11 ILLUSTRI SCONOSCIUTI LIVE AL MATTATOIO - BREVE CRONACA DEI FATTI

PREMESSA

Mettiamola così. Con indicibili sensi di colpa mi son preso di ferie la giornata di oggi. Ma il clima non dice bene, anzi, dice male, piove forte e fuori c'è un tempo da lupi. Tuttavia è proprio per questo che mi vien voglia di scrivere, così da lavare la coscienza lavorativa e aggiungere al file della memoria un logorroico resoconto della gesta mie e di Santu a Carpi, vale a dire il live degli "11 Illustri Sconosciuti" al Mattatoio, svoltosi il primo di Marzo. 


Premetto che questo non vuole (né può) essere altro che il mio POV, il mio punto di vista delle cose, quindi non è mia intenzione tralasciare di proposito determinati fatti od eventi: semplicemente riporto gli accadimenti in maniera evangelica, ossia per come li ho vissuti o percepiti io. Vero è anche però, che le nostre vite, in quelle settimane, sono state uno splendido ed intenso meccanismo ad incastro, quindi, giocoforza, non credo che esprimerò concetti o emozioni così diversi da quelli provati da Santu e dai nostri compagni di banco.

Da sx vs dx: Berta alla propaganda di partito, Zeman e Santu alla vox populi et vox Dei, chef Valle alla chitarra disturbata (mentre mostra il libello al contrario: che classe)


FOTOGRAFIE PERFETTE

Nella partita doppia dei ricordi sono troppo spesso i magoni ad averla vinta, ma non è questo il caso.
Poco prima dell'esibizione live vergavo sul mio profilo facebook il seguente status:

22 Febbraio 2015
Ci sono percorsi artistici, più o meno grandi, che si trasformano in intense esperienze di vita, nelle quali diventa lecito non badare al numero delle sigarette e delle birre, alle pizze mangiate in posti scrausi, alle lancette dell'orologio spinte troppo in là da prove e da modifiche a copioni, canovacci e note.
I Green Day hanno parlato di "dead skin on trial", ecco, qualcosa di simile. Degli anni più recenti me ne vengono in mente tre: il cortometraggio di Spark, l'aver suonato con gli Iraequiete e, ultima per cronologia ma non per importanza, lo show del 1° Marzo: 11 Illustri Sconosciuti live al Mattatoio. Tra qualche anno, guardando indietro, non mi verranno in mente la fatica o il sacrificio, bensì aver condiviso insieme a un sacco di cari amici qualcosa di memorabile.
Primo Marzo al Mattatoio di Carpi: here we come!

Queste parole erano e sono una fotografia perfetta di quei momenti,
A metà febbraio uscivamo da un inverno omerico, un freddo troppo grosso, nevicate che neanche beyond the Wall, e poi un grigio opprimente, di quelli che snervano psicologicamente. Come se non fossero bastate queste condizioni climatiche sfavorevoli, s'aggiungeva il lavoro, tanto ed estenuante: una continua rincorsa contro il tempo, le urgenze e le contingenze. 
Io e Santu ci stavamo preparando già da un mese, un'organizzazione svizzera, puntuale, non da noi, ma proprio per niente. Ci trovavamo da me, a San Antonio, TX, chiusi nello studiolo a fumare mille sigarette mentre declamavano e ci ascoltavamo reciprocamente, oppure ci beccavamo nel suo pied-à-terre di Modena, dopo aperitivi frugali e kebab in compagnia di donna Silvia e dei suoi amici. 

Un po' Buffa, un po' Capovilla, un po' Rust Cohle, un po' Carlo Cracco. Il tutto con una spiccata cadenza emiliana.

Ultimamente m'accorgo d'essere invecchiato e ripeto sempre le stesse cose, ma è stato bellissimo riscoprire la città dopo anni che non la frequentavo più: il Novi Sad del dopo lavoro e del post-Economia, i tetti del centro, via Emilia deserta, silenziosa ma certa, rassicurante, come se fosse sempre stata lì ad aspettarmi, che tanto prima o poi ci sarei ripassato, e come mille mila altre volte aveva fatto in passato, mi avrebbe fatto ancora compagnia.

Con alle spalle "El Diez": provassimo a riscattare questa foto altre mille volte, non ci verrebbe mai.

Quindi, le ultime due settimane prima dell'esibizione siamo andati al Mattatoio, a provarci la febbre, calpestare l'erba di quello che sarebbe stato il nostro campo da gioco. 
Per chi non lo sapesse, Carpi è in culo alla miseria rispetto a dove viviamo noi. 
Dopo il lavoro ci incontravamo a Modena, in Tien An Men, quindi precipitavamo nella notte padana alla volta della Bassa, e sbarcavamo a un tiro di schioppo dal locale. Andavamo là di lunedì e martedì, e vi posso garantire che personalmente è stata una fatica di Sisifo perché farlo i primi due giorni della settimana, quando i carichi di lavoro son sempre maggiori, e poi non godersi i pasti perché si mangiava alla veloce in un qualche pizzettaro di merda, una svalangata di sigarette, birre come se fossero mezzi litri d'acqua e le mattine successive caffè come se fossero birre...  sì, insomma: una roba che a vent'anni, quando avevo in testa più capelli che pensieri, sarebbe stata una sgambata salutare, ma che all'età di Gesù Cristo e con cronici debiti di sonno diventava molto più pesante.


WELCOME TO CARPIFF, BASSO GALLES MODENESE

Ma lo "stra" aggiunto all'ordinario è valso in tutti i sensi. Infatti andavamo a Carpi con le nostre donne o con i nostri compagni di banco e di vita, e tutto diventava più bello, come quando in una festa arriva Panino, "che se è brutta diventa bella, se è bella diventa brutta: FORZA PANINO!"

Carpiff, pianura pagana: il Signore di colpe non ne ha

Infatti è stato un attimo, nonostante pioggia, freddo e impreviste sbronze feriali, trasformare i fardelli delle prove e delle trasferte in piccole feste private. Carpi che, considerando lontananza, clima ostile e attori protagonisti o meno, diventava Carpiff; l'audiochef Valerio che si sentiva emarginato dalla popolazione locale per i suoi vestiti "da montanaro che va in città" e che alle prove ci ripeteva:"Ma avete ancora da parlare? Guardate che il mio repertorio è finito un'ora e mezza fa"; l'amico fraterno Berta, ribattezzato Bertrand, che rinfocolava in un colpo solo tutte balle che non prendeva da anni ("a casa andava!" cit. per pochi); e infine Santu che, berieg dur, chiedeva venia sostenendo che quella sera, in cui era ubriaco da buttare via, non si fosse presentato lui ma il suo fratello sbronzo prima, quindi quello addormentato dopo, e che non poteva rispondere anche per loro.

The making of

Abbiamo seriamente rischiato di compromettere tutto lo spettacolo, ma una volta passata la bufera tra noi e i gestori del Mattatoio, abbiamo ripreso la retta via e ci siam intensamente preparati per lo show. 
Il sabato mattina prima del live sono stati consegnati a Santu i libri cui avevamo lavorato e che in teoria avrebbero dovuto spedirci qualche giorno prima. Poco importava perché era tutto in tema, come da copione. Era proprio il caso di dirlo: bello, tutto molto bello, bello come un gol a 90', quando non manca niente alla fine e non ci credi più, ma quando succede, se succede, capisci che non ti prenderanno più.


Più o meno contemporaneamente, più teso di una corda di violino, scrivevo su facebook:

28 Febbraio 2015
Poi la smetto.
Domani io e Santu raccontiamo delle storie, Valerio suona la chitarra disturbata e Bertrand fa propaganda di partito. Siamo a Carpiff, al Mattatoio, orario aperitivan.
Sono molto emozionato, ma tanto non ci vedo niente quindi davanti a me potrete essere 5, 50 o 500 che sarà la stessa cosa.
Momento nostalgia, nostalgia Chinaglia.
A casa mia non sono mai mancate tre cose: il pane, qualche ceffone ben assestato (contato poco) e la Gazzetta dello Sport. Ci sono alcuni articoli che, fin da bambino, ho sempre letto con più interesse (oltre alle pagelle delle partite, beninteso), ossia quei trafiletti nascosti in fondo alle pagine, quelle mezze colonne a metà giornale (dove nessuno arriva mai) in cui una qualche penna finissima era costretta a raccontare in pochissime righe storie sportive così belle che avrebbero meritato lo spazio della biblioteca di Alessandria. Me le sono sempre ritagliate, sottolineate e rilette a distanza di tempo, pensando che aver anche solo la possibilità di raccontarle fosse il mestiere più bello del mondo.
Per me, per noi, è solo una passione ma chissenefrega, va benissimo così!
A domani, bestie!

Dall'ultima prova fatta il martedì, m'ero ripetuto le mie storie in macchina mentre andavo al lavoro, quasi fossero una liturgia da mandare a memoria. Cercavo di far raccolta tra i ricordi, rammentare episodi in cui m'ero trovato a parlare davanti a tanta gente così da darmi sicurezza e creare un precedente cui affidare le mie incertezze, ma non ne individuavo molti, anzi.

La sera prima ho guardato "UNITED", un film in inglese che interessava l'argomento di cui avrei parlato. Ci ho capito una mazza, ma credo che avrei ottenuto lo stesso misero risultato anche se avessi guardato Gli Aristogatti, tanto ero agitato. Quindi la domenica mi son svegliato prestissimo, attanagliato dai pensieri e dall'ansia di prestazione. Ho fatto qualche salto nel dubbio perché immaginavo tutte le possibili coincidenze astrali che si sarebbero potuto verificare. "E se dovessero farmi domande specifiche?", "Se qualcuno volesse sapere qualcosa che ho trascurato?", "Dovessero chiedermi se sono certo di quello che ho detto?"
Donna Ilenia, per stemperare la tensione mi incaricava di lavori che mi riempissero le braccia, così che non avessi pensieri per la testa. Credo non sia mai stata così contenta del mio supporto casalingo.


DOMENICA 1 MARZO 2015, CARPI - MATTATOIO CULTURE CLUB

E poi metti un pomeriggio a Carpi, anzi: a Carpiff.


Invece di passare la domenica pomeriggio in hangover guardando televendite di coltelli, venite a 11 ILLUSTRI SCONOSCIUTI@Mattatoio Culture Club: forti della tecnica teatrale "Buffa - Capovilla - Malesani", Francis Franco Begbie e Simone Zeman Ferrari vi racconteranno storie di un calcio nascosto ma non dimenticato. Ad accompagnare la narrazione le note dell'audiochef Valerio Cabri e i visual di Samuele Bertacchini.
Troverete poi il libretto con i racconti del giorno + alcuni inediti, progettato dalla sottoscritta e impreziosito da un cliché di Anonima Impressori.
Dai!
(Accolto consigliato: Il Napoli vince sempre - X-Mary)

Nonostante le parole di Donna Silvia invitassero a disertare bellamente l'avvenimento, tutto procedeva splendidamente. Verso le sette il locale s'era riempito e lo spettacolo aveva avuto inizio.

Da quel momento in poi sono state solo emozioni fortissime, e da questo momento in poi serve il present tense per necessità e semplicità di narrazione.
Sia io che Santu riusciamo a tenere la mente fredda e il cuore caldo, rimaniamo un passo davanti al pubblico e mai due, poi, soprattutto, siamo coscienti del lavoro fatto, per cui, vinti gli empasse iniziali, marciamo sereni e consapevoli di aver fatto qualcosa che amiamo, che diverte e ci diverte.
Berta ha l'arduo compito di far scorrere immagini e video sotto alle nostre parole e lo svolge egregiamente. Ha più volte a dire:"l'ingegneria al servizio della cultura" e quando passa il video de "Gli Anni" vince l'Oscar come migliore montaggio ogni epoca. Valle, l'uomo più paziente di tutta l'Emilia-Romagna, segue passo dopo passo la nostra favella, e traduce in musica quello che noi raccontiamo a parole. C'è la percezione di uno sfregamento reciproco di personalità d'eccezione che trasmette fiducia al gruppo e suggestione al pubblico.

Estratto dell'esibizione di Santu

Estratto dell'esibizione di Zeman

Alla fine dello spettacolo salutiamo tutte le persone intervenute. Ci sono amici che contavamo venissero, persone che mai avremmo pensato di vedere, e sconosciuti che ci rivolgono sentiti complimenti. È fatta: per me, e credo anche per Santu, è come aver ricevuto il bacio del commissario, il premio Nobel, la lettera di congratulazioni del Presidente della Repubblica. Possiamo sbronzarci malamente e togliere dal cassetto uno dei tanti sogni che avevamo voluto realizzare.
Tuttavia io ho quella che il mio amico Max definisce "la tensione postuma". Sono eccitatissimo, eppure sento di avere la condizione atletica del pensionato che guarda i cantieri: sono mentalmente svuotato, come se avessi corso per un mese senza fermarmi e non riuscissi a guardarmi indietro per la troppa fatica. Di contro però sono al settimo cielo: è una cosa troppo bella per cui ancora adesso ho difficoltà nel trovare le parole giuste per descrivere le emozioni del momento.


TO BE CONTINUED...

Nei giorni successivi abbiamo letto diversi status su facebook di chi aveva partecipato e aveva apprezzato l'evento, abbiamo ricevuto mail, richieste di libri, proposte di serate. Ho stampato ogni messaggio e l'ho attaccato all'anta del mio scaffale a imperitura memoria. che se ne conservino i ricordi.



Di tutte le cose che non ho detto/scritto, ci tengo a menzionarne ancora qualcuna.
Santu ha gestito alla grande tutta l'organizzazione dell'evento, dalla A alla Z: contatti con il Mattatoio, preparazione del libercolo e prove insieme. Se qualcuno dovesse aver seriamente l'idea di organizzare una serata con noi, senta lui, absofuckinlutely.
La Silvia ha avuto una pazienza interminabile nell'editing del libro.
Cawa è stato perfetto nel consigliarci.
Avrei dovuto citare l'amico Checco nei credits. Quando mi sono accorto di non averlo fatto, l'ho almeno nominato dal vivo ed è stata l'unica cosa improvvisata che ho fatto.


AD MAIORA!

Dal primo Marzo ad oggi sono volati i giorni e le settimane. Io e Santu ci siam visti poche volte ma intensamente, in occasione di qualche week end, per le feste comandate e per il Memorial Sandro Pertini (leggasi "il mio addio al celibato #1"), da allora c'è stato poco tempo per parlare del futuro di questo blog o di qualche altro evento. A noi piace conservare la nostra indipendenza di forma e sostanza, abbiamo un sacco di idee che prima o poi troveranno casa, ma per ora ognuno è preso dai propri impegni, lavorativi e non. Una cosa è certa però: non ci è passata la voglia e, visto il successo e il bagno di affetto ed interesse ricevuti, non escludiamo di replicare in futuro.
Pertanto stay tuned.

"Non ci prendono più"

De hoc satis.
Mettiamola agli atti, vista, si stampi!

CHI HA SBAGLIATO? PAGLIUCA? - довиђења VUJADIN

Non riesco ad essere un organizzatore troppo affidabile. Chi mi conosce lo sa e non mi manda a quel paese troppo di frequente. Almeno per questo motivo, s'intende.
Fatto sta che provo ad organizzare una gitarella fuoriporta per il 25 aprile con i Christians del sodalizio (anche conosciuti come Chè e Kiki) e le rispettive compagne/mogli. Il tutto consisteva nell'arrivare a Spilamberto (provincia di Modena) in tempo utile per vedere suonare un gruppo reggiano, i Gazebo Penguins.

questi menano forte.

Evidentemente qualcosa va storto e arriviamo, dopo aver raccattato il settimo incomodo Riccardo Cavani intento a scansare donne come fossero zanzare, a festa bella che finita.
Così decidiamo di riparare in un pub della ridente Spilamberto, pub che la Benny già conosceva e ben aveva recensito.
Mangiamo, beviamo e, contestualmente, di quando in quando si esce a far prendere aria grama ai polmoni. E, in uno di questi attimi, mi ritrovo con Chè a discutere di un annoso problema che ci affligge da poco: la comparsa dei primi capelli bianchi.
P.s. Sul perchè ne abbia discusso con Chè e non con Kiki è particolare che evito per amor di sodalizio.

Kiki, Chè e il sottoscritto: sodalizio, che supplizio.

Comunque. Chè racconta che la Benny gli ha trovato un paio di frecce d'argento nella chioma e lui, per credere alla notizia, l'ha costretta a strapparglieli. Mossa furba? Per la Vox Populi mica tanto: ad ogni capello bianco strappato, si vocifera, ne ricompariranno sette.
Dopo averlo perculato quel tanto che basta, io ho ribattuto spiegando, con la mia consueta brevità, le sensazioni che ho provato quel mattino di ottobre a Lisbona quando, rimirandomi per la millesima volta allo specchio, ho scorto un maledetto filo d'avorio spuntare dal mio crine.
“Santu – ha puntualizzato Chè – sembra ieri che avevo diciassette anni... mi è scappato un pezzo di vita. Adesso sono vecchio”.

"se avessi 50 anni..."

Per quanto possa essere assurdo, quest'ultima frase mi ha ronzato in testa come una miccia esplodendo solo quando la domenica, dopo un pomeriggio passato ad ascoltare la presentazione della tesi di Silvia, ho acceso la tv e messo sulla pagina 201 del televideo di Merdaset.
Scritta gialla su sfondo nero: È MORTO VUJADIN BOSKOV.
Silenzio. Scoramento. Tristezza.

Non ho bisogno di fare la dieta. Ogni volta che entro a Marassi perdo tre chili.

Ora, per voi, il suono dell'hardcore riavvolgiamo il nastro.
Ho cinque anni abbondanti e la voce di Bruno Pizzul si collega da Stoccolma, è il 1990 e la finale di Coppa delle Coppe dice Sampdoria-Anderlecht. È, a mia memoria, la prima volta che mia madre mi permette di stare sveglio oltre le 22. Il Doria, che già aveva attirato le mie simpatie (se non altro per il meraviglioso aspetto cromatico), vince 2-0 e io mi innamoro di un amore così profondo che mi ha portato ad essere partecipe per una vittoria 0-2 a Cittadella come per una sconfitta a Wembley (spoiler drammaticamente doveroso). È la Samp del meraviglioso capellone Vialli, del mio idolo incontrastato di sempre ROBERTO MANCINI, di Attila Lombardo, di Vierchowod, di Gianluca Pagliuca, di Toninho Cerezo, di Lanna, di Pellegrini, di Moreno Mannini... Era quella Sampdoria lì. E in panchina c'era questo vecchietto, che poi tanto vecchietto non era. Ma, e qui ritorno un attimo in tema, i capelli bianchi credo abbiano una fascinazione di un certo tipi sui bambini, o almeno su di me l'avevano.

CHE BELO!

Poi lo scudetto che ho vissuto un briciolo più consapevolmente, ma solo un briciolo eh. Ricordo che scrivevo sulla lavagna delle scuole elementari risultato, formazione e marcatori della partita della domenica. Perché mia madre mi abbia evitato intense sedute di psicologia infantile rimane un mistero. Ricordo Giulio Nuciari in Samp-Lazio-1-1, Marco Branca, la punizione velenosissima di Branco.
E questo signore che si faceva intervistare, che “Sampdoria è come bella ragazza, tutti volere dare bacio” o “Palla a noi giochiamo noi, palla a loro giocano loro”. Di quando “Palla entra se Dio vuole” e dell'immortale “Rigore è quando arbitro da, non quando guardalinee da”.
Sapeva quanto fosse difficile vincere dove non si è abituati a farlo.
Vujadin Boskov, che allenò il Real Madrid vincendo una Liga e sfiorando una Coppa dei Campioni, lo sapeva.
Spostava, o almeno cercava, di spostare la tensione altrove. Spesso ci riusciva, altre volte era molto più impegnato a tenere unito uno spogliatoio pieno di ragazzi che, lontano da Genova, avrebbero guadagnato e vinto molto, molto di più.
Per me era uno zio. Lo zio che ti fa ridere e che ti insegna come far passare la nottata. Lo zio che non ho mai avuto.
“Allenatori come gonne, un anno di moda quella corta, anno dopo dentro armadio”.

un omaggio sui generis

Poi Wembley. Una sconfitta tremenda.
In un documentario che mi passò un mio compagno delle superiori Boskov, con quel mezzo sorriso e gli occhi un po' lucidi, raccontava così: “Noi avuto tante palla-gol. E LucaViali, mio pupilo mio figlio, ha avuto palla-gol che è dificile se può sbagliare. E sbagliata. LucaViali”.
Onestamente, avendo visto quella partita almeno una ventina di volte, non saprei trovare un modo migliore per spiegare o per raccontare una situazione così drammaticamente bene.

Cose dell'altro mondo

C'è da dire che l'avventura di Boskov alla Sampdoria rischiò di interrompersi molto presto per la famosa sparata sul neo acquisto genoano Josè Perdomo, il cui modo di stare in campo venne derubricato alla voce quadrupede indisciplinato. Mantovani lo costrinse ad un rettifica forzata e così il sodalizio diventò leggenda.
Dopo Genova, Roma. Dove fece esordire Totti e forgiò Sinisa Mihaijlovic. Poi Napoli, ancora Sampdoria (in tempo per portare a casa la barca dopo la disastrosa esperienza Menotti) e Perugia. Il gioco del destino: in quel 1999 salvò il Perugia proprio a scapito della Sampdoria... Poi dicono che le cose succedono per caso...
In quei tempi perugini, intervistato da Franco Ligas, Boskov difese i suoi giocatori dalle accuse di scarsa precisione nel tiro in porta con un altro celeberrimo aforisma “Chi no tira, no sbaglia”.
Poi la nazionale slava all'europeo del 2000, l'incredibile pareggio nel derby con la Slovenia e un'altrettanto incredibile sconfitta contro la Spagna.

La Jugoslavia al riposo era sotto di 3 reti, al rientro in campo pareggiò e rischiò di vincere

Ma per me Vujadin Boskov rimane e rimarrà sempre il timoniere della squadra dei sogni di quando ero ragazzino. Un uomo buono e capace che si faceva rispettare con l'intelligenza e non con la violenza o l’intimidazione. Un uomo ancora vero in un mondo che stava già cambiando, per quel che riguarda il calcio, in vetrina per urlatori e tuttologi di 'stocazzo.


Perché invecchiare non credo sia trovare un qualche capello bianco o vedere/sentire il proprio corpo cadere lentamente a pezzi, ma vedere che persone che sono state importanti per te, quindi nella maggior parte dei casi più vecchie, muoiono. Se ne vanno. E, fino a che non starà a te, non le vedrai più. O non le vedrai più e basta.
Resta di loro, ed è il lascito più importante, quello che appunto ti hanno dato. Come e perché ti hanno segnato.
E a me il Labbro di Novi Sad ha acceso la fiamma di un calcio di cui adesso, purtroppo, non è rimasto nulla. Se per voi è poco, beh mi dispiace per voi.

Come avrebbe chiosato lui, “Noi siamo noi y loro sono loro”.


COSE CHE ACCADONO QUI – IL MAGO HATZIPANAGIS

PREMESSA 

Inizialmente avevo pensato di scrivere un articolo sul mio blog perché l'imbeccata della storia che segue aveva intercettato quella della mia vita in maniera del tutto rocambolesca (che, come diceva il grande mediano metodista Gigi Pirandello, l'inverosimile non può permettersi di non essere autentico, alla lunga non reggerebbe, per cui occorreva mettere nero su bianco perché nemmeno con tanta fantasia avrei immaginato una trama simile, giocoforza dovevo tenerne nota), poi però, sapendo che non avrei potuto evitare di parlare di calcio, ho preferito deviare sulle colonne degli 11 Illustri Sconosciuti, dando, per la prima volta, seguito ad un suggerimento ricevuto dall'esterno.

Sono solito prestare il mio orecchio a tutti ma la mia voce a pochi: tuttavia in questo caso mi son permesso uno strappo alla regola perché, una volta lette le vicende del calciatore di cui tosto (beh, non troppo “tosto”) andrò ad angustiarvi, chiedere di scriverne è stato come invitare un'oca a bere.

tum chà – tum chà.


CAPITOLO 1 – HERE, THERE & EVERYWHERE

Nel fare un passo indietro vi chiedo di pazientare o, in alternativa, saltare a piè pari il presente capitolo che, fondamentalmente non c'entra 'na mazza, ma “s'ahveva dha fa'”.

Prati di Barigazzo dalla Capannaccia

Dovete sapere che gli 11IS hanno una casella mail, o come dice il mio CTS “un'imai”, a dire il vero pochissimo frequentata sia da mittenti foresti che dagli stessi proprietari. Beh, una volta ogni mai la consulto per verificare che nessuno ci abbia denunciato alla buoncostume, ci abbia offerto prestiti a tassi di usura o abbia adito le vie legali a vario titolo.

Succede che trovo un'interessante mail di un ragazzo torinese d'istanza in Polonia, il quale, nel presentarsi, dice di avere una nonna originaria di Barigazzo, che, per chi fosse poco pratico del Frignano, è una piccola frazione di Lama Mocogno, sull'alto Appennino modenese. Immagina che noi, essendo geminiani, lo conosciamo, ma non sa quanto le sue intuizioni si avvicinino alla realtà. Insomma, morale della favola: il mondo è un posto piccolissimo e sei gradi di separazione a volte sembrano essere addirittura troppi.

Per antefatti che non starò a descrivere qui, pur senza vantare alcun legame di sangue o di discendenza, io a Barigazzo conosco praticamente tutti: abitanti vecchi e nuovi, famiglie intere ed in cantiere, villeggianti seriali o di regolare passaggio. Ci ho trascorso dieci estati e metà inverni, ne conosco strade, sentieri, prati, boschi e selle. Per tanto tempo l'ho considerata una seconda casa, fino a che -senza stare a spiegare come e perché- giustappunto la scorsa estate, la vita ci ha spinto verso direzioni diverse, che rimane un bellissimo modo per dire che non ci è dato sapere come e quando, ma le cose s'interrompono, e fondamentalmente va bene così.


Ad essere molto più che sinceri, avevo deciso di limitare i miei rapporti con Barigazzo a questioni di vita, di morte o di miracoli perché, per come intendo io le faccende umane, spesso il modo migliore per apprezzare alcune di queste rimane quello di schivarle di netto. Nondimeno e senza pontificare oltre, se ero uscito dalla porta, la mail di questo ragazzo mi ha fatto rientrare dalla finestra.
Barigazzo non è una metropoli, per cui la nonna di questo ragazzo doveva essere per forza parente di qualcuno che conoscevo. E, dopo aver incaricato il mio servizio di intelligence (leggasi: la nonna di una ragazza del posto) di informarsi al riguardo, ho scoperto che era proprio così, e ovviamente né il mittente della mail né la mia amica erano/sono a conoscenza l'uno dell'altra.
Ma non finisce qui.

L'indirizzo mail del ragazzo che ci ha contattato non è il solito nome.cognome@sticazzi.it bensì doyoubelieveinrapture@sticazzi.org. Questo potrebbe non significare niente per nessuno, ma a me (e non dico nemmeno “stranamente!”, perchè in questa storia ci sono più colpi di scena che nella quarta serie di Breaking Bad) dice molto. 
Di ritorno dalle mie estati barigazzine mi divertivo (ero universitario, avevo del gran tempo da perdere) a collazionare filmati con le foto che erano state scattate durante la vacanza, ovviamente corredate di una degna colonna sonora. Dello sbanderno che ne avrò fatti, ne ricordo uno e uno solo. Riguardava una grigliata ai Landifrara (un appuntamento d'obbligo nel granvarietà feriale di Barigazzo), e la cosa più buffa di quel montaggio amatoriale consisteva nell'aver ritratto un amico che ad ogni scatto impugnava un Heineken da 66, mai la stessa che stava bevendo nella foto precedente. La canzone che avevo scelto era “Do you believe in rapture” dei Sonic Youth, che sono una delle cose più lontane dall'essere il mio gruppo preferito, ma che con quel pezzo mi avevano spaccato la testa. L'avevo messa giù così bene che tutte le volte che mi è capitato di riascoltarla per altri motivi, avevo comunque in mente ogni frame del video, come se musica e immagini fossero divenute due entità inscindibili.

Il mio montaggio, ovviamente, è andato perduto tra le opere d'arte defraudate dai nazi.

Io mi sforzo di credere in tante cose, credo pure che un giorno riuscirò a pronunciare correttamente Borussia Moenchengladbach senza impappinarmi, ma qui stiam parlando d'altro, siamo oltre il concetto di martingala o di tela di Penelope, qui qualcuno ha buttato a caso una serie di dadi ed ha indovinato non solo che somma avrebbero dato ma anche che numero sarebbe uscito per ciascuno di questi. Ma non credo ci siano spiegazioni logiche, credo solo che certe cose accadano, accadono così e, come recita la canzone con cui ho aperto il libro, accadono qui, dove “qui” ha l'accezione beatlesiana del termine: here, there and everywhere, in Emilia, in Polonia... dove volete!


CAPITOLO 2 - DASVIDANIA TOVARISCH!

Il ragazzo torinese di avi barigazzini, dopo aver fatto l'appello ed essersi profuso in graditissimi complimenti volti ad incrementare la nostra vanagloria, suggeriva di scrivere di un calciatore che assurgeva perfettamente -e con tutti i crismi del caso- al ruolo di Illustre Sconosciuto: Vasilis Hatzipanagis, detto “Il Mago”.

Nonostante esistano siti greci, inglesi e spagnoli che ne parlano, dalle mie ricerche non mi risulta che nessuno ne abbia ancora scritto in italiano (se non qualche striminzita riga su Wikipedia), per cui ready steady go, lo faccio io, che l'occasione di scriverne è un po' come depilarsi per una donna, puoi non sapere il come o il quando ma sai che arriverà il momento, quindi meglio farsi trovare pronti ed esibire tutto il repertorio quando l'ora volge al desiderio.


Il cappellone “Vasia” nasce a Tashkent in Uzbekistan da genitori greci comunisti, che avevano riparato in Unione Sovietica poiché in Grecia il KKE (l'equivalente del nostro PCI) era stato messo al bando.
Per poter giocare nel campionato sovietico, il giovanissimo ma già talentuoso Vasilis deve richiedere la cittadinanza “di grande madre Russia” e accetta. Non sa che questo gli comprometterà per sempre quella che avrebbe potuto essere una luminosissima carriera.

Tra i commenti che si trovano ai filmati su Youtube c'è chi ha scritto che questo è probabilmente uno dei più grandi talenti sprecati di tutti i tempi e che avrebbe potuto essere uno dei più grandi calciatori di sempre, se ne avesse avuto la possibilità. Preciso come un dito in culo: non avrebbe potuto commentare meglio.
Ma come direbbe lo chef Barbieri:”Attenzione!” non stiamo parlando del talento di RobinFriday o di Paul Gascoigne o di Mario Balotelli, stiamo parlando di un talento imprigionato da cavilli burocratici e, come vedremo, ambientali. Hatzipanagis infatti avrebbe dato fondo a tutto il suo talento senza risparmiarsi mai, ma questo non sarebbe bastato.

Debutta a soli 17 anni, entra subito nella rappresentativa sovietica degli Under 19 giovando quattro gare, ed è considerato uno dei più forti giocatori del campionato. Quindi accade ciò che sarebbe dovuto accadere e che, al contempo, sarebbe stato meglio non fosse mai accaduto: dasvidania tovarish! e se ne va a giocare in Grecia, la nazione della propria famiglia, più precisamente all'Iraklis di Salonicco.
#loavessemaifatto


Hatzipanagis non impiega molto a dimostrare il suo immenso valore e ben presto diventa l'idolo incontrastato della tifoseria di Salonicco che, senza doverci pensare troppo, gli attribuisce un soprannome perfetto: IL MAGO. Vasilis viaggia su frequenze che sono del tutto ignote ai comuni mortali: non gioca a pallone, dipinge calcio e non a caso più di una volta è stato definito “Il Maradona greco”. Abilissimo nel dribbling, e non perché uno la palla la impara a passare a sessant'anni, ma perché, come diceva lui stesso:”Quando vedo dei difensori attorno a me, voglio scartarli uno dopo l'altro”, guadagna pure, per le sue evoluzioni e i suoi trascorsi sovietici, il buffo appellativo di “Nureyev del pallone”.

Nel cercare una foto di Nueryev mi sono imbattuto in una foto di nudo che mi limito a linkare qui perché, fino a prova contraria, io ed il mio compagno di lettere siamo eterosessuali al 100%, però riconosco che la sua omosessualità deve essere stato un bel peccato per il gentil sesso, visto il missile che si ritrova in mezzo alle gambe. Erano stati dei bravi sarti, i tifosi dell'Iraklis, avevano cucito addosso un bel vestito a Vasilis, paragonandolo al ballerino russo, perché in comune di sicuro avevano una cosa: il talento sprecato.

Il ragazzo di Torino mi ha invitato a guardare alcuni video su Youtube e ne ho trovato uno che, al di là dell'ardito nome “Who is Messi? Vasilis Hatzinapagis Highlights” mi ha colpito molto.

Cappellone, inevitabile 10 sulla schiena e mancino naturale: già di per sé sussistono le condizioni di esistenza per prendersi alcuni minuti e guardarne gli highlights con attenzione. Poi si fa caso ad un mucchio di altri piccoli ma rilevanti particolarità perchè, non mi stancherò mai di ripeterlo, il diavolo sta nei dettagli.
Il Mago ama davvero imbottigliarsi nel traffico e circondarsi di difensori che non gli porterebbero via il pallone nemmeno se ci provassero per quindici giorni di fila, quindi, dopo aver creato praticamente da solo la netta superiorità numerica dei propri compagni, con occhi che sembrano fare le curve individua sul radar un amico cui recapitare la sfera, il quale, nove volte su dieci, si trova a tu per tu con il portiere: gol, arrivederci e grazie, mettete pure sul conto, paga il Mago.

Rob de matt


CAPITOLO 3 – CONDIZIONI CLIMATICHE CHE RENDONO STERILE

Sarà che mentre scrivo ho rimesso in circolo gli Afterhours perché a breve mi ricapiterà di vederli nel tour di “Hai paura del buio” diciassette anni dopo l'uscita dell'album, ma mi è tornato in mente questo verso di una canzone che, in verità, fa abbastanza cagare (e non era nemmeno nell'album summenzionato) ma che ben si presta come titolo al capitolo.


Giocare a Salonicco, allo stadio Kaftzansoglio, non è esattamente una leggerezza. A quelle latitudini il calcio è una questione dannatamente seria (il ragazzo della mail ha scritto:”da manicomio”) e mettere la maglia dell'Iraklis è come un diamante: per sempre. 
Hatzipanagis fa bella mostra di sé e diverse squadre europee, tra cui Porto, Lazio, Stoccarda e Arsenal, gli mettono gli occhi addosso. Il Mago vorrebbe provare altro, non solo perché stanco che le squadre di Atene facciano man bassa ogni festa ed ogni campionato, ma anche per cimentarsi in tornei di più alto livello. 

Tuttavia la dirigenza della società non osa immaginare la possibile reazione della calda tifoseria qualora venga deciso di cederlo (ancora, il ragazzo della mail, che a Salonicco ci ha vissuto un anno, ne parlava così:”un posto che quando ti entra dentro non ti molla più”), per cui, temendo lo scoppio della guerra civile, devono avergli consigliato qualcosa tipo:”Vasia, vedi 'n po' te... ma se vai via vengono a farci tana e ci ammazzano tutti.”

Il Mago, a malincuore, capisce che è meglio stare dalla parte del grano e rimane a Salonicco. Le condizioni climatiche “lo rendono sterile”, impossibilitato a dispensare la propria magia oltre il Mar Egeo. Sempre andando in prestito di un verso degli After:"Puoi non assaggiare, per vedere se il gusto se ne va": uguel. Giocherà la bellezza di quindici anni all'Iraklis, dal 1975 al 1990, in quella che a Salonicco è conosciuta come “L'era di Vasilis Hatzipanagis”. Non vincerà praticamente niente ma si toglierà la soddisfazione di alzare la Coppa nazionale dopo aver buttato fuori il Pana in semifinale e sconfitto l'Olypimpiacos in finale ai calci di rigore. Per la cronaca quella partita si conclude 2 a 2 dopo i tempi regolamentari, 4 a 4 dopo quelli supplementari e 6 a 5 al termine dei calci franchi. Il Mago, di tuta la conta dei gol su movimento ne segna due: un buon bottino.
Son contento di non averla vista perché sì, se avessi tifato Iraklis avrei eiaculato felicità per settimane, ma lì per lì avrei perso dieci anni di vita.

Bel pupìn

Tuttavia dire che piove sul bagnato è fare un complimento all'acqua che vien giù perché la situazione ambientale (leggasi clima ossessivo dei regaz del Kaftansoglio) non è l'unica cosa che dice male ad Hatzipanagis, infatti anche i trascorsi sovietici ne vanificano ogni altra prospettiva, nella fattispecie quella di militare nella nazionale greca.

In occasione di un'amichevole contro la Polonia (vi ricordate dove ho scritto che vive e lavora ora il ragazzo di Torino che ha inviato la mail? Ecco, iniziava con la “P” e non è Papua Nuova Guinea, ma vabbè, sarà un caso pure questo) viene convocato dalla nazionale ellenica e Vasia fa il cazo che gli pare, canta, suona e dice le poesie: la Grecia ha trovato il suo novello Ulisse.

Non fosse che, se ricordate quanto scritto ormai ventimila caratteri più in alto, Hatzipanagis aveva disputato quattro partite per la selecta giovanile della CCCP e gli viene notificato, proprio in virtù di questo, che non avrebbe potuto giocare altre gare con l'Hellas. Cornuto e mazziato.

Qui in un'immagine scattata nel 1999, quando la Federazione greca gli permise di giocare per venti minuti in un'amichevole disputata contro il Ghana, per omaggiarne il contributo al gioco del calcio in Grecia.


CAPITOLO 4 – ALMENO UNA GIOIA

L'amico di penna scriveva che a Salonicco tifano tutti Aris e Paok, i due altri club della città, e sono soliti deridere l'Iraklis ma “ogni tanto capita che qualcuno salti fuori con la frase: 'però hanno avuto il più grande di tutti' e allora silenzio perché sanno che è vero”. Un patrimonio incondiviso ed incondivisibile ma da proteggere a priori senza distinzione di fede calcistica o di censo, quasi fosse stato l'ultimo dei panda, roba che se si presentasse in un bar x di Salonicco masticando una gomma e salutando con due dita papali, tutti s'alzerebbero in piedi per tributare il miglior calciatore greco di sempre, quello costretto, suo malgrado, a non vedere sbocciare il proprio talento in piazze dove avrebbero saputo capitalizzarlo al massimo e restare nel dorato, ma scomodo, cono d'ombra dell'Iraklis.


Anche il mondo del pallone volle rendergli omaggio, permettendogli di mostrare quella classe cristallina oscurata dalle beghe burocratiche ed ambientali di cui sopra. Nel 1984 venne invitato nella Grande Mela per giocare un'amichevole a fianco di calciatori del calibro di Beckenbauer, Kempes, Krol, Magath e Keegan in un World XI contro, e qui chiudiamo un immenso cerchio che nemmeno sapevo di avere aperto, nientepopodimeno che i Cosmos di New York.


Giovedì al calcetto & #wellness, quando incontrerò il mio socio Santu, SB9, Luca, Ceppo e Simba chiederò loro com'era dal vero "Il Mago", Vasilis Hatzipanagis.



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