DOBRO, VLADIMIR!

LE COINCIDENZE NON ESISTONO

Qualche tempo fa sono stato in Irlanda e ho visitato le Isole Aran. Potrei parlarne per giorni ma comunque le si vogliano intendere (morfologicamente, per geografia, a livello paesaggistico, dal lato umano), esiste una sola parola per renderne l'idea: otherworldliness, che in italiano potrebbe suonare come “l'evidente sensazione di trovarsi in un altro mondo”.

Ebbene, passate due settimane dal viaggio in Irlanda mi trovo a sfogliare un libro, uno di quelli sopravvissuti in assenza di grazia, ossia durante il trasloco da casa dei miei a Maranello a San Antonio, TX.
Tra una pagina e l'altra pesco una cartolina, messa probabilmente lì da chi lo aveva letto prima di me, a mo' di segnalibro. È indirizzata a mio nonno, che non c'è più, e ad averla firmata sono Luca e Alessandra, mai sentiti prima. Scrivono una “morandata”:”Se hai ancora voglia di lavorare la terra e di andare a caccia, vieni a fare un giretto in Irlanda”. Guardo l'immagine davanti e penso sia una bella coincidenza il fatto che, tra tutti i paesi da cui Luca e Alessandra avrebbero potuto spedire la cartolina, l'avessero fatto proprio dall'Irlanda, che io avevo messo sulla mappa non più di una quindicina di giorni prima.

Daje nonno, tirami giù due fagiani

Però... quelle distese verdi frazionate da meravigliosi muretti a secco, l'oceano che si confonde col cielo, quelle scogliere che cadono a strapiombo sull'acqua: sta' a vedere che questa cartolina non solo viene dall'Irlanda, ma è stata spedita nientepopodimeno che dalle Isole Aran! Il paesaggio è quello: tale e quale. Volto nuovamente la cartolina e ne leggo il paese di provenienza: Beara. Non faccio caso al fatto che ci sia scritto anche “peninsula” ma, del resto, l'ignoranza non va mai in vacanza, e cerco su Wikipedia e, ahimè, no, nonostante si somiglino moltissimo, Beara non fa parte del mini-arcipelago delle Aran Islands, è più a sud, non è nemmeno un'isola (e questo doveva essermi chiaro fin da subito, ndr) e si trova nei pressi della città di Cork.

Uno dei momenti più belli della mia esistenza

Ma c'è qualcos'altro che non gira per il verso giusto. Beara, Beara, Beara... dove e quando mi sono già imbattuto in questo nome? Mi scervello e, a ben pensarci, la risposta è dietro l'angolo.
FISICAMENTE dietro l'angolo. Perché sì, mentre facevo colazione al bar in fondo alla via, sulla Gazzetta dello Sport ho letto la notizia della morte di un portiere croato di cui non avevo mai sentito parlare prima: tale Vladimir Beara.

Notare le ginocchiere homemade

Le coincidenze non esistono e non credo nemmeno sia un caso che proprio quest’estate abbia deciso di passare le ferie in Croazia. Things happen e, quando succedono, succedono per un motivo: a volte è la volontà degli dei antichi e nuovi, a volte il destino, a volte il semplice fatto che qualcuno dovesse scrivere di Vladimir Beara.


LA QUALITA’ DELLA DANZA

Come direbbe il mio compagno di scrittoio, quello balcanico è l'ultimo universo calcistico che si può ancora definire naif. E se lo è ora, figurarsi una volta quando l'oscuro -e, a suo modo, romantico- sistema sportivo sovietico imprigionava i propri atleti sotto un cono d'ombra e li plasmava a propria immagine e somiglianza: imprese eccezionali confinate alla deriva della storia, umanità poliedriche sfumate dal grigio della guerra fredda. Vladimir “Veliki” Beara fa, con tutti i crismi, parte di questa categoria di atleti e, più generalmente, di esseri umani.

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Questo disco è bell'e che esposto in casa mia: un aiuto dal cielo e dal popolo non guastano mai


Nato e morto a Spalato in Dalmazia, Beara diventa portiere un po' per caso e un po' per scelta.
Dico sempre che essere al posto giusto al momento giusto può non essere sufficiente: occorre accorgersene, e il giovane Vladimir si trova esattamente in una situazione così mentre assiste ad un allenamento dell'Hajduk e non c'è nessuno da mettere in porta per un'esercitazione di tiri dal dischetto. Il fato, di azzurro vestito, aveva bussato alla porta e lui, che fino a quel momento aveva solo danzato (ed era così bravo che si diceva potesse far parte dell’Operà di Belgrado), si propone come para-rigori e diventa in poco tempo portiere della squadra del cuore prima, e della “Nazionale” jugoslava poi (il virgolettato è d’obbligo).

Just dance

Quand'ero un bambino e giocavo a pallone nei prati o nei cortili sotto casa, uno dei principali motivi di lite erano i gol segnati, su azione, dal portiere della squadra che schierava meno pischelli in campo. Ad un accenno di polemica della compagine che vantava la superiorità numerica, la risposta era spesso:”Beh, intanto s'era detto portiere volante!”giustificando così la legittimità della rete segnata dall'estremo difensore che, nel caso non avesse avuto la facoltà di “volare”, ossia di uscire fuori dai pali finanche a poter segnare, non si sarebbe mai potuto avventurare lontano dalla sua area.
D’accordo, il significato è differente ma con Beara non c'è alcun bisogno di dichiarare a priori questa condizione, dato il suo spiccato senso per il volo. Vladimir importa nel rettangolo verde dell'area piccola la coordinazione locomotoria acquisita in anni di danza: rappresenta uno dei pochi casi di essere umano con la testa ben piantata per terra e i piedi per aria.
Chi ha deciso della sua vita lo ha preso in simpatia, una bizzarra simpatia, gli ha regalato un talento che lui ha mutuato in un ambito diverso e in cui avrebbe ottenuto risultati incredibili: ovvero come applicare la leggiadria del balletto al volo tra il primo palo e quello lontano.


I BALCANI: UNO STATO D’ANIMO

Ammesso e non concesso che ci interessi veramente, chiediamoci cosa vince e cosa no.
Gioca otto campionati con la maglia azzurra dell'Hajduk e ne vince tre.
Disputa una sessantina di incontri con la “Nazionale” della Jugoslavia (il virgolettato è d’obbligo), perdendo di sghetto (come direbbero dalle parti di Bologna) la finale olimpionica del '52, in cui fa comunque in tempo a parare un rigore a Puskas, e disputa tre mondiali in cui le sue generalità passano in cavalleria perché al tempo, in porta, giocano eroi di più alto lignaggio: Yashin, Tomaszewki, Banks, Maier, Mazurkewicz…

Gioca per la Stella Rossa di Belgrado perché in quegli anni, in Jugoslavia, se qualcuno non è d'accordo quella è la porta e la parola “porta” non ha un'accezione positiva. Per cui, se anche a Spalato si corre il rischio di insurrezione popolare, quando l’intellighenzia di matrice serba ti suggerisce che nella Capitale non c’è il mare ma non si sta poi così male, tu fai armi e bagagli e ti trasferisci lì con tutta la joie de vivre del caso. Di cinque campionati ne vince quattro, così, tanto per gradire. Vince anche due coppe "nazionali" (il virgolettato è d'obbligo) e, già che c'è, sorride con ghigno faino ogni volta che si tuffa.

Altri tempi

Non mette la barriera quando gli battono contro le punizioni, ha quell'istinto che, tanto per capirci, un Dino Zoff avrebbe più tardi sostituito con un più lungimirante ma -ne siamo tutti convinti- più noioso senso della posizione, è autore di parate al limite dell'inverosimile (si cerchino i tags Wembley - Hancoks - Maestri inglesi anche no), conserva un'eleganza stilistica donatagli dalla danza, sa parare coi piedi, Yashin lo elogia pubblicamente più volte e, quando è in predicato di attraversare l'Adriatico per giocare in Italia qualcosa gli dice male e ripara nella Germania dell’Ovest.

Ma quel che frega a noi è che il ballerino di Spalato, e qui torniamo al discorso del grigiume filosovietico che albergava nella Ex-Jugo, non solo diventa l'orgoglio croato, nella fattispecie dalmata, ma incarna pure la vendetta obliqua dell'homo sapiens varietà balcanicus ai danni del regime del Maresciallo Tito.

Sta' 'na brava berzona, Simò

C'era una barzelletta che girava tra le coste della Dalmazia e lungo le rive del fiume Sava. 
Un bambino va da Tito e gli chiede due autografi. Allorché il Maresciallo chiede perché ne voglia proprio due. Il bambino, quasi fossero figurine, risponde che per due dei suoi riesce ad averne uno di Beara. La barzelletta taceva il fatto che quel bambino riuscisse o meno a diventare vecchio e a non essere incarcerato per reati ideologici, ma questo aneddoto dà l'idea di quale mito fosse e cosa rappresentasse per la propria gente Vladimir Beara, quello che qualcuno considerava, alla stregua di un supereroe, l'uomo di gomma e anche il portiere dalle mani di acciaio.


IL CUORE HA SEMPRE RAGIONE

Tuttavia, ciò che mi ha colpito della sua storia è stata una nota a margine nemmeno tanto chiara, riguardo una vicenda di contrabbando che, a dire il vero, nella letteratura sportiva della guerra fredda non era così inusuale. Vladimir Beara e un suo compagno (purtroppo, per quanto non fosse impossibile la casualità, non Vujadin Boskov) vennero fermati dalla polizia slava al rientro da una trasferta in Francia, dopo una partita disputata con la “Nazionale” (il virgolettato è d’obbligo). 
La polizia doganale confiscò a Beara e al suo socio valigie colme di merce non autorizzata e se Veliki (“Il Grande”) la passò liscia fu solo per manifesti meriti sportivi.
Vladimir giurò sempre che prima o poi ne avrebbe spiegato il motivo ma non lo fece mai, non fece in tempo; si limitò sempre a dire che tutto quello che aveva fatto, lo aveva fatto per amore.

Quanto son belli i laccetti nella maglia?

Non è dato sapere se al tempo avesse un'amore oltre la Cortina di Ferro, una fiancée, un'amante o qualcosa del genere, era come se nel parlare di quella storia di contrabbando avesse il mare nelle orecchie (magari proprio quello della sua adorata Spalato), come quando si sente ma non si ascolta, si fissa senza guardare, come quando si è innamorati e sembra di volare, di librarsi in aria e di avere l’evidente sensazione di trovarsi in un altro mondo: otherworldliness, don’t you know?

Come quando tutto quello che si fa, lo si fa per istinto e perché il cuore ha sempre ragione; un po’ come ballare, un po’ come fare il portiere, e “scegliere” di farlo per la squadra amata, fino a diventarne una leggenda, fino a diventare la leggenda di un'intera “Nazione” (e il virgolettato, come sempre è d'obbligo).

Dobro, Vladimir!



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