ha insegnato qualcosa è che se avessi fatto "il tre" così qualche guerra prima, i Nazi avrebbe trovato qualcosa da ridire

E difatti al nono della ripresa è proprio l'otto in maglia rossa ad accorciare le distanze, e improvvisamente all'orizzonte del cielo di Istanbul s'addensano nuvolaglie nere: la tempesta è in arrivo, Signor Wayne. #catwomanèsemprestata'naputtana

Quel che credevi raccolto arriva il vento a strapparlo
Non puoi più decidere, non puoi più decidere cosa sarai

Ricordo bene quel momento.
Esco dal pub per fumare. Torno dentro e non credo ai miei occhi, a quei grandissimi figli di puttana è riuscito l'impossibile e gli è riuscito in un amen, in soli sei minuti, neanche il tempo di una sigaretta. Il mio amico Checco, tifoso super partes, non sa cosa dirmi, e forse, come me, ricorda quello che era solito dire il nostro Professore di Chimica del Liceo (no, non era Walter White, per fortuna o purtroppo) quando a niente dalla campanella finale redarguiva chi era disattento:”Mancano ancora cinque minuti: abbiamo una vita davanti!”

Ma vaffanculo, va'.

Un'altra cosa ricordo perfettamente: la faccia di Paolo Maldini durante la premiazione e quella dei miei amici non milanisti nel vedermi sottoterra.
Il Milan doveva solamente scegliere cosa fare per conservare il vantaggio ma non ne era stato in grado. La cosa buffa fu che ancora una volta l'l'imbarazzo delle scelte sbagliate aveva travolto Jaap Stam.
La morale è che per quanto nel calcio, come nella partita a Risiko di Berta, si creino situazioni inequivocabilmente favorevoli, può non bastare e ciò che deve accadere accade, che sia il cucchiaio di Totti, una scriteriata scelta di Alex Ferguson o la mattana di Steven Gerrard. E Jaap Stam ne sa qualcosa.

Boh, vabbè.

PAYBACK DELL'AUTORE

Potrei terminare qui questa enciclica papale ma m'è salita la carogna, indi per cui chiudo il cerchio riportando alla vostra attenzione una partita che ho solo fatto finta di tralasciare.

Roma, 5 Maggio 2002.
All'Olimpico 40mila tifosi nerazzurri sono straconvinti di assistere alla passerella che porterà i nerazzurri a rivincere lo Scudetto dopo cinquecento anni, per una volta senza aver rubato nulla a nessuno. La Lazio è deconcentrata e demotivata, l'Inter non può perdere, ha solo l'imbarazzo della scelta di cosa e come fare per vincere, è troppo più forte della Lazio, i cui giocatori sono già in vacanza e ai cui tifosi non frega un cazzo di niente.
Strano ma vero, o forse no, quel 5 Maggio giocava anche Stam, ma almeno quella volta era dall'altra parte della barricata delle scelte sbagliate.


Sucare fortissimo, fat boy!


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