ELOGIO DELLA NORMALITÀ: IL FENOMENO VERO È FILIPPO MANIERO

Il filone aureo, intro con sciabolate morbidissime: "Venezia-Empoli, la classicissima"
C'è nebbia a Venezia. Di quelle nebbie che solo la città lagunare sa proporre. Di quelle nebbie che ti fanno riflettere sul luogo comune "Venezia è bella ma non ci vivrei". Siamo nel 1999 ed è il 6 gennaio, l'Epifania, data che per i calcio-dipendenti significa una sola cosa: riparte il campionato. Il Venezia è ritornato nel calcio che conta dopo un'assenza durata più di venti anni ma sta pagando lo scotto di una categoria che sembra non dovergli appartenere.

 nella foto il Venezia si "ambienta" in serie A

Prima digressione: "Mezzo berlusconi, mezzo pagliaccio Baraldi"
Facciamo un balzo indietro di 13 anni e arriviamo al 1986 che vede il signor EmmeZeta (al secolo Maurizio Zamparini) mettere le sue mani pulite sul Venezia calcio e, contemporaneamente, sul Mestre. Come suo solito, Zampalesta, fa del casino: fonde le due società, cede il titolo sportivo del Mestre al Palermo, fa girare le balle ai tifosi di entrambe le compagini, rilascia dichiarazioni sconclusionate, trasferisce la squadra a Mestre, mangia allenatori come fossero pastiglie di ecstasy. Ma nonostante tutto questo turbillon di emozioni e cortocircuiti emozional-economici, il Venezia risale dalla C-2 fino alla serie B. Siamo all'inzio degli anni '90 e Zampa comincia a progettare lo sbarco in serie A. Dai e dai il patròn trova i tasselli giusti che rispondo al nome di Giuseppe "dove cazzo guarda" Marotta in veste di Direttore Generale e Walter Alfredo "Monzon" Novellino nella funzione di allenatore. Così, nella stagione di nostra signora della dinamite 1997-1998, gli arancioneroverdi raggiungono la promozione nella massima serie.


Il filone aureo, intermezzo per bachi da seta: "Venezia-Empoli, la classicissima" 
Il nocciolo della questione è che il Venezia parte da bestia: sono solo 10 i punti messi in cascina prima della sosta natalizia. Le serie B appare una sentenza più che un incubo da scacciare e/o maledire.

Seconda digressione: "Calciomercato sezione invernale"
Ma prima di gettare la spugna, Zampa e la sua allegra combriccola, decidono di provare a ribaltare la situazione durante la sessione invernale di mercato. Me lo immagino, "Beppe lo sguercio", muoversi all'impazzata nelle stanze dell'Ata Quark Hotel di Milano a cercare il saldo perfetto da regalare a Novellino. Con la bellezza di sei reti messe a segno complessivamente nelle prime 14 giornate, probabilmente una punta di spessore poteva fare al caso del Venezia. Stefan Schwoch, protagonista della promozione, si era rivelato un attaccante di categoria. Ma di categoria sbagliata. Per cui in cima alla lista dei "to do" c'è per forza qualcuno che sia in grado si sparigliare le carte e di mettere un tigre nel motore lagunare. Quindi, dopo aver piazzato il centravanti bolzanino all'ombra del Vesuvio, Marotta compie uno dei suoi celebri capolavori. Come tutti coloro che vogliono un giocatore buono e pagarlo poco (se non nulla) si siede al tavolo con Moratti e gli chiede Recoba. "El chino" è il pupillo del presidente, ma nell'Inter di allora era considerato appetitoso come i buffet nel camerino di Gianni Morandi. Per cui prestito gratuito fino a fine stagione e, se non ricordo male, stipendio pagato dall'Inter.

 un "no look" del direttore

Il filone aureo, elegia per tamburelli rotti: "Venezia-Empoli, la classicissima"
Con Recoba non ancora disponibile, il Venezia si appresta ad affrontare il primo di una lunga serie di fondamentali incroci salvezza. Il primo, il 6 gennaio, vede l'Empoli far visita ai lagunari. Ma, come anticipavo sopra, la nebbia che esce dai canali e che come un bell'uomo veniva, veniva dal mare impedisce il regolare svolgimento della partita che viene rinviata a mercoledì 20 gennaio. Nel frattempo i punti lievitano ad 11 grazie al pareggio interno contro la Juventus, ma la titolarità dell'ultimo posto è sempre saldamente nelle mani della compagine di Novellino.

Terza digressione: "A Campolongo pianti fagioli e spuntano ladri"
Alle volte la vita sa essere incomprensibile e bellissima come un pezzo dei Verdena.


Nascere a dieci chilometri di distanza ed avere lo stesso cognome non è difficile. Nascere a dieci chilometri di distanza, avere lo stesso cognome, non essere parenti ed essere entrambi pretty-famous lo è un pelino di più. Da una parte, direttamente da Legnaro in provincia di Padova, il puntero titolare di quel Venezia. L'uomo che ha di fatto ammainato la bandiera di Stefan Schwoch: Filippo Maniero. Come un Troy McClure qualsiasi, forse vi ricorderete di lui per la sua militanza a Padova, nella Sampdoria, nel Milan e in un'altra mezza dozzina di squadre. Dall'altra parte, direttamente da Campolongo, altro paesino piazzato nella stessa provincia, Felice Maniero a.k.a. "Faccia d'angelo" a.k.a. "Il boss del Brenta". Il primo studia da calciatore professionista nel Padova dei miracoli della coppia Sandreani-Stacchini (quello per intenderci di Alexi Lalas che rispedì il Genoa nella categoria che più gli compete nella stagione 1994-1995), il secondo studia da criminale da un pentito di mafia messo a macerare proprio nelle campagne padovane da un giudice che pensava che spostando i mafiosi dal sud Italia sarebbe bastato ad estirpare la mafia stessa. Un geniaccio con la toga, non c'è che dire! Così il Maniero "cattivo", da par suo, si fa tutta la trafila nella mala del nordest cominciando come ladro di bestiame al soldo dello zio, per poi diventare il tramite tra la mafia siciliana e i traffici poco chiari dei casinò a ridosso della Slovenia. Ruba qui, spaccia là, ammazzane tre o quattro lì, fai una rapina miliardaria all'aeroporto di Venezia, se ti avanza tempo trafuga delle opere d'arte a Modena, fatti arrestare, evadi in maniera spettacolare un paio di volte ed eccoti pronto per essere un personaggio da immaginario collettivo. Felice Maniero è il Vallanzasca degli anni '90, solo che nessuna band frignanese ha scelto il proprio nome ispirandosi alla mala del Brenta. Quindi rimane un gradino sotto il bel Renè.


In ogni caso il Maniero "buono" si procura sempre più spazio nel calcio che conta, ma necessita di una stagione intera ad alti livelli per consacrarsi come il dio pallone comanda. Altrimenti per la maggior parte degli addetti ai lavori e non, rimmarrà solo un omonimo del più titolato "Boss del Brenta". Così, nel 1998, decide di andarsene dal Milan dove gli spazi per giocare erano piuttosto angusti, per tornare vicino a casa nel Venezia.

Il filone aureo, outro per violino e basso tuba: "Venezia-Empoli, la classicissima"
E allora arriviamoci a questo mercoledì 20 gennaio! Il Venezia, come detto sopra, ha un piede in serie B. L'Empoli invece sta vivacchiando a ridosso della zona calda. Diciamo che il punto strebbe bene ai toscani come un vestito nuovo. Solo che il Venezia decide di complicarsi la vita come farebbe un portavoce del PD a ridosso di una qualsiasi elezione. Nella prima frazione i lagunari spianano la strada ai biancazzurri regalando non uno, ma due rigori che Arturo Di Napoli trasforma. 0-2, ma se questo non bastasse in occasione del secondo penalty quello scienziatotrattinometeoratrattinobidone che risponde al nome di Fábio Bilica si fa pure cacciare dal campo. Non sapete chi è Bilica? Da bàun? Beh è quello che una volta, siccome era troppo scarso per fare il difensore, parò un rigore al re dell'est Andriy Shevchenko.

non preoccupatevi, in ogni caso il Milan vinse tanto a poco

Tra le poche certezze che possiedo in questa vita è che nell'intervallo di quella partita "Monzòn" Novellino abbia strigliato i suoi a dovere con le buone o, più presumibilmente, con le cattivissime. Nel secondo tempo, infatti, succede l'imponderabile. Invece di gestire con calma il risultato e l'uomo in più, l'Empoli si fa letteralmente arrembare dal Venezia che accorcia praticamente subito le distanze con un golletto di Fabian Natale Valtolina, uno degli uomini di fiducia di Novellino. Un minuto dopo ancora Di Napoli potrebbe chiudere il match, ma l'attaccante empolese centra il famigerato palo nel deserto. Da qui in poi è un assalto all'arma bianca. Recoba spara sassate da ogni posizione e, quando è tecnicamente impossibile vedere lo specchio della porta, mette in mezzo all'area una pallone via l'altro alla ricerca della testa di Maniero. Su uno di questi traversoni si esalta il buon Filippo che svetta più in alto di tutti e fa 2-2. Il Penzo salta in aria, ma, come direbbe Joe Rivetto, the best is yet to come. A cinque minuti dal termine c'è una punizione da tre quarti campo per il Venezia. Siamo leggermente spostati sulla sinistra del rettangolo di giuoco e, manco a dirlo, Alvaro Recoba si accinge a batterla. Per affrancarsi dall'ingombrante omonimia criminale, Filippo Maniero sa che è necessario inventarsi qualcosa di tremendamente rumoroso. E così, mentre vede il pallone tagliato avvicinarsi a lui, decide di fare un botto atomico.

BOOOOOOM!!!!!

Va da sé che sulle ali di quella vittoria, il Venezia si salvò con clamoroso anticipo e fece gustare al pubblico calciofilo italico le simpatiche prodezze della coppia Maniero-Recoba, 33 goals in stagione.

1 commento:

Enrico Busi ha detto...

i tuoi racconti sono a-do-ra-bi-li... Tornano a galla ricordi che non ricordavo :D

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